∫connessioni precarie

Dentro e contro il transnazionale: il disordine sociale e le guerre del presente

Nel maggio dell’anno scorso, all’interno di un volume collettivo intitolato Nella terza guerra mondiale, abbiamo avanzato un’ipotesi politica basata su una lettura dei rapporti globali dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. Il libro è uscito nel mezzo di un’altra invasione, quella israeliana di Gaza e il genocidio delle e dei palestinesi era sotto gli occhi di tutti.

La nostra ipotesi politica non si collocava nel campo degli studi strategici e nemmeno in quello della geopolitica, più o meno critica. Ci chiedevamo piuttosto se e come fosse possibile uscire da questa guerra ormai mondiale senza passare per una sconfitta netta e senza resti del lavoro vivo contemporaneo. Le due precedenti guerre mondiali con i loro innegabili e giganteschi massacri di uomini e donne erano finite con la Rivoluzione d’Ottobre nel 1917 e nel 1945 con la vittoria di quella cinese, con l’intensificazione irresistibile del processo di decolonizzazione, con la promessa di risarcire il lavoro dallo sfruttamento attraverso il welfare state in occidente. Sapendo di non poter assumere una prospettiva locale perché inevitabilmente limitata e parziale, abbiamo cercato di indagare criticamente quei processi che ci possono permettere di agire politicamente allo stesso livello che la Terza guerra mondiale impone. 

I rapporti globali in cui la guerra mondiale si dispiega e che contribuisce a riprodurre sono ciò che abbiamo definito transnazionale, quale forma materiale e contemporanea della globalizzazione. Da tempo la promessa di un nuovo ordine mondiale si è dimostrata una menzogna e un’illusione. Il commercio, che da secoli non può più pretendere di essere dolce, non è riuscito a stabilire una rete di rapporti simmetrici e pacifici. La via della seta e il WTO hanno mostrato i loro limiti reciproci e solidali. Finita la menzogna liberale dei poteri benefici del commercio si è tornati senza problemi alla guerra di conquista. In questo contesto la presidenza di Donald Trump ha accelerato i processi di decomposizione dell’ordine mondiale che erano già in atto, aggiungendovi un sovrappiù di violenza e di dominio. Da decenni il transnazionale era la forma della crisi della regolazione non solo delle relazioni internazionali, ma anche di un rapporto di capitale garantito dagli Stati nazionali. Con l’invasione russa dell’Ucraina e il genocidio incontrollato dei palestinesi da parte dello Stato di Israele, esso ha assunto la forma della guerra.

La pratica trumpiana del potere è la conferma definitiva di questo passaggio. I teorici Maga sembrano essere gli ultimi lettori del Manifesto dei comunisti: conquistare lo Stato e svuotarlo dall’interno delle sue caratteristiche universali. Solo che lo fanno all’inverso, in negativo, mantenendone solo i caratteri oppressivi e gerarchici. Lo usano come strumento per praticare il carattere selvaggio e violento del transnazionale che emerge definitivamente quando gli Stati Uniti sollevano pretese di acquisizione territoriale nei confronti del Canada o della Groenlandia danese, che fino a pochi istanti prima erano loro alleati. Il colpo di Stato imperiale in Venezuela in nome del petrolio ha dimostrato la consunzione ormai irresistibile del diritto internazionale sorto dalla Seconda guerra mondiale. Come già ricordava Marx, in fondo anche il diritto del più forte è un diritto, ma di sicuro quello che si sta configurando a Gaza, in Ucraina, in Medio Oriente e in America latina non è più l’ordine del diritto internazionale così come l’abbiamo conosciuto nella seconda metà del Novecento. 

L’ennesima guerra del Golfo è l’esibizione più plateale di questa ricercata pratica del transnazionale. A definirne il carattere non è solo il linguaggio anacronistico – «stiamo massacrando l’Iran» – ma la voluta e ricercata estraneità a qualsiasi autorizzazione che non sia quella della forza. Essa è differente dalle guerre per il petrolio che l’hanno preceduta e pretende di combinare ideologicamente guerra di conquista e guerra di liberazione. Il problema per noi è che il grido femminista donna, vita, libertà rischia di essere preso in ostaggio e sovradeterminato dalla restaurazione monarchica o comunque autoritaria della democrazia. Oltre ai pericoli reali di un allargamento incontrollato della guerra, siamo così di fronte all’evidente evanescenza dell’ideologia democratica che viene buona per legittimare qualsiasi azione all’interno e all’esterno, diventando così la democrazia del più forte.

Per due anni, con toni solo leggermente diversi, prima il vicepresidente Vance e poi il segretario di Stato Rubio hanno dichiarato a Monaco che la spartizione degli spazi mondiali deve essere accompagnata da una vera e propria assimilazione ideologica. Essa deve comprendere esplicitamente il riconoscimento delle gerarchie razziali e sessuali costruite nel corso dei secoli dagli stessi occidentali, con il conseguente odio verso i migranti e verso tutti quei soggetti che, praticando la libertà sessuale, mettono in pericolo l’unità ideologica dell’Occidente. Frammenti di un passato che sembrava ormai superato tornano come presente di oppressione e definiscono la scala necessariamente transnazionale delle nostre lotte.

Fadel Senna – AFP via Getty Images

Il transnazionale è un campo di tensione e un terreno di lotta. Esso non è una versione riveduta e corretta della vecchia società internazionale. Esso produce e moltiplica le differenze e la spinta a irregimentarle sembra essere costantemente controfattuale, perché, diversamente dalle precedenti idee di ordine, non punta nemmeno ideologicamente a produrre omogeneità, ma vuole vedere riconosciute le gerarchie di forza e di status. Non è un caso che allo stato attuale non si intraveda alcuna possibilità di esistenza di un tavolo a cui attori diversi possano sedersi per discutere le condizioni di una qualche tregua senza subire completamente la legge del più forte.

Il transnazionale non produce solo guerre esterne, che sono invece il supplemento quasi necessario di quelle combattute all’interno. Significativamente il conflitto in atto sull’intelligenza artificiale si combatte su due terreni inseparabili: il suo utilizzo per i sistemi d’arma automatici e il controllo di massa delle popolazioni. La possibilità di uccidere i nemici sul campo, decidendo su base statistica il loro grado di pericolosità, si accompagna con la necessità di controllare via algoritmo i movimenti di uomini e donne che minacciano l’ordine politico che si vuole imporre.

Se l’intelligenza artificiale non basta si passa comunque a mezzi più classici. In Minnesota è stata combattuta una sorta di guerra civile dall’alto per interrompere le connessioni tra le diverse figure del lavoro vivo che convivevano in quel territorio e che hanno risposto in massa in maniera solidale. Se la guerra civile non basta si possono sempre tagliare i finanziamenti Medicaid, cioè i fondi per l’assistenza sanitaria per le fasce più povere della popolazione. Per quanto la scia di sangue non sia la stessa, la logica violenta di questa guerra interna non è dissimile da quella combattuta sui campi di battaglia. I decreti sicurezza, il controllo della libertà di parola, le legislazioni repressive che si stanno diffondendo in Europa sono certamente diverse nei metodi, ma sono perfettamente coerenti con gli scopi delle politiche trumpiane, senza contare che un’eventuale vittoria delle destre in Francia e poi in Gran Bretagna finirebbe per eliminare anche buona parte di quelle differenze.

D’altra parte, anche la guerra unilaterale combattuta in tutto il mondo contro i migranti produce migliaia di morti e di dispersi. Per tutti gli Stati, indipendentemente dall’orientamento ideologico dei governanti di turno, i migranti e le migranti sembrano essere la massima minaccia alla tenuta dell’ordine sociale. Non è solo il loro sfruttamento senza misura a essere ricercato. La loro presenza, quasi sempre nei livelli più bassi dei lavori della produzione sociale, impedisce quella generale messa al lavoro dell’esistenza che deve investire ogni uomo e ogni donna. Il militarismo imperante non è tanto una militarizzazione della società, ma è nel senso più proprio un’ideologia della riproduzione sociale che pretende di imporre una generale coazione al lavoro che dovrebbe essere accettata senza discutere troppo sul salario e sui diritti accessori. Lo sfruttamento per legge dell’Argentina di Milei non è un’eccezione, ma trova le sue altre espressioni in Grecia, in Ungheria e nel resto di Europa. Lo sfruttamento del lavoro vivo è l’unico tratto omogeneo del transnazionale nel suo complesso.

Dentro e contro questo scenario abbiamo dunque il problema di un’azione politica capace di praticare e non solo di subire il disordine del transnazionale. Oltre il campismo e la mera resistenza, oltre la tirannia del locale, si tratta di affrontare la guerra interna e le sue conseguenze prima che quella esterna chiuda ogni spazio possibile di iniziativa. 

Articoli ∫connessi

Da sempre gli Stati fanno la guerra. È nella loro costituzione, anche quando le loro costituzioni la ripudiano. È ciò...

La terza mobilitazione No Kings ha visto oltre tremila manifestazioni in tutto il paese. Tra...

In May last year, we advanced a political hypothesis based on an interpretation of global...

Da sempre gli Stati fanno la guerra. È nella loro costituzione, anche quando le loro...

La terza mobilitazione No Kings ha visto oltre tremila manifestazioni in tutto il paese. Tra...

In May last year, we advanced a political hypothesis based on an interpretation of global...

LEGGI ALTRO DA strike the war

Da sempre gli Stati fanno la guerra. È nella loro costituzione, anche quando le loro costituzioni la ripudiano. È ciò...

Ma non vi danno un po’ di dispiacereQuei corpi in terra senza più calore? Le...

Da sempre gli Stati fanno la guerra. È nella loro costituzione, anche quando le loro...

Ma non vi danno un po’ di dispiacereQuei corpi in terra senza più calore? Le...

Iscriviti alla newsletter

Ricevi gli aggiornamenti su articoli ed eventi al tuo indirizzo email.