∫connessioni precarie

No Kings: prove tecniche di svolta autoritaria e di opposizione negli USA

“Non sono un re”: così Trump su Truth, il suo social media personale, in risposta alle circa duemila manifestazioni No Kings che ieri hanno attraversato gli Stati Uniti. È dal 5 febbraio che la coalizione che si è definita Movimento 50501 – 50 iniziative in 50 Stati, 1 movimento –, nata sulle piattaforme dei social media, promuove manifestazioni e iniziative contro l’amministrazione Trump. Una coalizione a geometria variabile nelle varie città, che ora raccoglie centinaia di associazioni e collettivi locali. Un percorso di mobilitazione, da febbraio a oggi, che ha avuto un andamento alterno sia per la partecipazione sia per i contenuti politici.

Una prima fase, fino all’inizio di aprile, ha visto quasi esclusivamente l’iniziativa di settori già impegnati politicamente, in dissenso con il Partito Democratico ma gravitanti nella sua orbita, che esprimevano l’indignazione nei confronti dell’assalto di Trump ai principi della Costituzione americana. Un Partito Democratico sotto scacco e diviso tra una parte che ha puntato tutto sull’azione dei giudici per bloccare gli ordini esecutivi trumpiani, scongiurando la mobilitazione sociale, e l’altra che è andata in soccorso a Trump permettendo l’approvazione del Laken Riley Act – una legge contro i diritti dei migranti – e salvando il governo del tycoon Maga da un blocco della spesa in deficit.

Il Liberation Day del 2 aprile, in cui Trump ha annunciato la guerra commerciale globale mediante i dazi, sostenuta da sindacati come l’United Auto Workers, i Teamsters e i portuali della costa orientale, ha rappresentato un primo possibile punto di svolta. Le manifestazioni del 5 aprile, denominate Hands Off, hanno avuto la prima vera proiezione nazionale. La delega dell’opposizione a Trump a settori della magistratura non aveva raggiunto i risultati sperati. Il sostegno sindacale a Trump ha provocato lo sbigottimento di una parte della sinistra americana ancora legata a una concezione della working class sindacalizzata come un soggetto salvifico che prima o poi necessariamente si sveglierà. In quelle manifestazioni si sono notati alcuni aspetti, ancora allo stato embrionale, che poi sono emersi in modo più chiaro successivamente. Si è verificato un salto quantitativo nella partecipazione, che però non ha certo raggiunto i cinque milioni dichiarati dagli organizzatori.

A una composizione essenzialmente giovanile e bianca di New York, Boston e Filadelfia ha corrisposto una significativa presenza migrante latina a Los Angeles, San Diego e nelle città del Texas. A Los Angeles si sono avuti i primi blocchi stradali e si è riattivato un associazionismo anche radicale, migrante e antirazzista. Il tentativo di consolidare la protesta con la convocazione, a stretto giro, di un’altra giornata di mobilitazione nazionale il 17 aprile e con l’organizzazione di un May Day Strong “lavoratori contro i miliardari” ha mostrato le debolezze politiche di fondo di una coalizione “leggera” e molto variegata e l’assenza – per volontà o incapacità – di altri soggetti politici e sociali in grado di mettere in strada il contrasto alle politiche trumpiane. Una battuta d’arresto delle mobilitazioni nel momento in cui sono affiorati conflitti, anche aspri, nell’amministrazione di governo.

Trump e Musk non bastavano più come “decostruttori” dello Stato federale. Non è sufficiente dichiarare molteplici stati di emergenza e forzare l’interpretazione delle leggi allo scopo di imprimere una svolta autoritaria. C’è la necessità di prospettare e definire precisamente i contorni del potere politico, economico e istituzionale: autorità, gerarchie, norme, rapporti. Stabilizzare la svolta autoritaria significa esautorare nei fatti il Congresso, subordinare l’azione delle varie agenzie della repressione sociale ai mutamenti della strategia politica anche sul breve termine, avere un “direttorio esecutivo” che persegua un assetto di potere condiviso. È qui che sono nate le contrapposizioni interne nel cerchio trumpiano sull’efficacia dei dazi, sull’attacco alle università d’élite, sullo smantellamento di quel poco di stato sociale che esiste, sul progetto di legge che taglia i servizi sociali, finanzia il settore militare, diminuisce le tasse ai più ricchi.

Lo scontro tra Trump e Musk, a prescindere da come finirà, è stata l’esplicitazione di interessi e ipotesi politiche divergenti presenti nel governo. Per ricompattare un’alleanza è stato scelto il terreno dell’immigrazione, quello che raccoglie il maggior consenso nell’elettorato repubblicano fino ad arrivare in alcuni settori di quello democratico. Dopo le prove generali a Minneapolis e San Diego, che hanno avuto esiti alterni anche per le proteste, l’obiettivo è diventato Los Angeles: città santuario da pochi mesi con il voto unanime del Consiglio Comunale su una delibera che vieta l’uso di risorse comunali per l’applicazione delle leggi sull’immigrazione, o per collaborare con gli agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).

L’uso di tattiche, mezzi ed equipaggiamento militari nei rastrellamenti di migranti nei cantieri, nei ristoranti, nei parcheggi dei centri commerciali ha avuto lo scopo di creare un clima di terrore e insicurezza in una città con più del 40% di popolazione latina. Nonché di stabilire una catena di comando funzionale ai pieni poteri assegnati all’ICE. Lo schieramento della Guardia Nazionale e dei Marines è da guardare anche come prova di forza tra potere federale e quello dei singoli Stati e non solo come escalation della repressione. Le proteste che sono seguite, con l’assedio di edifici federali e il blocco di uno dei principali snodi stradali dell’intera area metropolitana, hanno avuto inizialmente un carattere spontaneo ma sono diventate sempre più organizzate con il ruolo assunto dalla Community Self-Defence Coalition. Un’azione questa, svolta anche insieme all’Union del Barrio, di soccorso materiale, legale, politico dei migranti vittime delle retate.

È in questo clima che si sono svolte le iniziative No Kings Day di sabato scorso, tanto da essere viste – anche se convocate una ventina di giorni fa e rimaste poco conosciute – come il modo più concreto per esprimere l’opposizione a Trump. Il No Kings Day è diventato lo strumento più immediato e disponibile per protestare anche in coincidenza della parata militare voluta da Trump nel duecentocinquantesimo anniversario della formazione dell’esercito americano. Alcuni milioni di persone scese in strada, anche se non gli undici milioni dichiarati dagli organizzatori, con motivazioni e composizioni diverse.

Se sull’asse Boston, New York, Filadelfia ha prevalso di gran lunga una composizione giovanile, bianca con un’impostazione democratica anche radicale, in California e in Texas si è vista una grossa partecipazione migrante latina che ha messo al centro le proprie concrete condizioni di vita e lavoro. Con alcune situazioni intermedie come nel caso di Chicago. Un dato piuttosto negativo si è notato nelle manifestazioni: l’assenza di una mobilitazione da parte dei sindacati. Ha fatto una certa impressione non vedere a New York, la città più sindacalizzata degli Stati Uniti, bandiere e striscioni dei sindacati tra le 40-50 mila persone che manifestavano sotto la pioggia.

In generale è uno scenario politico-sociale non certo omogeneo, piuttosto frastagliato in cui ognuno porta la propria indignazione e opposizione che fatica ad assumere una dimensione collettiva. Del resto questo si è evidenziato, fino a ora, anche nel Fighting Oligarchy Tour di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Come se si fosse in presenza di eventi necessari, che tuttavia non danno luogo a processi sociali, a percorsi di soggettivazione politica in grado di aprire nuovi spazi di lotta. È su questo che si sta giocando l’incisività e la radicalità dell’opposizione alla svolta autoritaria che hanno in testa Trump, la coalizione Maga insieme a settori militari, finanziari e tecnologici del capitalismo americano.

Articoli ∫connessi

La terza mobilitazione No Kings ha visto oltre tremila manifestazioni in tutto il paese. Tra queste, circa seicento nuove iniziative...

Nel maggio dell’anno scorso, all’interno di un volume collettivo intitolato Nella terza guerra mondiale, abbiamo...

We are happy to share the English translation of our book, Nella Terza guerra mondiale....

La terza mobilitazione No Kings ha visto oltre tremila manifestazioni in tutto il paese. Tra...

Nel maggio dell’anno scorso, all’interno di un volume collettivo intitolato Nella terza guerra mondiale, abbiamo...

We are happy to share the English translation of our book, Nella Terza guerra mondiale....

LEGGI ALTRO DA ∫connessioni globali

La terza mobilitazione No Kings ha visto oltre tremila manifestazioni in tutto il paese. Tra queste, circa seicento nuove iniziative...

Da Minneapolis arrivano le immagini di un nuovo omicidio da parte degli agenti federali schierati...

Pubblichiamo il testo scritto dalle Kongra Star, con cui siamo in continuo contatto dalla nostra...

La terza mobilitazione No Kings ha visto oltre tremila manifestazioni in tutto il paese. Tra...

Da Minneapolis arrivano le immagini di un nuovo omicidio da parte degli agenti federali schierati...

Pubblichiamo il testo scritto dalle Kongra Star, con cui siamo in continuo contatto dalla nostra...

Iscriviti alla newsletter

Ricevi gli aggiornamenti su articoli ed eventi al tuo indirizzo email.