lunedì , 26 Ottobre 2020

La crisi attuale non è poi così nuova per le lavoratrici e i lavoratori dell’Est Europa

di ЛевФем / LEVFEM da «Lefteast»

Pubblichiamo la traduzione italiana di un testo del collettivo femminista bulgaro LevFem, scritto in occasione del Primo Maggio, che discute la congiuntura attuale dalla prospettiva est-europea. A partire dalle lotte in corso e dai tentativi di lavoratrici e lavoratori est-europei di sottrarsi alla falsa alternativa tra lavoro e salute che il capitale pandemico cerca di imporre, l’articolo offre un punto di vista eccentrico ma cruciale per articolare un’iniziativa politica transnazionale.

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Quest’anno il primo maggio è stato molto diverso da quelli a cui siamo abituati. Con l’epidemia da Coronavirus e le attuali misure di distanziamento sociale messe in atto in tutto il mondo, le forme tradizionali di protesta e di manifestazione non hanno potuto avere luogo secondo le dinamiche conosciute negli ultimi decenni. Questo permette a noi di LevFem, un collettivo bulgaro socialista e femminista, di esercitare uno sguardo in qualche modo privilegiato sul nostro lavoro e la nostra posizione sociale. Siamo un collettivo composto per lo più da donne bulgare migranti e queer che operano in un contesto in cui i diritti dei lavoratori e delle donne sono quanto mai precari. Da questa posizione, abbiamo spesso portato avanti le nostre iniziative di comunicazione e il nostro attivismo sul fronte dei diritti sul lavoro e della riproduzione sociale utilizzando le piattaforme on-line, la stampa e i social media. Questa situazione difficile, piuttosto comune tra i gruppi di sinistra dell’Europa Centro-Orientale, ha da sempre presentato diversi limiti. Parte del nostro processo di discussione interna è stato dedicato al confronto con i limiti dell’attivismo virtuale e ai problemi vissuti nel confrontarsi con ‘chi è in strada’. Eppure, in questo momento, la strana sensazione di ‘essere tutti in questa stessa situazione’ che ha colto tanto chi si trova in Bulgaria, quanto chi è lontano, ci permette di pensare ai modi in cui l’analisi che abbiamo portato avanti, le lotte che abbiamo considerato vicine alle nostre, e l’incombenza di dover ripensare a fondo le modalità della nostra organizzazione si incontrano producendo un’urgenza nuova.

Dunque, che cosa c’è in ballo? Milioni di lavoratori sono bloccati a casa senza un lavoro né un reddito per mantenersi. Altri – specialmente nel settore della cura, della logistica e dell’agricoltura – sono costretti a lavorare per mantenere l’economia anche se questo significa mettere a rischio la propria vita e salute. La pandemia si sta trasformando in una crisi della produzione capitalistica e sta approfondendo la crisi della riproduzione sociale. Questo la dice lunga su una realtà ben conosciuta e quanto mai allarmante per quelle come noi che si occupano di femminismo e diritto del lavoro in Bulgaria, e probabilmente vale lo stesso in altri luoghi ‘periferici’ dell’Europa. Quando rallentare o interrompere il ciclo produttivo significa la morte dell’attività produttiva, è facile eccitarsi all’idea che questa possa essere la fine del capitalismo. Tuttavia, la cosa non è così immediata. Dopo il 1989, come parte del processo di ‘decomunistizzazione’ e di transizione all’economia di libero mercato, i paesi di questa area sono andati incontro a privatizzazioni su vasta scala che hanno trasformato le industrie nazionali, l’agricoltura e i servizi in un asset privato. I settori parzialmente o completamente pubblici, come la sanità e l’educazione, sono stati dissanguati al punto che lavorarci è diventato un rischio per tutti. La recente protesta delle infermiere in Bulgaria ha fatto emergere la triste realtà del nostro sistema sanitario e le condizioni degradanti in cui le infermiere sono costrette a lavorare. La lotta delle infermiere è stata sospesa, ironicamente, proprio dallo scoppiare di una pandemia durante la quale esse sono state chiamate a salvare delle vite senza alcun dispositivo di protezione personale. Questo ampio processo di riorganizzazione capitalistica ha spinto tre milioni di bulgari a emigrare, molti di loro adesso lavorano in quelli che vengono definiti settori ‘essenziali’ delle economie avanzate – lavoro a produzione intensiva e riproduzione sociale, o lavoro di cura. In un paese di poco più di sette milioni di abitanti, ciò ha significato che ogni famiglia ha visto emigrare almeno un suo membro. Molte di noi dentro a LevFem fanno parte di una generazione per la quale rimanere in Bulgaria rappresenta davvero l’ultima spiaggia se si aspira a un lavoro decente e alla sicurezza personale.

Eppure, questo periodo ci ha insegnato a non credere agli ideologi del sistema, per i quali siamo di fronte a un ultimatum: o stiamo al sicuro e in salute, o salviamo l’economia. Evidentemente, questo messaggio ha assunto una nuova urgenza durante la pandemia di COVID-19. Avendo vissuto la pandemia del fondamentalismo del libero mercato, sappiamo che in passato questo stesso messaggio è stato usato per giustificare negazioni persino peggiori dei nostri diritti sociali. Ormai da decenni vediamo come nella maggior parte delle famiglie il peso del lavoro riproduttivo venga scaricato sulle spalle delle donne. Adesso tutto questo è portato alle estreme conseguenze, con il doppio carico di lavoro sovrapposto nello stesso spazio, quello domestico. Anche questa è una realtà che le donne abituate a stare a casa, impiegate nelle industrie tessili che esternalizzano parte del lavoro in Bulgaria e in altri paesi dell’Est Europa, ormai conoscono da diversi anni. Accettando di svolgere quei pochi lavori disponibili nei loro luoghi d’origine, queste donne sono costrette a lavorare a domicilio, mentre si prendono anche cura dei bambini e degli anziani; in alternativa, sono costrette a emigrare per svolgere lavori di cura precari e sottopagati. Questa realtà vissuta da molte donne bulgare e di altri paesi cosiddetti ‘periferici’, ora sta diventando la condizione impossibile di un numero ancora maggiore di lavoratrici e lavoratori precari nelle democrazie capitalistiche avanzate, dove sono costretti a lavorare da casa o in prima linea senza misure protettive per difendersi da questo virus letale. Con il progredire del contagio in Europa, abbiamo assistito al sacrificio di molte lavoratrici della cura provenienti dall’Est Europa e ora anche a quello dei lavoratori migranti stagionali, chiamati a salvare i raccolti e il consumo occidentale.

Come detto, è azzardato guardare a questa situazione come al preludio della fine del regime capitalistico. Le profonde disuguaglianze globali fanno sì che i lavoratori vengano spostati o messi in isolamento in maniera coatta grazie al regime dei confini e agli accordi tra governi che garantiscono la possibilità della crescita economica mentre nutrono un sistema predatorio fatto di disuguaglianza e sfruttamento. Abbiamo visto accadere tutto ciò, negli ultimi decenni, in Europa dell’Est, e senza la scusa di una pandemia; non c’è motivo per cui la storia non possa ripetersi secondo lo stesso schema ideologico che giustifica il salvataggio dell’economia a scapito dei bisogni umani e sociali. Il sistema è sufficientemente crudele e flessibile da evolversi e assumere forme diverse pur di andare avanti, anche se questo può significare l’erezione di regimi ancora più autoritari e sfruttatori.

Ad ogni modo, è altrettanto controproducente e dannoso pensare il presente esclusivamente come lo spazio del trionfo indiscusso di un’organizzazione del capitalismo sempre più fascista. Siamo, e siamo stati negli ultimi anni, in un momento storico caratterizzato da una lotta di classe sempre più intensa. Per questo motivo ora siamo nella posizione per avanzare delle pretese politiche e sociali. Con il sistema che traballa, cose che fino a pochi mesi fa sembravano impossibili stanno diventando realtà. Per questo motivo, in occasione del primo maggio abbiamo mandato la nostra solidarietà a tutti i lavoratori, le donne, le comunità messe ai margini e le persone in lotta di tutto il mondo; vogliamo anche unirci alle voci che in tutto il mondo pretendono che la nostra vita e la nostra salute non siano sacrificate sull’altare dell’economia; che pretendono sicurezza finanziaria e sociale per i poveri e i lavoratori, invece che finanziamenti per le grandi aziende; che pretendono che i sistemi pubblici come la sanità e la scuola siano socializzati, finanziati adeguatamente e fondati sul principio di solidarietà e cura, invece che su quello della massimizzazione del profitto; che pretendono che la mobilità sia un diritto invece che uno strumento capitalistico per spostare forza lavoro a basso costo ovunque e ogni qual volta essa sia più richiesta.

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