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No Kings USA: la sfida di un movimento possibile

La terza mobilitazione No Kings ha visto oltre tremila manifestazioni in tutto il paese. Tra queste, circa seicento nuove iniziative si sono aggiunte a quelle degli appuntamenti precedenti di giugno e ottobre 2025, tutte in contee e in Stati repubblicani. È difficile dare una stima dei numeri che, secondo le organizzazioni promotrici, sono più che raddoppiati rispetto ai tre milioni dichiarati in occasione della prima mobilitazione. In tutti i casi non ci sono dubbi che l’iniziativa del 28 marzo è coincisa con il primo momento di crisi evidente dell’amministrazione Trump.

La guerra in Iran sta producendo fratture nel mondo Maga. L’aumento dei prezzi dei prodotti energetici, delle assicurazioni sanitarie, dei generi alimentari si riflette sul continuo calo del consenso registrato dai sondaggi. La variegata coalizione di interessi e progetti politici che ha sostenuto e finanziato l’elezione di Trump non ha ancora trovato un terreno comune per sedimentare una struttura di governance in grado di bypassare con continuità l’azione dei poteri di controllo e il ruolo delle istituzioni federali. Sono venute in superficie anche le visioni diverse, che si traducono in scontri, tra i CEO (e i guru) della Silicon Valley che fino a qualche mese fa erano considerati tutti allineati dietro al trumpismo. 

Non si tratta della ricerca di un punto di incontro tra l’“illuminismo oscuro” di Curtis Yarvin, il pensiero apocalittico di Peter Thiel e la regolamentazione liberal di Dario Amodei. L’idea di fondo rimane quella del tipo di relazione da instaurare tra la dimensione transnazionale del capitale e le attuali trasformazioni degli apparati e delle istituzioni dello Stato. La guerra, i blocchi e gli ostacoli nelle catene del valore non possono essere attenuati, e men che meno risolti, dall’iperattivismo comunicativo di Donald Trump che platealmente confonde i piani della verità e della menzogna. La transizione verso uno Stato compiutamente autoritario – inaugurata il giorno stesso dell’insediamento di Trump, con la dichiarazione di un doppio stato di emergenza – non si è data in modo lineare e ha subito dei contraccolpi.

Uno di questi è sicuramente stato la lotta contro l’occupazione militare di Minneapolis da parte dell’ICE. Questa operazione, dopo gli interventi della Guardia Nazionale a Los Angeles e Chicago, aveva lo scopo di fissare un punto di non ritorno nella gerarchia del potere politico e del controllo sociale tra gli Stati e il governo federale. L’opposizione e la resistenza che a Minneapolis si sono manifestate a vari livelli – e sono costate due uccisioni a sangue freddo – hanno dapprima rallentato e successivamente ridotto di intensità l’occupazione militare (ad oggi ci sono ancora 400 agenti dell’ICE). A Minneapolis le reti di Risposta Rapida hanno monitorato i movimenti e le operazioni dell’ICE in tempo reale. Le associazioni di mutuo soccorso hanno consegnato generi alimentari ai migranti e alle migranti che avevano paura di uscire di casa, praticando una solidarietà di classe che ha superato la linea del colore.

Sempre più cittadini si sono interposti tra gli agenti dell’ICE e della Border Patrol e coloro che rischiavano di essere arrestati. Una difesa delle singole comunità che ha rispolverato anche forme del tradizionale community organizing conosciuto nel passato: costruire coalizioni con le associazioni esistenti sul territorio, praticare “conversazioni e relazioni strategiche” nella comunità, far emergere una leadership in grado di prendere parola nello spazio pubblico. Ma dopo l’uccisione di Renée Good si è realizzato che la posta in gioco andava ben oltre Minneapolis e il Minnesota.

La manifestazione No work, No school, No shopping del 23 gennaio ha visto una grande partecipazione. È stata fatta una campagna per la chiusura in quel giorno degli esercizi commerciali. I lavoratori e le lavoratrici che non si sono presentati sui luoghi di lavoro lo hanno fatto prendendo delle ferie o mettendosi in malattia. Nessun sindacato ha indetto uno sciopero, che avrebbe implicato la violazione di leggi statali e federali, ma queste pratiche hanno indicato una disponibilità a bloccare la produzione e riproduzione che tuttavia non ha trovato uno sbocco politico.

Dopo l’uccisione di Alex Pretti, le principali associazioni comunitarie, laiche e religiose, i sindacati e il Partito democratico hanno evitato l’allargamento e la radicalizzazione della lotta agitando il fantasma della rivolta di Minneapolis seguita all’uccisione di George Floyd da parte della polizia. Solo una coalizione di gruppi studenteschi, con la contrarietà di associazioni, sindacati e partiti, ha convocato per il 30 gennaio di quest’anno un’altra giornata No Work, No School, No Shopping, che ha visto una buona partecipazione e una diffusione in altre decine di città. Anche se le proteste hanno avuto effetti – come i due mesi di shutdown parziale del dipartimento della Homeland Security, imposti dal Partito Democratico per impedire nuovi stanziamenti di fondi a favore dell’ICE – non si è verificato il salto politico dalla dimensione civile della protesta comunitaria a un conflitto sociale tale da attraversare i luoghi della produzione e riproduzione sociale.

Protesters hold a banner reading “End the wars, stop ICE, general strike” during a rally at Embarcadero Plaza on March 28, 2026, in San Francisco.

I due mesi e mezzo di lotta a Minneapolis hanno costituito un punto di riferimento nella discussione interna alla coalizione che ha promosso le giornate nazionali No Kings sulle forme del conflitto e dell’organizzazione. Nelle call nazionali che hanno preceduto il 28 marzo ci sono state due domande ricorrenti. Il modello Minneapolis è replicabile? Da mesi si parla di sciopero generale contro le politiche autoritarie dell’amministrazione Trump, non è ancora giunto il momento? Domande che non hanno avuto risposte chiare soprattutto da parte delle principali associazioni della coalizione No Kings: il Movimento 50501, Indivisible e Move On.

Mentre la partecipazione ha certamente superato le due mobilitazioni precedenti, l’eterogeneità politica e geografica già emersa – una composizione prevalentemente giovanile e bianca lungo l’asse Boston-New York-Washington, una maggiore presenza latina e afroamericana a Los Angeles, Chicago e nel sud – esprime aspettative diverse. Da chi pensa che la Costituzione sia una forma di autogoverno e che lo Stato sia del popolo, a coloro che tracciano una linea retta tra le giornate No Kings e le elezioni del prossimo novembre, alla presenza trasversale – in questa occasione – del rifiuto della guerra, ai vari appelli per definire (per alcuni delimitare) dei perimetri politici all’interno del movimento di protesta.

Tutto questo si è visto nella scelta di diverse modalità di manifestare. A Boston decine di migliaia di persone si sono riunite in un parco ad ascoltare vari interventi anche di deputati e senatori democratici; a New York e Chicago prima dei grandi cortei si sono organizzate iniziative di protesta che hanno interessato vari quartieri; a Portland è stata messa in campo l’occupazione delle grandi arterie stradali. C’è l’impressione che con questo terzo appuntamento il movimento No Kings abbia raggiunto l’apice della partecipazione e della diffusione possibile in questa forma. Se si vuole smontare il binomio guerra/autoritarismo – che ha costituito uno dei principali elementi di connessione delle molteplici iniziative del 28 marzo – si profila la necessità di un percorso politico maggiormente definito e incisivo.

Ora il prossimo appuntamento è il Primo maggio, guardando come fonte di ispirazione la storica Giornata senza Migranti del 2006, ma anche in continuità con le mobilitazioni avvenute il Primo maggio dello scorso anno. May Day Strong, la coalizione che sta organizzando la giornata nazionale, comprende i No Kings e alcuni sindacati locali. La sfida sta nella costruzione di uno sciopero sociale che metta al centro la lotta contro il neoliberismo autoritario del trumpismo, la guerra e la sua relazione con le forme di dominio e sfruttamento del capitale contemporaneo americano.

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