∫connessioni precarie

“Chiediamo la libertà”: lettere dallo sciopero migrante di Delaney Hall

A partire dal 22 maggio, centinaia di migranti rinchiusi nel carcere di Delaney Hall, a Newark, in New Jersey, hanno iniziato uno sciopero della fame e dal lavoro per protestare contro le brutali condizioni di prigionia che sono loro imposte e per chiedere la liberazione immediata di tutti i detenuti, che includono anziani, donne incinte, ragazzini e malati gravi. Delaney Hall, carcere gestito dall’azienda privata Geo Group, ha aperto lo scorso anno ed è parte di un sistema di detenzione gestito dall’ICE che attualmente rinchiude 60.000 migranti in attesa di espulsione, catturati nell’ambito della grande deportazione operata dall’amministrazione Trump. In un anno, dalla prigione del New Jersey sono transitati più di 10.000 migranti, nella stragrande maggioranza dei casi uomini latinoamericani o caraibici senza alcun crimine alle spalle, se non quello, davvero imperdonabile per il sovranismo trumpiano, di avere attraversato un confine senza chiedere il permesso a nessuno, camminando nel deserto o guadando il Rio Grande. Arrestati durante controlli di routine, a Delaney Hall vengono imprigionati per settimane o mesi in celle sovraffollate, senza cure mediche adeguate, privati arbitrariamente della possibilità di ricevere visite, obbligati a mangiare cibo avariato e comunque insufficiente, spinti con la forza dagli agenti a firmare ordini di espulsione o ad auto-deportarsi e nel frattempo costretti a lavorare senza salario o per uno o due dollari all’ora nelle pulizie, nelle cucine e nella manutenzione del carcere stesso. Da tre settimane, però, molti di loro hanno deciso di smettere di lavorare e di mangiare, per esprimere il proprio rifiuto della carcerazione imposta dalla politica razzista delle deportazioni, dichiarando di non volere condizioni migliori nel carcere, ma la libertà fuori.

Già a febbraio ventiquattro prigionieri avevano firmato una lettera di denuncia di ciò che erano costretti a subire e dall’inizio dello sciopero ne hanno scritte altre tre, questa volta firmate da trecento donne e uomini migranti, in cui vengono raccontate nel dettaglio le ragioni dello sciopero, l’inizio di una lotta collettiva e la reazione violenta delle guardie carcerarie. Queste lettere, che ripubblichiamo qui tradotte, sono testimonianza di una lotta e di parole non previste, dettate anche dalla brutalità delle condizioni contro cui donne e uomini migranti si trovano a lottare. Nel frattempo, la lotta dei migranti all’interno di Delaney Hall ha fatto da catalizzatore di nuove proteste all’esterno, dove negli ultimi giorni di maggio si sono radunate centinaia di manifestanti in solidarietà allo sciopero, subendo cariche, sgomberi violenti e decine di arresti da parte della polizia di Newark. La lotta dei migranti di Delaney Hall ci ricorda allora che, pur avendo assunto forme meno visibili dopo la battuta d’arresto di Minneapolis nel gennaio scorso, la politica delle deportazioni continua a portare avanti il suo tentativo di terrorizzare e disciplinare il lavoro migrante (e non), ma continua anche a trovarsi di fronte forme di rifiuto impreviste, che non a caso trovano nello sciopero il proprio strumento. È questo il caso anche dello sciopero minacciato da duemila lavoratrici e lavoratori latinoamericani dello stadio di Los Angeles in cui si terrà la partita inaugurale dei mondiali di calcio, che ha permesso loro di ottenere aumenti salariali e il diritto a lasciare il lavoro in caso di raid dell’ICE. A pochi giorni dal rifinanziamento per 70 miliardi di dollari del budget dell’ICE, questi episodi ci ricordano che è dalle forme di rifiuto portate avanti da lavoratrici e lavoratori migranti, molto più che dai tentennamenti della presunta opposizione in Congresso o da qualunque alchimia elettorale, che passano le possibilità di una lotta contro l’ICE, contro Trump e contro il loro razzismo istituzionale.

S.O.S.: una seconda lettera da Delaney Hall

N° 1

Con la presente, ci prendiamo la libertà di dare conto della situazione che migliaia di migranti stanno vivendo nei centri di detenzione. In questo caso, parliamo direttamente di DELANEY HALL NJ 07105.

Inizialmente, chiediamo perdono per il modo in cui siamo entrati negli Stati Uniti, ma [lo abbiamo fatto] date le circostanze che stavamo vivendo nei nostri paesi, che mettevano in pericolo le nostre vite e quelle di alcuni membri delle nostre famiglie.

Al momento dell’ingresso, ci siamo consegnati alle autorità di frontiera, che ci hanno registrati e ad alcuni di noi è stata concessa la libertà vigilata oppure è stata fissata una data di udienza per continuare i nostri procedimenti, conformemente all’opportunità concessaci dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti. Allo stesso modo, avevamo controlli periodici per presentarci alle autorità. Abbiamo inoltre ottenuto permessi di lavoro, un numero di social security, abbiamo presentato la dichiarazione dei redditi e abbiamo lavorato legalmente contribuendo all’economia del paese. Dobbiamo anche menzionare che all’interno di questo gruppo ci sono persone che hanno attraversato la frontiera, si sono integrate nella società, hanno formato famiglie e vivono nel paese da 10 anni o più con i loro figli che sono cittadini. Pur non avendo uno status legale, hanno anch’essi pagato le tasse annuali e hanno la fedina penale pulita. Tra noi ci sono persone della comunità LGBTQ+ con diagnosi di malattie come HIV, cancro, diabete, problemi cardiaci, tra le altre, che non ricevono adeguata assistenza medica per le suddette condizioni.

N° 2

Sappiamo che gli agenti dell’ICE hanno l’ordine di arrestare i migranti, ma nei nostri casi eravamo già stati registrati, stavamo rispettando i requisiti legali e non vi era alcun ordine di un giudice per la nostra detenzione o il nostro arresto, poiché fin dal nostro ingresso avevamo ricevuto un beneficio procedurale. Tuttavia, gli agenti dell’ICE non hanno tenuto conto del fatto che vi fosse già una data di udienza presso il tribunale per l’immigrazione, e ci hanno arrestati durante gli appuntamenti di controllo presso le strutture dello U.S. Citizenship and Immigration Services. Anche dopo che ci è stata approvata la “credible fear” [la dichiarazione con cui i e le migranti affermano il timore di tornare nel proprio paese di origine e che li rende idonei alla richiesta di asilo, ndr], siamo stati sottoposti a procedimenti giudiziari in cui gli avvocati hanno paura di rappresentarci, perché affermano che esiste un ordine presidenziale di deportare quante più persone possibile senza esaminare ogni caso individualmente, e che di conseguenza i giudici stanno respingendo un alto numero di casi, archiviandoli.

Ci sono giorni in cui i giudici Shana W. Chen, Joshua Hawkes, Rastegab Ramin hanno più di 40 udienze da esaminare e in cui studiare come debba essere applicato il giusto processo, eppure in pochi minuti prendono decisioni definitive emettendo deportazioni ed espulsioni. Molte udienze vengono annullate, lasciando i detenuti in attesa per mesi di una data di udienza.

Allo stesso modo, i procuratori presentano istanze per inviare le persone in Paesi dell’America Latina come Ecuador, Guatemala, Honduras e persino in Uganda, in Africa -paesi con condizioni di violenza e persecuzione uguali o peggiori a quelle da cui stiamo fuggendo. Persino persone provenienti da quegli stessi Paesi si trovano attualmente sul suolo statunitense in cerca di sicurezza e protezione per poter continuare a difendere i propri casi d’immigrazione. Questo ha portato molte persone, sotto pressione, ad accettare e firmare la partenza volontaria verso i propri paesi d’origine, a rischio del pericolo a cui potremmo essere esposti.

N° 3

In questi tribunali, i giudici informano il detenuto che può acquistare un biglietto aereo per tornare nel proprio Paese d’origine, ma l’agente dell’ICE nega tale possibilità, evidenziando contraddizioni tra gli stessi funzionari governativi.

Allo stesso modo, vi sono casi di persone che hanno già firmato la partenza volontaria e per cui i giudici hanno approvato le deportazioni e che attendono 2 o 3 mesi per essere inviate nel proprio paese d’origine.

Ci sentiamo vulnerabili e, in un certo senso, sequestrati – detenuti senza giustificazione – per non parlare del fatto che siamo torturati fisicamente e psicologicamente a causa delle scarse risorse alimentari fornite in questi centri di detenzione. Vediamo con profonda impotenza e frustrazione che il nostro giusto processo, i nostri diritti e la nostra difesa sono stati violati, ignorando i benefici concessi dal 4°, 5° e 6° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti. Le famiglie vengono distrutte e separate: ci sono bambini, nipoti e minori che subiscono un fortissimo impatto psicologico perché non comprendono la situazione, e in alcuni casi hanno assistito agli arresti dei propri familiari, colpiti dalla tragedia e dal peso economico, poiché nella maggior parte dei casi siamo capifamiglia.

N° 4

È di pubblico dominio che gli agenti hanno arrestato persone con limitazioni fisiche, tra cui: sordi, muti, ciechi, anziani e persino donne incinte.

Vediamo giovani con casi di juvenile status [permesso di soggiorno per migranti di età inferiore ai ventuno anni] approvati, con i quali conviviamo nei centri di detenzione. Vi è inoltre un’elevata diffusione del COVID-19 nei centri di detenzione, e l’influenza è costante tra i detenuti, il che potrebbe portare a focolai di malattie o epidemie.

Oltre a quanto sopra, in alcuni tribunali non disponiamo di interpreti o traduttori, come è avvenuto nel caso del signor ■■■■■■■■■■■■■■■■, A■■■■■■■■■, che alla sua udienza aveva un’istanza per l’Ecuador da parte del giudice, poiché il tribunale non disponeva di traduttore o interprete.

Siamo certi di non essere processati in modo equo secondo le leggi sull’immigrazione e la Costituzione. Abbiamo visto compagni di detenzione con residenza, visti U, visti T, tra altri casi simili.

Abbiamo visto giudici in questo centro di detenzione pronti a eseguire deportazioni ed espulsioni di massa senza esaminare adeguatamente i casi. Viviamo nell’angoscia e nella paura di comparire in tribunale.

Stiamo assistendo a come i giudici ignorino le decisioni dei giudici federali, ad esempio non onorando le sentenze di habeas corpus decise da un giudice federale, privandoci della nostra libertà.

N° 5

I giudici Shana W. Chen, Joshua Hawkes, Rastegab Ramin ci accusano di essere un pericolo per gli Stati Uniti d’America o, in alternativa, dichiarano che fuggiremo dalle agenzie per l’immigrazione, sebbene dispongano di strumenti di monitoraggio adeguati come i braccialetti elettronici alla caviglia con GPS o i controlli costanti presso gli uffici per l’immigrazione. Vi sono persone detenute da 5 mesi o più, alle quali è stata negata la cauzione più di una volta nonostante una fedina penale pulita e un habeas corpus approvato.

Chiediamo sinceramente e vivamente aiuto a Senatori, membri del Congresso, fondazioni e organizzazioni che collaborano con gli immigrati.

Il nostro sogno americano è la sicurezza e la protezione delle nostre famiglie. Ci troviamo in una situazione difficile, e confidiamo in Dio e crediamo che giustizia sarà fatta secondo la legge degli Stati Uniti d’America, poiché è un Paese sovrano e costituzionale rispettato in tutto il mondo per la difesa dei diritti umani.

Nelle pagine seguenti vi sono le firme dei detenuti che certificano quanto scritto.

S.O.S.

Non arrendetevi: una terza lettera da Delaney Hall

26 maggio 2026, Delaney Hall Detention Facility – ICE

Comunicato

Noi, i detenuti del Delaney Hall Detention Facility, desideriamo esprimere la nostra opposizione alla violazione dei nostri diritti in quanto esseri umani migranti. Noi, i detenuti, chiediamo il nostro rilascio progressivo, sulla base del fatto che i nostri arresti sono stati illegali; i migranti in questo Paese hanno il diritto di attendere i propri procedimenti d’immigrazione pendenti al di fuori del carcere; pertanto, chiediamo di essere rilasciati su cauzione o con la libertà vigilata affinché possiamo completare i nostri procedimenti.

Inoltre, chiediamo una maggiore efficienza nei nostri processi giudiziari, così come una maggiore efficacia e urgenza per coloro che richiedono e firmano il proprio rilascio volontario; riteniamo ingiusto trattenere in custodia fino a tre mesi persone che desiderano andarsene di propria volontà.

Oltre alla detenzione illegale e forzata della maggior parte di noi che ci troviamo qui rinchiusi, vi è il trattamento inumano che tutti i detenuti di questa struttura subiscono quotidianamente. La società responsabile (GEO) non soddisfa le condizioni di base necessarie a tutelare la nostra salute e le nostre vite. Alla loro incompetenza amministrativa dobbiamo aggiungere le seguenti ingiustizie e irregolarità perpetrate da ICE e GEO:

  • Cibo contenente vermi o in stato di decomposizione.
  • Problemi irrisolti, in particolare per quanto riguarda i bagni, che si trovano in condizioni terribili e inumane.
  • Problemi di ventilazione.
  • Gravi problemi di salute: la maggior parte delle persone ha un’influenza persistente con catarro che non passa; molti hanno congiuntivite, infezioni delle vie urinarie, febbre e tosse.
  • Problemi di assistenza medica:
    • Se sei malato, devi presentare una richiesta che impiega due settimane per ottenere una risposta — oppure non ricevi mai alcuna risposta.
    • Gli infermieri si rifiutano di curarti immediatamente.
    • Prescrivono solo Tylenol per qualsiasi disturbo. Le parole esatte degli infermieri: “Non siamo una farmacia”.
  • Gli agenti dell’ICE costringono i detenuti a firmare ordini di deportazione.
  • Non esiste alcun protocollo d’emergenza: in caso di cadute o aggressioni, i soccorsi arrivano con un’ora di ritardo.
  • Le sentenze dei giudici sono altamente discutibili; la maggior parte delle richieste di cauzione viene respinta senza base legale.
  • I detenuti sono costretti a lavorare, nella maggior parte dei casi senza paga, o per 1 dollaro l’ora.

Apprezziamo il sostegno di tutti coloro che protestano fuori dalla struttura. Vogliamo che sappiate che ci date la forza e la determinazione per andare avanti. Vi preghiamo: non arrendetevi!

Chiediamo a tutte le autorità competenti una risposta urgente e attendiamo loro notizie. Con il massimo rispetto, i detenuti della struttura di Delaney Hall.

Che Dio vi benedica!

“Chiediamo la libertà”: una quarta lettera da Delaney Hall

31 maggio 2026

Con questa lettera, renderemo conto degli eventi che hanno avuto luogo dal 22 maggio 2026, quando è iniziato lo sciopero della fame presso la struttura “Delaney Hall”, dove le persone detenute hanno tutte volontariamente smesso di lavorare e di assistere nelle operazioni della struttura. Da quando è iniziato lo sciopero, siamo stati sottoposti a ritorsioni, discriminazioni, scherni, maltrattamenti e minacce, principalmente da parte del personale GEO. Ecco alcuni nomi che siamo riusciti a identificare: il Tenente L■■■■, il Supervisore M■■■■■■■■, F■■■■■ M■■■■■■■ (manager), M■■■■■■ (amministratore), il direttore della struttura e gli agenti di turno, J■■■■■ (responsabile della cucina).

Minacciano costantemente di deportarci, di trasferirci in unità di punizione e di spostarci da un centro di detenzione all’altro; ci fotografano nei dormitori senza il nostro consenso e ci dicono che qui non abbiamo diritti.

Attraverso queste minacce, cercano di costringerci a lavorare in tutte le aree della struttura (pulizie, cucina, manutenzione, lavanderia, lucidatura dei pavimenti) e cercano di costringerci a scendere per i pasti facendoci firmare una lista così da poter monitorare chi scende e chi no, allo scopo di punire chi non mangia.

Il 25 maggio, siamo stati radunati nella sala comune; il direttore della struttura, F■■■■■ M■■■■■■■, e l’amministratore, M■■■■■■, volevano parlare con i leader dello sciopero della fame per identificarli.

Si sono irritati quando abbiamo detto loro che non c’era alcun leader e che lo sciopero era uno sforzo collettivo. Per questo hanno preso provvedimenti ritorsivi contro il giovane di nome “■■■■■■”, la persona che aiutava con la traduzione.

Per questo il personale GEO ha tentato di portarlo via in manette, cosa che tutti noi, vedendo l’ingiustizia, abbiamo voluto impedire bloccando pacificamente il loro passaggio con le mani alzate affinché non lo portassero via; in cambio abbiamo ricevuto da loro: percosse, spray al peperoncino, e l’intervento di una squadra antisommossa dell’ICE che ha spruzzato spray al peperoncino in tutta la struttura, causando il ricovero d’urgenza di molte persone in ospedale – una a causa delle percosse e altre colpite dal gas. A oggi, non abbiamo saputo nulla di quelle persone. Ci hanno limitato l’accesso ai tablet, alle visite e alla sala comune. La aprono solo in modo limitato come forma di punizione.

In conseguenza di tutto ciò, ci sentiamo psicologicamente colpiti e siamo tormentati dalla paura che possano mettere in atto le loro minacce senza alcun motivo.

I giudici, senza esaminare i casi, ordinano l’espulsione in due o tre udienze, verso il Paese d’origine o verso un Paese terzo; inoltre il 95% delle udienze per la cauzione viene respinto sostenendo che siamo a rischio di fuga, anche se non dispongono di argomentazioni concrete. A causa di queste sentenze, vi sono persone che si trovano qui da 3 mesi a un anno e mezzo. Chiediamo che le cauzioni vengano riesaminate poiché siamo padri e madri senza precedenti penali e abbiamo contribuito a questo bellissimo Paese.

Meritiamo di essere liberi e di completare il procedimento a casa con le nostre famiglie, dato il tempo eccessivo che abbiamo trascorso in questo carcere.

Potremmo essere rilasciati, anche se ciò significasse essere sottoposti a sorveglianza, obbligati a presentarci regolarmente o a indossare un braccialetto elettronico alla caviglia. Le condizioni in questo carcere non sono adatte a esseri umani per un periodo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione, e a causa di ciò siamo costantemente malati.

Chiediamo la libertà, un processo equo, e che i nostri diritti siano rispettati.

S.O.S.

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