martedì , 16 ottobre 2018
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Latina: i migranti indicano la luna

I migranti indicano la lunaLo sciopero dei braccianti agricoli di Latina è stato giustamente definito «storico». La giornata di astensione dal lavoro promossa con l’ausilio della Flai-CGIL, le cui bandiere inondavano di rosso la cittadina dell’agro pontino, ha visto un’adesione massiccia e una partecipazione molto significativa in piazza: oltre duemila operai, in gran parte indiani Sikh. Il sindacato parla di salari da fame, al di sotto «della paga stabilita dal contratto» e di un «orario di lavoro senza regole» chiedendo la rapida approvazione del ddl contro il caporalato da qualche tempo in discussione. Il sindacato si augura anche che il decreto contenga «tutte le misure» per contrastare in modo efficace ogni forma di sfruttamento e di ricatto. Come un’anomalia, il lavoro agricolo pare così essere contraddistinto da rapporti provenienti da un passato quasi archeologico, nel quale lo sfruttamento dipende esclusivamente dal caporale. Si vuole fare di un passato presunto un eterno presente, dimenticando le condizioni politiche attuali che rendono possibile questa modalità di comando sul lavoro. È insomma troppo facile dire che il problema sono i caporali. Leggendo le cronache salta infatti agli occhi un’indicativa frase pronunciata dai lavoratori: «siamo costretti ad accettare 3.50 euro l’ora, altrimenti il padrone dice che non ci fa il contratto e quindi non abbiamo più il permesso di soggiorno». Una frase che, nella sua semplicità, sembra comunque non voler entrare nella testa dei sindacalisti, e non solo nella loro. Quella frase contiene la verità del lavoro migrante e di una legge, la Bossi-Fini, che continua a operare dimenticata, ormai considerata parte del paesaggio. Quella frase ci parla di una condizione migrante accettata e normalizzata, messa a tacere anche da chi fa la questione migrante una faccenda di confine e da chi si rifiuta di vedere come le forme di comando sul lavoro migrante vadano ben oltre un problema di «categoria». I migranti di Latina ci parlano di un’Europa che non è fortezza, ma un luogo nel quale il ricatto politico del permesso di soggiorno detta le condizioni materiali del lavoro e dei diritti, ben più di qualsiasi contratto nazionale o capacità di accoglienza. Lo sciopero del 18 aprile conferma la normalità di una situazione ormai ben nota nelle campagne italiane, ma assai diffusa in ogni comparto, come hanno rivelato le lotte della logistica e come sa chi conosce le condizioni del lavoro di cura svolto per conto di cooperative o nel segreto delle case private. Quella frase ci parla di un mondo del lavoro tutt’altro che «senza regole», nel quale il razzismo istituzionale funziona come strumento di gerarchizzazione e compressione dei salari e dove un permesso di soggiorno stabilisce un rapporto di potere ineludibile e una precondizione della piena legalizzazione della precarietà attraverso il Jobs Act. I migranti di Latina indicano la luna, quand’è che il sindacato smetterà di guardare il dito?

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