martedì , 18 Giugno 2019
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Una giornata particolare. Un sabato di massa a Roma

Una giornata particolareVista da lontano, da chi era a casa occupato in faccende quotidiane, la giornata di ieri è stata davvero una giornata particolare, caratterizzata dall’estranea partecipazione di chi segue due eventi che si scrutano da lontano. Se a Firenze l’evento ci sarebbe stato in ogni caso, solo la presenza di massa nelle piazze e nelle strade di Roma ha fatto sì che ci fosse un controeventoEd era drammaticamente necessario che quella massa fosse esorbitante, pena la sua inesistenza politica. La settimana precedente sono bastati trentamila tra fascisti e razzisti perché si urlasse al consolidamento di una nuova realtà politica. C’è stato chi ha registrato con malcelata soddisfazione l’esordio del lepenismo all’italiana. In fondo un buco nero di razzismo e di fascismo può essere sempre agitato per intimorire le proteste montanti, così come può essere utilizzato produttivamente per rompere fronti che altrimenti potrebbero consolidarsi. Anche per questo ieri trecentomila tra lavoratori, pensionati e precari non sarebbero bastati. Ci voleva una cifra favolosa, tale da non permettere di ironizzare sulla politica di massa. Un milione era la cifra minima che si poteva annunciare. Insomma, dovevano essere abbastanza da non poter essere contati. Solo così la massa ha potuto opporsi almeno mediaticamente alla riunione di Firenze, dove un’indistinta accolita di individui senza tempo, giovani per istituzione, ha dato voce al proprio antico e orgoglioso odio di classe. «Qui noi creiamo lavoro», infatti, altro non significa: noi siamo i padroni del vostro tempo, e voi dovrete lavorare alle nostre condizioni. Il più sincero di tutti è stato un giovane dandy che ha candidamente dichiarato che bisogna limitare il diritto di sciopero nel pubblico impiego. Gli altri presenti hanno messo in scena un educato e un po’ scandalizzato disaccordo, come si fa con una battuta detta nel momento sbagliato.

Gli uomini e le donne che hanno manifestato a Roma sapevano tutto questo e hanno reclamato a gran voce diritti. In primo luogo hanno cioè dimostrato di non voler lavorare a quelle condizioni. E questo non può essere in alcun modo cancellato o ignorato. Nessuno può ironizzare su un milione di persone, che non erano solo salariati garantiti dai diritti acquisiti in un lontano passato. Non erano solo operai e non era nemmeno la classe operaia reloaded. Era una moltitudine variegata di lavoratori che non accetta il suo presente fatto di comando e sacrifici. Per questo la richiesta fondamentale è stata quella dei diritti, anche se niente è più indeterminato dei diritti. Devono essere riconosciuti e devono essere fatti rispettare. E, nel caso concreto, a farlo dovrebbero essere gli stessi che li stanno negando e che hanno le migliori intenzioni di negarli sempre di più. Nella grande penuria di salario e di reddito prodotta dalla crisi, potrebbe essere troppo poco rifugiarsi nei diritti. Nelle condizioni stabilite da chi pretende di risolvere la crisi, è troppo poco chiedere il rispetto di regole che non esistono più. Nel momento in cui il lavoro è ovunque assolutamente e globalmente sregolato, chiedere che esso diventi la misura di ogni regola potrebbe non essere una buona idea. Lo stesso sindacato che ha chiamato a manifestare sta inseguendo da anni la realtà che cambia, così come adesso insegue il fantasma dello sciopero generale. Il problema non è se questo sciopero sarà dichiarato o meno. Il problema è se è ancora possibile confederare tutti i lavori, ignorando la loro diversità, ignorando che per molti il lavoro è la sottomissione a un rapporto di forza brutale e coatto, ignorando che la mobilità di ogni tipo impedisce la convergenza continuativa tra i lavoratori, ignorando soprattutto che il lavoro operaio, migrante, precario sta imponendo e consolidando una gerarchia sociale che va ben oltre l’occupazione lavorativa. Il problema dello sciopero è permettere l’espressione di tutte queste differenze, non di generalizzare una condizione media che non esiste. Il problema non è lavorare con il rispetto dei diritti, perché la plumbea gerarchia calata sulla società impedisce di godere realmente di quei diritti. Nessuno ha una soluzione pronta e sicura da proporre a quel milione di persone e nemmeno agli altri milioni che lavorano nelle più diverse condizioni. Eppure, affinché questa massa di uomini e di donne non diventi solo la malinconica figura di una giornata particolare, si deve produrre una rottura politica di fronte al lavoro. Non si possono semplicemente riaffermare le regole passate. E, paradossalmente, non si può nemmeno solo dimostrare che le regole dei nuovi padroni sono ingiuste. C’è bisogno di produrre e affermare una rottura politica, che non si misura necessariamente nei comportamenti di piazza, ma nella forza con cui questa composizione del lavoro – anche quella che ieri si è mostrata a Roma – non sta alle regole e ne impone di diverse, sottraendosi alle gerarchie imposte grazie al lavoro.

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