∫connessioni precarie

Disturbo post-pandemico da sfruttamento (DPPS)

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Gira voce che il famoso Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali sarà presto aggiornato con una nuova patologia: il «disturbo post-pandemico da sfruttamento», meglio noto come DPPS. Apprendiamo la sintomatologia da un articolo di «Repubblica» di qualche giorno fa: calo generale del desiderio di un salario da fame, cefalea acuta alla proposta di lavorare in nero, voglia costante di lavorare a più di due euro l’ora. Infine, un sintomo del tutto particolare, la «sensazione diffusa di sfruttamento», che si manifesta con spossatezza acuta alla sola idea di lavorare per 12 ore a 2 o 3 euro l’ora, oppure con la convinzione che sia meglio un sussidio da 500 euro piuttosto che spaccarsi la schiena a fare un tirocinio per metterne insieme 450. Nei test proiettivi utilizzati per la diagnosi, di fronte alla scritta «ripresa e resilienza» la maggioranza dei lavoratori e lavoratrici ha letto «manda all’aria gli anni di esperienza, impara un qualsiasi lavoretto, spaccati la schiena e non dimenticare di ringraziare i tuoi formatori».

Sebbene secondo «Repubblica» la sensazione di sfruttamento sia una nevrosi di natura eminentemente psicologica e fisiologica, determinata da scompensi ormonali di capitale umano, alcuni esperti sostengono che la causa principale sia invece proprio lo sfruttamento. Lo si nota dal fatto che il DPPS, un po’ come il meteorismo, i problemi più gravi li provoca agli altri, in particolare Confindustria, circondata da una pletora di capi e capetti, imprenditori e gestori di bar, ristoranti, hotel e lidi balneari. Questi si stanno rivolgendo a centinaia al sistema sanitario e a costosi specialisti in giacca e cravatta in preda a quello che invece è il vecchio «disturbo da chiagni e fotti» (DCF), il cui sintomo principale è una sorta di delirio paranoide: ossessiva paura del mostro del Sussidistan, visioni di bonus che sommergono lavoratori e lavoratrici per acquistare comodi divani, soldi che arriverebbero loro da tutte le parti… Negli anni non sono bastati a curare il DCF i 20 miliardi di sgravi contributivi annuali, lo smantellamento del welfare, la riduzione al minimo dei bonus; servono ancora poco le terapie più all’avanguardia, che ci invidiano in tutti i paesi, come la disponibilità di tirocini a qualche centinaio d’euro, le ore di straordinario non pagate, le dosi massicce di lavoro nero, le molestie e le violenze a casa e sul lavoro, le cooperative per evadere i contributi e intensificare lo sfruttamento, le agenzie interinali che seguono il paziente-imprenditore passo dopo passo durante tutta la cura, proponendo contratti a chiamata a salari da fame. Pur essendo un malanno stagionale, quest’anno con la pandemia e il Recovery Plan è boom di casi, con richiesta di dosi sempre più massicce di resilienza, di catene di appalti e subappalti sempre più lunghe, di impoverimento generale della manodopera da sfruttare.

Al vaglio della comunità scientifica ci sono le possibili soluzioni. Il vaccino in produzione, il PNRR, sembra avere in realtà più controindicazioni che benefici: mesi e mesi di inutile degenza in qualche istituto di formazione, iniezioni massicce di capitale umano. I risultati dei primi test, al contrario, sembrano confermare che la maggioranza di lavoratrici e lavoratori, giovani e vecchi, autoctoni e migranti, provi invece un immediato sollievo dal DPPS mandando a cagare i padroni che vogliono sfruttarli.

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