domenica , 3 Marzo 2024

La lotta palestinese vista dall’Iran e i rischi dell’islam politico

di FRANCESCO BRUSA via Dinamo Press

Ripubblichiamo questa intervista a Siyâvash Shahabi, attivista iraniano rifugiato in Grecia, compagno dell’assemblea permanente contro la guerra (PAAW) e attivo all’interno del Transnational Migrants Coordination della Trasnational Social Strike Platform. Siyâvash sottolinea come chi sta a sinistra sia chiamato dal doppio compito di riconoscere e sostenere un movimento di liberazione nazionale, senza tuttavia smettere di chiedersi quale prospettiva e quale tendenza dovrebbe avere un tale movimento, interrogandosi su che narrazione comune occorra costruire.

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Siyâvash Shahabi è un rifugiato politico iraniano che da sei anni vive in Grecia, ad Atene. Impegnato politicamente su diversi fronti, sia come attivista di sinistra che come giornalista indipendente, riesce nei suoi scritti (molti dei quali pubblicati sul blog “The Fire Next Time”) a combinare l’esigenza di un posizionamento netto e deciso su diverse questioni con la capacità di analizzare la complessità dei differenti contesti. Nel momento in cui nella striscia di Gaza si sta consumando una sanguinosa offensiva da parte dell’esercito israeliano, con massicci bombardamenti e operazioni di terra lanciate in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, la sua prospettiva ci sembra preziosa per “ripensare” la solidarietà internazionale nei confronti del popolo palestinese e della sua resistenza – alla luce del ruolo che l’islam politico sta giocando in essa e del significato che il rafforzamento di alcune tendenze ideologiche potrebbe assumere per il futuro dell’area. Gli abbiamo allora posto alcune domande.

Partiamo dalle azioni di Hamas del 7 ottobre. Quali sono state le tue reazioni?

Di fatto, quel mattino ho ricevuto la notizia da un amico palestinese che mi aveva scritto «il recinto è stato abbattuto». Ero sorpreso, ma allo stesso tempo mi aspettavo che sarebbe dovuto succedere qualcosa di eclatante: negli ultimi tempi, le dinamiche della regione si erano sviluppate in una direzione che aveva sempre più marginalizzato la questione palestinese. Da un certo punto di vista, era ovvio che qualcosa del genere dovesse accadere. Anche alcune analisi pubblicate settimane prima del 7 ottobre da parte di collettivi antisionisti interni a Israele esprimevano preoccupazioni simile. Insomma, c’era la sensazione che la situazione generale stesse peggiorando sempre più, cosa che rendeva sempre più probabile che qualcosa di grosso stesse arrivando. E infatti è arrivato.

Ciononostante, non mi aspettavo un attacco di tali dimensioni. Il fatto che poi la quasi totalità delle sigle di resistenza palestinese si sia unita all’azione dichiarando che quella fosse una lotta comune ha anche cambiato la mia percezione (come il partito di ispirazione marxista-leninista Pflp, che peraltro negli anni scorsi ha anche giocato un ruolo nell’organizzazione delle proteste contro il potere e l’influenza sociale dell’Autorità Palestinese e di Hamas ma che, allo stesso tempo, si è anche allontanato dalla proprie radici politiche degli anni ‘70, arrivando a cooperare talvolta con la stessa Hamas e anche con il regime islamico iraniano).

Tuttavia, per quella che è la mia esperienza e la mia prospettiva, mi è risultato chiaro fin da subito che quanto stava avvenendo non sarebbe stato capace di portare attenzione sulla causa palestinese come poteva essere dieci o venti anni fa. Voglio dire che ci sono stati momenti nella storia in cui c’erano maggiori possibilità di dare una risposta reale alla questione palestinese, ma ora quello che si sta sviluppando è semplicemente un conflitto bellico senza vie d’uscita in cui una parte è sproporzionatamente più forte dell’altra, mentre paesi come l’Iran portano avanti politiche di strumentalizzazione della causa del popolo palestinese.

Ciò che per cui si stanno scontrando in questo momento il governo sionista di Israele e Hamas è una sorta di conflitto ideologico, che ha l’obiettivo di conquistare i cuori e le menti delle popolazioni israeliana e palestinese. Non siamo di fronte a una guerra. Al contrario: sia il genocidio del popolo palestinese sia l’uccisione di persone ebraiche in nome dell’Islam o della Palestina rappresentano dei tentativi di spostare a proprio vantaggio l’opinione pubblica nel quadro dei grandi cambiamenti geopolitici che si stanno susseguendo nel mondo odierno. Anzi, mi spingerei a dire che il 7 ottobre ha cambiato, chiaramente, di molto lo scenario ma nel senso di un’ulteriore marginalizzazione della causa palestinese (non dal punto di vista dell’opinione pubblica, ma dal punto di vista delle politiche che stanno portando avanti i singoli attori statali).

(foto di Marius Arnesen, da commons.wikimedia.org)

Che tipo di reazioni ci sono invece state in Iran, sia da parte della sinistra che del regime islamico?

Il regime iraniano, già a poche ore dall’attacco di Hamas, ha iniziato a portare avanti la sua solita propaganda anti-israeliana e anti-sionista, al tempo stesso negando il proprio coinvolgimento negli accadimenti del 7 ottobre. La dirigenza di Teheran ha anche fin da subito condotto una forte campagna diplomatica di condanna dei bombardamenti israeliani su Gaza assieme da altre nazioni arabe, ma con una natura prettamente strumentale: anzi, direi che più che orientarsi verso la richiesta di un cessate il fuoco, la logica è stata più quella di rinsaldare ulteriormente i rapporti diplomatici ed economici con altri paesi della regione. In sostanza, stanno perseguendo nient’altro che i propri interessi nazionali. Un discorso simile lo si può fare anche rispetto alla Lega Araba. Non sorprende che il popolo palestinese e i suoi sostenitori abbiano espresso frustrazione nei confronti di questi incontri. deboli e inconcludenti. Gli appassionati discorsi pronunciati in quelle occasioni raramente si sono tradotti in azioni concrete, sia che si trattasse di dare tangibile solidarietà ai palestinesi o di porre pressioni all’Occidente affinché cercasse di fermare le atrocità in corso a Gaza. In una tale situazione, i media governativi iraniani continuano ad affermare che Teheran è l’unico soggetto della regione che sta difendendo la causa palestinese, ma la realtà è che anch’esso, come gli altri stati, ha firmato la dichiarazione della Lega Araba che chiedeva semplicemente di tenere una conferenza internazionale in Spagna. Anche adesso, mentre sussiste un cessate il fuoco a Gaza, il governo iraniano e quello svizzero (il quale precedentemente ha messo al bando ogni sostegno a Hamas e ha sostenuto il “diritto a difendersi” di Israele) stanno cercando di stringere ulteriormente le proprie relazioni economiche.

Nel frattempo, come accennavo, sui media si è prodotta una retorica disumanizzante nei confronti degli israeliani, per cui molti ospiti o commentatori delle trasmissioni dicevano in continuazione che il popolo israeliano andrebbe buttato in mare, rimosso o eliminato, ecc. Si tratta di un linguaggio che influenza anche le dinamiche interne alla società iraniana, una società in cui è presente un colonialismo e una discriminazione interni fra sunniti e sciiti, fra i musulmani e altre comunità religiose, o fra le diverse etnie. Mentre il governo dichiara di difendere i palestinesi, decine di migliaia di membri della popolazione beluci, nel sud-est del paese ai confini con il Pakistan, ancora aspetta che gli venga riconosciuto il diritto alla cittadinanza nonostante vivano in territorio iraniano da generazioni. Ma, nonostante la pressione retorica da parte del governo, molte associazioni o sindacati indipendenti stanno prendendo una posizione molto netta sia contro le azioni del governo israeliano sia contro le tendenze conservatrici che hanno fatto in modo che negli anni recenti la situazione abbia raggiunto un punto di esacerbazione tale da rendere quasi impossibile una risposta concreta alla questione palestinese.

Dall’altro lato c’è una parte della sinistra iraniana che esprime una dura condanna dell’offensiva israeliana e definisce i bombardamenti su Gaza “olocausto coloniale” oppure “olocausto sionista” ma che, allo stesso tempo, si chiede quali possano essere le conseguenze del fatto che l’islam politico di Hamas si sia messo alla guida della lotta per l’autodeterminazione palestinese. Il Partito Comunista dei Lavoratori dell’Iraq, del Kurdistan e il partito Hekmatista iraniano, nella loro dichiarazione collettiva di condanna, hanno identificato nei governi occidentali i principali responsabili dietro le azioni di Israele a Gaza, criticando allo stesso tempo il finto e ipocrita sostegno offerto ai palestinesi dai vari stati, tra cui Cina, Russia, Arabia Saudita, Qatar o Iran. Il Partito iraniano Tudeh (il partito di sinistra con maggiori anni di attività in Iran, fondato circa 80 anni fa) ha scritto nel suo comunicato che le forze reazionarie della regione, incluso l’avventurismo del regime iraniano, sono senza dubbio da intendersi come forze simili al belligerante governo israeliano e all’imperialismo globale. Similmente, il Partito di Sinistra iraniano (che si è formato qualche anno fa dall’unione di vecchia organizzazioni comuniste che erano state duramente represse dopo la Rivoluzione del 1979, con molti dei loro membri che vennero giustiziati) ha affermato che l’attacco di Hamas ha mostrato il fallimento delle politiche securitarie di Israele e ha messo in discussione il monopolio della forza da parte di quest’ultimo. Sottolineando il ruolo negativo di Hamas e delle forze fondamentaliste religiose, dice anche però che la fine della guerra può rappresentare un’occasione di progresso per la società israeliano che deve prendere le distanze dal mito della Terra Promessa e dagli estremisti religiosi ebraici. Ci sono poi altre posizioni simili da parte di altri gruppi di sinistra: in generale, ci si oppone alla tendenze imperialiste dell’area, si condanna il sionismo e si denuncia l’occupazione israeliana delle terre palestinesi; allo stesso tempo, vengono spesso prese le distanze dalle destra religiosa e dalle tendenze politiche di estrema destra presenti in Medio Oriente, mettendo anche in guardia dal ruolo del governo iraniano che rinforza le strutture autoritarie dell’area e lavora per mantenere lo status quo.

Per me il punto è sapersi porre la domanda: quando diciamo «Palestina libera, dal fiume al mare», di quale Palestina stiamo parlando? Quella che, come dicono i fondamentalisti, appartiene solo agli arabi musulmani? Evidentemente non si tratta di quello che dovrebbe porsi come obiettivo una sinistra anti-imperialista e anti-razzista. Penso quindi che occorra mantenere vivo il pensiero critico e bisogna essere capaci di descrivere con la maggior chiarezza possibile per che cosa stiamo lottando. Di conseguenza penso che criticare e combattere l’Islam politico sia un punto cruciale. È una questione che ha a che fare con il programma politico di cui forze come Hamas si fanno portatrici e che va al di là della discussione su quanto le loro azioni siano da considerarsi “resistenza” o meno. Anzi, dal mio punto di vista, dico che fanno chiaramente parte della resistenza palestinese – come lo si potrebbe negare? Allo stesso modo in cui in Iran ci sono anche forze monarchiche che combattono per la caduta del regime. Insisto, la questione è quale movimento è necessario sostenere da sinistra e quale narrazione comune occorre costruire, distinguendo con chiarezza che cosa rappresenta la destra e la sinistra.

(da commons.wikimedia.org)

Quali sono i maggiori punti di contrasto che intravvedi fra una prospettiva di sinistra e il programma politico di forze come Hamas?

Il loro programma politico è estremamente chiaro, basta dare un’occhiata allo statuto di Hezbollah, Hamas, ecc. Ma non si tratta di una questione religiosa: penso che a sinistra sia molto importante sostenere i movimenti di liberazione al tempo stesso avere chiaro a quali tendenze interne ai movimenti di liberazione sia necessario dare forza e maggior sostegno. In maniera non così dissimile dal sionismo israeliano, Hamas tenta di rafforzare la propria posizione appoggiandosi sul Corano e sulla scorta dell’ingiustizia storica nei confronti del popolo palestinese. È significativo che Netanyahu non solo abbia fallito nell’impedire la crescita di Hamas, ma anzi la abbia esplicitamente incoraggiata e ne abbia approvato il finanziamento dicendo al suo partito: «Chiunque voglia impedire la nascita di uno stato palestinese deve sostenere Hamas e trasferire denaro a Hamas».

Questo perché le due tendenze politiche hanno delle caratteristiche simili e un obiettivo simile benché speculare. Entrambe sono così ancorate nelle rispettive tradizioni religiose e nazionali che vogliono eliminarsi a vicenda, eliminazione a cui hanno diritto per via della posizione di superiorità che Dio ha assegnato loro. Hamas rappresenta una tendenza politiche profondamente sciovinista, un fenomeno profondamente “maschile” ed etnocentrico (questo nonostante abbia magari accettato delle donne nei propri battaglioni o abbia fatto alcune concessioni in termini sociali).

Di recente, a una manifestazione pro-Palestina qui ad Atene, c’erano alcuni che inneggiavano a Hamas e Hezbollah come eroi che combattono per la liberazione e al tempo stesso chiedevano una confederazione socialista del Medio Oriente. In che modo esattamente le due cose possono coincidere? Non si tratta di mancanza di conoscenza specifica sul fenomeno dell’islam politico, si tratta di prendere sul serio i termini che si usano. Quando parliamo di “conservatorismo” è abbastanza chiaro di cosa si sta parlando, o no? Non serve che andiamo a rianalizzare e descrivere nuovamente che cosa si intende con questo termine. Stiamo parlando di destra politica. E quale che sia la cosa contro cui queste forze di destra conservatrice stanno combattendo, non ha alcun senso sostenerle attivamente. È quello che è successo in Iran nel 1979: la sinistra occidentale non ha avuto la volontà di distinguere fra i fanatici religiosi dalle altre forze in campo.

Questo è successo sulla base di una sorta di pregiudizio orientalista per cui si tende a pensare che le persone nei paesi medio-orientali in fondo siano fatte in una certa maniera e non ha dunque senso porsi determinate domande. Eppure, senza dover entrare nei dettagli, è chiaro quanto dicono le forze conservatrici islamiche: fanno un discorso tipicamente “terra e suolo”, per cui la regione dovrebbe appartenere solo agli arabi musulmani. Penso non si tratti semplicemente di una questione di “teoria contro movimenti reali”. La domanda cruciale anzi è proprio “quale movimento?”, quale tendenza politica stiamo sostenendo… La storia autentica si sviluppa attraverso i movimenti sociali e di classe

Quali errori dovrebbe evitare la sinistra internazionalista, dal tuo punto di vista?

Diciamo che in Europa soprattutto la sinistra radicale è estremamente piccola e marginale. La sinistra diciamo più liberale fatica ad andare oltre le questioni più superficiali, come la questione religiose, e non esce dalla propria mentalità coloniale. Quindi mi verrebbe da dire che in primo luogo occorrerebbe ricostruire una sinistra che sia innanzitutto capace di operare dei distinguo fra le varie tendenze e i vari movimenti politici. E dunque che sappia porsi in maniera concreta la domanda sugli obiettivi, sul perché e sul per cosa si sta lottando. E soprattutto capire che c’è una profonda differenza fra lottare per qualcuno o per qualcosa che si vuole. Storicamente, quando semplicemente ci si allinea a una tendenza che ha anche solo poco potere rispetto alla tua si è destinati a fallire.

Vengo da una tradizione politica che afferma che le basi del socialismo sono costituite dall’essere umano. Per me portare avanti una lotta di liberazione nazionale non significa essere indifferente alla situazione in cui versano gli altri, significa lottare appunto contro lo sfruttamento e il colonialismo. Occuparsi delle discriminazioni e delle oppressioni. Di conseguenza, quelle tendenze politiche che fondano la liberazione nazionale sulla supremazia di uno specifico gruppo sociale sull’altro non hanno nulla a che fare con il socialismo, dal mio punto di vista. C.L.R. James ha mosso una critica interessante rispetto all’Iran del dopoguerra, quando vennero proclamate le due repubbliche socialiste dell’Azerbaijan e del Kurdistan, che erano perlopiù sostenute dall’Unione Sovietica ma comunque create da un movimento popolare. Queste vennero abbandonate da Stalin e di conseguenza massacrate. Perché? Perché Stalin strinse un accordo per la ricerca e l’estrazione di petrolio sul territorio iraniano. James faceva notare sostanzialmente che, dal momento in cui l’Unione Sovietica stava mettendo in atto pratiche colonialiste e imperialiste, questo rendeva non più possibile chiamarla socialista o stato dei lavoratori, ne alterava strutturalmente la natura.

Questo per dire che è innanzitutto importante capire come comprendere le tendenze di sinistra nei diversi contesti, in Iran, in Turchia, in Afghanistan, in Pakistan, ecc. Cosa pensano? Per cosa combattono e come combattono, e perché lottano in quella maniera, ecc. Dopodiché è necessario creare delle connessioni e costruire degli spazi comuni di discussione.

(foto di Mostafa Meraji, da commons.wikimedia.org)

Come si traducono tali considerazioni nel tuo impegno di solidarietà alla lotta contro le politiche di Israele?

Io parto dal fatto che mi è chiaro come per un o una palestinese la liberazione dal proprio nemico in questo momento rappresenti una priorità. È comprensibile e penso sia grottesco mettersi nella posizione di dover discutere di Hamas con i palestinesi ora. C’è spesso un riconoscimento tacito delle divergenze d’opinione, che si basa spesso sulla differenza di provenienza: agli occhi di alcuni Qasem Soleimani è un eroe perché ha combattuto contro l’Isis, ma per me è un nemico perché è stato responsabile dell’oppressione e della repressione interna all’Iran.

Credo dunque che siamo chiamati da sinistra a una sorta di doppio compito: da una parte riconoscere che c’è un movimento di liberazione nazionale, e sostenerlo, e dall’altra chiedersi e discutere quale prospettiva e tendenza dovrebbe avere un tale movimento. È possibile costruire una società secolare mentre c’è Hamas al potere? Evidentemente no e anche un palestinese lo sa. È importante provare a partire dal contesto di classe in cui Hamas opera: in questo senso, Hamas è un’organizzazione della borghesia reazionaria. La sua prospettiva politica punta a stabilire uno stato islamico e capitalista in Palestina. Lo ha dimostrato sul campo attraverso il suo governo di Gaza.

Ma allo stesso tempo per un palestinese è chiaro che in questo momento c’è un male più grosso che lo sta uccidendo e Hamas è quel soggetto armato che può fronteggiare questo male. Quando scendiamo in strada a fianco del popolo palestinese stiamo sostenendo, precisamente, la liberazione del popolo palestinese. Tale liberazione non è né una cosa di destra né di sinistra: semplicemente, è la liberazione da un potere coloniale e va sostenuta in quanto tale. Però non basta. Gli autoproclamati leader della lotta palestinese hanno dato molte volte prova che per nessuna ragione lasceranno che i movimenti di massa spontanei si mettano alla guida del destino del popolo palestinese. Anche l’intifada del 2021 è stata apparentemente imprevista, un movimento completamente spontaneo che non era organizzato da nessuna entità politica. Era un movimento animato da giovani attivisti e comitati locali e si ponevano chiaramente contro il coinvolgimento delle élites politiche, considerati inutili e sorpassati. Molte di queste persone giovani, che prendevano parte alla lotta per la prima volta nella loro vita, erano riusciti a sfidare sia Israele che la leadership palestinese di stampo tradizional-conservatore. Ed è precisamente in una situazione simile che Hamas si è attivato per spezzare il movimento e le nuove prospettive politiche che da esso stavano nascendo, e riportare tutto sotto il proprio controllo.

Come detto, è estremamente importante creare spazi di discussione in cui poter condividere pensieri e prospettive diverse e trovare un terreno comune su cui unire resistenze e lotte dei diversi paesi, non da ultimo nel contesto della Palestina e delle tendenze laiche e di sinistra che attraversano quel contesto. Occorre liberarsi da una sorta di approccio stalinista che io trovo molto comune in Europa e tende a vedere i popoli arabi o musulmani come un blocco monolitico, senza che vi siano profonde spaccature interne. Io stesso ho a volte difficoltà a parlare liberamente di ciò per cui combatto qui ad Atene, perché non è raro che gli oppositori del regime iraniano vengano visti a sinistra come persone vittime di “propaganda occidentale” o robe simili. Invece, è un confronto necessario: sia per la sinistra palestinese che per quella iraniana, afghana o irachena, ecc.

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