Deportazioni, lavoro migrante e lotta di classe a Los Angeles
Mentre si diffondono da Minneapolis ad altre città le proteste per l’omicidio di Renee Nicole Good, uccisa a sangue freddo da un agente dell’ICE per aver tentato di ostacolare un raid contro i migranti, pubblichiamo la traduzione dell’editoriale del quarto numero di Long Haul Magazine (uscito a novembre 2025), che spiega il significato anti-operaio della politica razzista delle deportazioni e racconta le forme di opposizione che sono emerse nell’ultimo anno, soprattutto a Los Angeles nella scorsa estate. Per quanto l’ICE svolga una funzione di controllo nei confronti dei movimenti del lavoro migrante fin dalla sua fondazione nel 2003, dall’inizio del secondo mandato di Trump ha messo in atto un numero senza precedenti di arresti nelle strade dove i migranti latinoamericani vivono e nei luoghi dove lavorano, superando le 600.000 deportazioni nel corso del 2025.
Questa guerra contro i migranti – da parte di un’agenzia che per budget sarebbe il tredicesimo esercito al mondo – è stata da subito uno strumento di repressione dell’insubordinazione operaia che negli Stati Uniti si era data negli anni successivi alla pandemia. In molti casi, infatti, l’ICE ha arrestato attivisti e sindacalisti migranti, come Juarez Zeferino nello stato di Washington, o ha preso di mira magazzini che stavano tentando di sindacalizzarsi. In questo contesto, molti padroni stanno cogliendo l’occasione per negare una serie di conquiste ottenute con gli scioperi degli ultimi anni, contando sul fatto che lavoratori e lavoratrici “undocumented” non potranno permettersi di protestare. Come racconta l’articolo di Long Haul, quindi, la politica delle deportazioni non è soltanto uno strumento terroristico finalizzato ad approfondire le condizioni di sfruttamento e a rinsaldare le gerarchie razziali interne al lavoro vivo, ma è anche un attacco contro nuove forme e possibilità di organizzazione e lotta che lavoratrici e lavoratori hanno messo in atto negli ultimi anni, in particolare nelle grandi città, mettendo in movimento le differenze in una politica di classe capace di superare i confini determinati da nazionalità, condizioni giuridiche e settori produttivi.
La rilevanza di tutto questo, però, non si ferma agli Stati Uniti. Da un lato perché la guerra interna contro i migranti si sta intrecciando con la guerra esterna portata da Trump in Venezuela, dove la rimozione di Maduro sarà con ogni probabilità il pretesto per accelerare la rimozione dei moltissimi migranti venezuelani che erano fuggiti da un regime che da tempo aveva intensificato sfruttamento e oppressione imponendo salari sempre più poveri, negando diritti e con arresti di chi protestava, come nel settore petrolifero e minerario. Dall’altro perché la politica trumpiana delle deportazioni non è isolata, in un momento in cui l’Unione Europea sta definitivamente smantellando il diritto d’asilo, in cui molti governi europei stanno inasprendo le regole sull’accoglienza e in cui il governo italiano sta usando la minaccia dell’espulsione come strumento di repressione nei confronti dei movimenti contro il genocidio in Palestina, come avvenuto (per ora senza successo) con l’arresto di Mohammed Shahin.
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Le strade attorno ad Ambiance Apparel portano impresse le tracce di quasi un secolo di lotte operaie. Il 6 giugno 2025, l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) ha fatto irruzione da Ambiance, al 930 di Towne Street, nell’angolo sud-orientale dei circa venti isolati che segnano i confini storici del distretto dell’abbigliamento di Los Angeles – ribattezzato “Fashion District” dopo ripetuti cicli di riqualificazione urbana. Il settore tessile, ancora vivace e implacabile, continua a impiegare oltre 45.000 lavoratori in questo ristretto perimetro, in stragrande maggioranza immigrati dall’America Latina, che sgobbano per produrre merci i cui input sono globali ma la cui destinazione è soprattutto il consumo interno negli Stati Uniti. Indagini recenti sulla filiera dell’abbigliamento nella California meridionale, condotte sia da organizzazioni indipendenti sia da agenzie governative, hanno rivelato un palese disprezzo, da parte di aziende, appaltatori e “jobber”, per i principi più elementari del diritto del lavoro e delle norme di sicurezza vigenti negli Stati Uniti. L’industria dell’abbigliamento ha così rappresentato un bersaglio facile per la tesissima campagna di terrore e deportazioni dell’ICE. Sono queste manifestazioni pubbliche di violenza a rendere possibile lo sfruttamento invisibile e incessante, in un intreccio tra potere padronale e potere del confine.
Lo stesso giorno delle detenzioni da Ambiance e a circa venti minuti a nord-ovest del distretto dell’abbigliamento, l’ICE ha effettuato un blitz all’Home Depot di Westlake e al Day Labor Center gestito dal Central American Resource Center (CARECEN), un centro di lavoratori attivo da lungo tempo, che offre programmi di difesa legale, servizi educativi e formazione professionale per migranti provenienti da tutto il Sud globale. La tattica di tendere imboscate ai raduni informali di lavoratori e lavoratrici a giornata nei parcheggi degli Home Depot era già stata sperimentata contro i braccianti agricoli nella vicina Bakersfield. Nel blitz durato una settimana, tra l’inizio e la metà di giugno, i parcheggi degli Home Depot nelle periferie di Los Angeles – Paramount, Huntington Beach, Santa Ana e Whittier – sono diventati il fulcro delle esibizioni di “enforcement” da parte dell’ICE.
Queste operazioni federali coordinate hanno rappresentato attacchi premeditati contro alcuni dei centri nevralgici del corpo politico proletario della regione: basi sociali, gruppi di autodifesa comunitaria e mutuo aiuto, spazi culturali, forme associative e canali di organizzazione costruiti nel corso di decenni a Los Angeles, che almeno dai primi anni Duemila è una “città di organizers” e il “principale centro di ricerca e sviluppo per il futuro del movimento operaio americano”[1]. Nel colpire i luoghi in cui gli angelenos hanno costruito relazioni di solidarietà, cura e complicità, l’ICE ha attaccato una ricomposizione politica della classe operaia che maturava da tempo. Custodi, insegnanti, cuochi, operatori sanitari, costureras, portuali, camionisti, muratori, becchini, metalmeccanici, autisti delle piattaforme, lavoratori e lavoratrici della ristorazione e dei servizi, addetti agli autolavaggi, venditori ambulanti, lavoratori e lavoratrici dei supermercati, persone con e senza documenti, quasi sempre affittuari: sono stati questi i protagonisti di una lotta intensa e articolata, in più fasi, finalizzata a ricostruire gli elementi di una politica di classe organizzata al di là delle differenze di nazionalità, lingua, settore produttivo e diritti sociali.
Le recenti proteste di strada nelle aree operaie di Los Angeles e le storie intrecciate che le sottendono raccontano le sfide che attendono le prospettive di solidarietà di fronte al populismo anti-migranti. Da un lato, le lotte dentro e intorno all’enorme estensione geografica di Los Angeles tracciano reti crescenti di self-activity operaia. La recente storia del lavoro in città è stata potenziata da queste pratiche: culture di fabbrica sostenute da amicizie improbabili, pendolarismi quotidiani e condizioni di lavoro condivise; scuole di organizzazione radicate nei movimenti sociali; e gruppi di leader operai che hanno difeso con fermezza il diritto di lottare indipendentemente dallo status migratorio. Dall’altro lato, le forze reazionarie hanno cercato di radicare nativismo e apartheid nella riproduzione della classe operaia, gerarchizzando le differenze ed erigendo confini tra lavoratori, reprimendo l’azione collettiva e le tradizioni apprese di solidarietà.
Nelle zone popolari della città – dal distretto dell’abbigliamento alle Gateway Cities, da Boyle Heights alla San Gabriel Valley – il conflitto tra queste tendenze appare da una prospettiva diversa. In questi spazi, la self-activity operaia si è espressa nei luoghi di lavoro, nei quartieri e in altri ambiti della vita sociale, creando una fitta mappa di relazioni e solidarietà che può essere attivata, persino trasformata, nella lotta. Le mobilitazioni persistenti e crescenti della classe operaia multietnica di Los Angeles in risposta alle campagne di terrore, e l’affermazione di rivendicazioni offensive e urgentemente universali – come la pretesa di amnistia per tutti, e dell’abolizione dell’ICE e della Customs and Border Protection (CBP) – offrono un metodo per costruire una cultura politica proletaria comune e per tessere nuovamente l’internazionalismo nelle fibre della classe operaia.
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Vale la pena esaminare i fili storici di questo antagonismo. All’inizio del Novecento, i datori di lavoro si unirono nella Merchants and Manufacturers Association e, in alleanza con altri settori della lobby imprenditoriale cittadina, esplorarono apertamente modi per eludere o reprimere quanto era accaduto in altri bastioni industriali, come l’arcipelago dell’industria leggera del Lower East Side di New York o i macelli e gli stabilimenti di Chicago. Lì, la ferocia delle lotte operaie non aveva potuto essere evitata e aveva imposto l’introduzione di orari ridotti e norme di sicurezza. A ovest, l’open shop[2] divenne invece il “principio fondamentale dell’industria di Los Angeles”, la “pietra angolare della sua prosperità”. Per oltre un secolo, i lavoratori hanno intaccato con tenacia quella pietra, affrontando ondate di repressione da parte di una varietà di attori statali e privati decisi a preservare le basi della supremazia bianca. A Los Angeles, le forze dell’ordine locali collusero apertamente e attivamente con vigilantes privati, rendendo possibili pratiche terroristiche come ronde notturne, roghi di croci, catrame e piume, mutilazioni, attentati, avvelenamenti e pestaggi. Gruppi di vigilantes, organizzati in club come l’American Legion o il Kiwanis, spesso operavano come estensioni informali delle forze dell’ordine locali. I sindacalisti della regione sapevano bene che questi gruppi armati potevano colpire impunemente e senza intervento della polizia.
Negli anni Trenta, ai programmi di deportazione di massa si affiancarono gli attacchi delle squadre di picchiatori di destra dei Teamsters di Dave Beck; negli anni Duemila, la United States Border Patrol ha avuto le proprie milizie. L’ICE prosegue questa tradizione ripugnante attraverso collaborazioni ad alta visibilità con attori privati, da Canary Mission e Betar a capisquadra rancorosi in fattorie e fabbriche. In passato, il dipartimento di polizia di Los Angeles si preoccupava di stabilire, almeno sulla carta, una divisione del lavoro tra le proprie forze e la violenza di vigilanza “indipendente”. Oggi l’ICE non si preoccupa nemmeno di salvare le apparenze. Il 6 agosto 2025, nonostante un’ingiunzione federale contro arresti indiscriminati basati sull’“aspetto fisico”, l’ICE ha fatto irruzione in un parcheggio di lavoratori a giornata utilizzando proprio quel criterio, detenendo 16 persone mentre il direttore regionale di La Migra osservava all’ombra del suo grande cappello da cowboy. La massiccia campagna di assunzioni dell’ICE è una nuova iniziativa che ha iniziato a unire forze della repressione del lavoro prima separate – scagnozzi federali, polizie locali e razzisti fai-da-te – sotto un unico grande vessillo: l’ICE stesso.
In alcuni distretti, questa campagna di assunzioni sta ora confondendo i confini tra settori della classe operaia e livelli statali della repressione del lavoro. Il programma occupazionale dell’ICE, che storicamente ha sponsorizzato forme regionali di intrattenimento popolare come la NASCAR e i rodei, sta attirando una popolazione di reclute sempre più eterogenea. L’ICE si presenta come un datore di lavoro governativo ben pagato che promette bonus all’assunzione e sollievo dal debito. Nelle contee attorno al Rio Grande, l’ICE è il principale datore di lavoro, e talvolta l’unico ad offrire salari elevati[3]. In Louisiana, quelli per l’ICE sono tra i lavori meglio retribuiti disponibili per il personale sanitario. Un’istantanea di questa dinamica si vede all’interno della stessa forza lavoro federale, dove oltre il 77% degli iscritti ai sindacati federali che pagano le quote è stato recentemente privato dei diritti di contrattazione collettiva da un ordine esecutivo di Trump, che li ha formalmente esclusi dai programmi di relazioni sindacali federali. I pochi funzionari ufficiali rimasti nelle strutture sindacali federali dipendono sempre più dalle quote pagate dai membri inseriti negli apparati repressivi. Quando i lavoratori associati alla Federal Unionists Network (FUN) hanno avviato azioni e manifestazioni nei luoghi di lavoro contro i raid dell’ICE negli uffici adiacenti ai centri di detenzione, i sindacati che rappresentano i dipendenti del Department of Homeland Security (DHS) hanno fatto pressione sulle sezioni affiliate affinché ritirassero silenziosamente il proprio sostegno. Eppure, mentre le dimostrazioni di solidarietà crescono in tutto il paese, è chiaro che il nativismo operaio non è un esito inevitabile, nemmeno di fronte alle manovre più estreme a livello federale volte a renderlo tale.
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La linea dura attuale ha un obiettivo chiaro. La strategia di “raid mirati, detenzione sistemica e pratica istituzionalizzata di deportazione selettiva e continua” mira a instillare una “costante paura di cattura e detenzione” tra le popolazioni di lavoratori e lavoratrici migranti, con e senza documenti[4]. I settori economici interamente dipendenti dal lavoro migrante possono tollerare l’esplosione periodica dei raid perché lo scopo non è interrompere permanentemente l’offerta di lavoro ma gestirne i costi dominandola. L’effetto è spingere una parte della classe operaia in condizioni di maggiore sfruttamento, informalità e vulnerabilità, tentando di spezzare i legami che connettono i lavoratori e le lavoratrici migranti a una cultura politica che attraversa i confini del mercato del lavoro. L’obiettivo non è escludere il lavoro migrante, ma segmentarlo e subordinarlo ulteriormente.
Ma l’efficacia della macchina delle deportazioni è stata discontinua – e continuerà a incontrare limiti. Anzi, i suoi sforzi più ambiziosi di decomporre e poi ricomporre la classe operaia sotto la minaccia delle armi hanno contribuito a innescare alcuni degli scioperi più eroici di lavoratori e lavoratrici migranti nella storia del paese. Il programma Mexican Repatriation, avviato all’inizio della Grande Depressione e che espulse oltre due milioni di messicani residenti negli Stati Uniti, coincise nelle sue fasi finali con un’insurrezione operaia senza precedenti nei campi della California[5]. Nella San Joaquin Valley, quasi cinquantamila lavoratori entrarono in sciopero, lasciando marcire innumerevoli quantità di ciliegie, barbabietole, uva e prugne. Queste storie mostrano come l’escalation delle tecniche di controllo dell’immigrazione sia stata spesso seguita da una parallela escalation della militanza operaia, in cui cittadini e non cittadini insieme hanno rifiutato la subordinazione al regime del confine e ottenuto aumenti salariali.
Le lotte dei migranti del 2006 sono di solito ricordate come un tentativo di sconfiggere il Border Protection, Antiterrorism, and Illegal Immigration Control Act del 2005 (HR4437). Ma il movimento fu innescato anche da raid locali e campagne di terrore dell’ICE iniziate nello stesso inverno. Gli organizzatori trasformarono gli scioperi locali nel carburante di un movimento continentale. Le azioni cominciarono meno di due mesi dopo l’approvazione della risoluzione alla Camera nel dicembre 2005. All’inizio canalizzarono soprattutto la rabbia di studenti delle scuole superiori, lavoratori e famiglie latinoamericani. Alcuni sindacalisti locali guidarono le manifestazioni, ma queste azioni non furono il prodotto di reti sindacali nazionali esistenti. Attinsero piuttosto alle risorse soggettive accumulate in precedenti campagne sindacali, nei centri per lavoratori e nei cicli di proteste di strada, comprese quelle contro la Proposition 187 della California nel 1994, una legge ugualmente nativista. Il movimento del 2005-2006 fu alimentato meno dai cauti e tardivi appoggi delle principali organizzazioni della sinistra che dall’attivazione di reti di solidarietà radicate a livello comunitario.
I mesi che precedettero le grandi proteste del Primo Maggio 2006 furono segnati da escalation reciproche tra raid nei luoghi di lavoro e una mobilitazione operaia crescente. L’ondata di marzo vide ventimila persone marciare a Washington e trecentomila a Chicago appena tre giorni dopo, alimentate da abbandoni dei posti di lavoro e scioperi selvaggi. A Los Angeles, un milione di persone si unì alla tempesta, sollevando nuove rivendicazioni scritte su striscioni improvvisati portati da folle che invasero il centro città: “Amnistía Sí!”. Azioni simili in aprile ampliarono la portata geografica del movimento verso quartieri migranti più piccoli e recenti nel Sud, nel Midwest, nelle città-boom della Sunbelt e in piccoli centri dell’industria alimentare. L’ICE, nel frattempo, rispose intensificando i raid nei luoghi di lavoro, in modo particolarmente evidente in quarantacinque stabilimenti del produttore di pallet IFCO Systems. Questa brutale raffica di incursioni segnò distintamente la seconda presidenza Bush, invertendo bruscamente un forte calo dei raid che era durato dal 1993 alla creazione dell’ICE nel 2003.
Il Primo Maggio, ribattezzato El Gran Paro Estadounidense o Día sin inmigrantes, fu la risposta altrettanto fervente del movimento. Milioni di persone raccolsero l’appello ad astenersi dal lavoro, dalla scuola o dagli acquisti. I settori della carne, dell’abbigliamento, dei trasporti e della ristorazione furono particolarmente colpiti, poiché gli effetti del ritiro del lavoro si propagarono ben oltre i luoghi di lavoro più direttamente interessati. Paul Ortiz mostra come gli scioperi selvaggi tra i camionisti che trasportavano generi alimentari abbiano colpito negozi che non avevano alcuna intenzione di chiudere e i cui dipendenti non scioperavano nemmeno. Grandi aziende come Cargill, Tyson Foods e Seaboard chiusero “per mancanza di personale”[6]. Fu la più grande interruzione del lavoro nella storia degli Stati Uniti.
Le rivendicazioni del Primo Maggio non furono solo difensive – sconfiggere la legge, fermare i raid – ma parlarono anche in un registro più offensivo e universale, chiedendo l’amnistia per tutti. I raid di ICE accelerarono immediatamente, intensificandosi tra la fine di maggio e giugno 2006 e prefigurando tassi di deportazione che avrebbero raggiunto il picco sotto l’amministrazione Obama. Questa campagna repressiva fu accompagnata da una disarticolazione ideologica dell’unità dello sciopero del 2006, con tentativi di separare immigrati “buoni” e “cattivi”, e persino i bambini dai genitori. In risposta, fiorirono nuove tendenze organizzative, incluse rivolte all’interno dei centri di detenzione, abbandoni del lavoro in fabbriche e scuole e organizzazioni comunitarie ambiziose come la Los Angeles Tenant Union (LATU), che contava diecimila membri.
Scrivendo nel 2014, nel lungo riflusso di questa stagione organizzativa, Jonathan Perez dell’Immigrant Youth Coalition spiegava che misure come il DREAM Act offrivano un percorso parziale e condizionato alla cittadinanza per una piccola parte dei migranti, integrando al contempo il nativismo all’interno dei segmenti immigrati della classe operaia. Gli studenti che per primi avevano catalizzato gli scioperi del 2006, tuttavia, rifiutarono di mettere da parte i lavoratori più anziani intrappolati nei gradini più bassi del mercato del lavoro: “Non puoi scegliere per chi lottare, e non possono restare nella mentalità dei DREAMer e iniziare a scegliere quale gruppo di oppressi difendere. Quando dicevamo ‘Not One More Deportation’, lo intendevamo davvero”.
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Mentre le dimostrazioni di crudeltà statale competono per attirare la nostra attenzione, la classe operaia di Los Angeles ha offerto momenti spettacolari propri, sia prima sia dopo il raid ad Ambiance. Si pensi alle decine di migliaia di insegnanti in sciopero che si sono uniti alla marcia in centro, a lavoratrici e lavoratori delle pulizie che hanno praticato la disobbedienza civile davanti alla stampa, o all’apparizione episodica di auto della polizia completamente carbonizzate. Questi spettacoli sono preparati da atti ordinari, in quasi ogni luogo di lavoro e quartiere, di una guerra di trincea contro la divisione di lavoratori e lavoratrici. Quando gli insegnanti si riuniscono per pianificare come reagire agli arresti, quando gli infermieri distribuiscono cartellini rossi ai pazienti, o quando le associazioni di inquilini discutono di come dare l’allarme quando l’ICE viene avvistato nelle strade, pongono le basi per un’offensiva più ampia.
Tuttavia, nonostante la straordinaria tenuta dimostrata dalla popolazione di Los Angeles, esiste un rischio reale di cadere in uno schema in cui al prossimo evento di arresti di massa segua un’ennesima mobilitazione reattiva. Le prime salve della guerra per le deportazioni dell’amministrazione Trump hanno inflitto un costo pesante. Organizzatori sindacali in tutto il paese sono stati presi di mira, detenuti, deportati o hanno persino deciso di “auto-deportarsi” in attesa di processo. È dunque necessario attestarsi su rivendicazioni che resistano alla diluizione, rafforzate da una costruzione di capacità di più lungo periodo.
Queste priorità, che riflettono le esperienze accumulate dal proletariato internazionale di Los Angeles nelle precedenti sequenze di lotta popolare, mostrano ancora oggi un potenziale significativo. Gruppi come LATU, che conduce un’attenta ricognizione dei siti di organizzazione preesistenti e intreccia le proprie pratiche politiche nel tessuto profondo delle relazioni sociali tra i membri di base più impegnati, stanno cercando di coinvolgere i manifestanti in gruppi di difesa di quartiere e assemblee, chiedendo una moratoria sugli sfratti e una resistenza quotidiana ai rapimenti dell’ICE. Paulo, un organizzatore della sezione di Koreatown di LATU, ha descritto la loro offensiva in tre parti: esercitare una pressione di azione diretta sugli amministratori locali; preparare il terreno per uno sciopero di massa su scala comunitaria, sul modello del 2006; e ancorare tali iniziative nei centros, negli hub di difesa comunitaria, negli Home Depot, nei centri commerciali lineari e nei parchi. “Gli hub non possono fermare i raid, ma è evidente che sono punti di deterrenza. Ancora più importante, sono punti di ispirazione: dicono alle persone della classe operaia che non ci ritireremo nell’ombra”.
[1] Mike Davis, Magical Urbanism: Latinos Reinvent the U.S. City (Verso, 2001), 170.
[2] Un luogo di lavoro in cui l’iscrizione al sindacato non è obbligatoria (NdT).
[3] Mike Davis, “Trench Warfare,” New Left Review II no. 126 (Nov.–Dec. 2020): 12.
[4] Justin Akers Chacón and Mike Davis, No One Is Illegal: Fighting Racism and State Violence on the U.S.-Mexico Border (Haymarket Books, 2006), 298.
[5] Carey McWilliams, Factories in the Fields (Little, Brown and Company, 1939). Vicki Ruiz, Cannery Women, Cannery Lives (University of New Mexico, 1987); Dorothy Healey, Dorothy Healey Remembers (Oxford, 1990); Christina Heatherton, Arise! Global Radicalism in the Era of the Mexican Revolution (University of California, 2022).
[6] Paul Ortiz, An African American and Latinx History of the United States (Beacon, 2008), 157–158.