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Donne senza ministero. La rivolta di genere PD

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Le parlamentari del PD sono in rivolta. Hanno deciso di far sentire alta la loro voce perché hanno scoperto che nessuna di loro è stata ritenuta abbastanza competente o affidabile per far parte del governo Draghi. Non gli avevano detto niente prima e loro erano distratte. Non è una bella cosa scoprire che i maschi del loro stesso partito sono del tutto indifferenti a ciò che loro potrebbero fare per le sorti del partito e del paese. E allora è scandalo. Le donne del PD hanno invocato gli statuti, si sono moltiplicati gli appelli alla costituzione, la formula «parità di genere» è corsa per le testate dei giornali e in rete. Tante e tali veementi proteste sembra possano indurre il segretario Zingaretti a rimediare promuovendo molte sottosegretarie rosa e forse persino una vicesegretaria. Contano un po’ meno, ma sono sempre meglio dell’insignificanza. Si potrebbe malignamente dire che questo caos nel tinello del PD ha ampiamente superato i confini del ridicolo. Ma poi viene anche da chiedersi: perché tutto questo dovrebbe interessarci? Che cosa cambia se alle donne del PD viene assegnato un ministero? In che modo un numero congruo oppure pari di donne al governo farebbe la differenza? E soprattutto, per chi dovrebbe farla?

Qualcuna dice che tutto sarebbe diverso. Cambierebbero molte cose, come dimostrato dal fatto che decine di parlamentari, ministre, sottosegretarie all’indomani della diffusione dei dati ISTAT (per chi se li fosse persi: delle 101mila persone che hanno perso il lavoro solo a dicembre, 99mila sono donne) si sono alzate dai loro scranni decentrati di potere e con una sola e stentorea voce hanno reclamato una risposta urgente. Non è successo e hanno deciso in massa che l’unica risposta era, è e sarà Draghi.

Qualcuna dice che se le donne avessero più potere ministeriale, nessuno al governo si sognerebbe mai di proporre che un assegno per i figli sia diviso ugualmente tra padri e madri, come se il loro lavoro di cura nella vita di ogni giorno fosse diviso in parti uguali. Nessuno nelle commissioni parlamentari si permetterebbe di escludere dalla possibilità di beneficiarne la maggior parte delle donne migranti, come se loro non fossero donne abbastanza. Non è successo. L’accordo tra maschi e femmine di governo e di sottogoverno si chiama Family Act. Un nome un programma.

Qualcuna pensa che a nessuna donna dotata di ministero verrebbe mai in mente di proporre una sanatoria per le lavoratrici essenziali solo per evitare che i datori di lavoro vengano denunciati durante il lockdown, dopo avere bellamente ignorato fino all’altro ieri migliaia di donne migranti impiegate in nero e senza documenti nelle case degli italiani. Però tutto questo è successo e le donne di governo e sottogoverno, non solo del PD, hanno taciuto.

Nonostante qualcuna dica che la sconfitta e la rivolta delle donne del PD hanno un alto significato simbolico, le operaie, ‘sanificatrici’, maestre, smartworkers che invece di essere chiamate eroine pretendono salari migliori, salute, lavoro in sicurezza non l’hanno notata nemmeno per sbaglio.

Diciamoci la verità, il travaglio delle parlamentari del PD suscita pochissimo interesse e nessuna passione. Qualcosa ci dice che non le vedremo – come non le abbiamo mai viste ‒ nelle piazze dell’8 marzo, durante lo sciopero femminista e transfemminista. O che forse le rivedremo discutere con altre donne in posizione di potere, magari in quei sindacati amici (loro) impegnati a boicottare lo sciopero. Qualcosa ci dice che il loro afflato militante si è già esaurito nella scandalizzata pretesa di rompere quel soffitto di cristallo che la maggior parte delle donne non vede manco da lontano. Loro non stanno dalla nostra parte, perché mai noi dovremmo stare dalla loro?

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