Da Minneapolis arrivano le immagini di un nuovo omicidio da parte degli agenti federali schierati per dare la caccia ai migranti. È la terza volta in meno di tre settimane che l’ICE e il Border Patrol aprono il fuoco contro i civili a Minneapolis, dopo l’uccisione a sangue freddo di Renee Good il 7 gennaio e il ferimento di un migrante venezuelano una settimana dopo. Un conteggio a cui andrebbero aggiunti gli episodi dei mesi scorsi, come l’uccisione di Silverio Villegas-González a Chicago a settembre e gli oltre trenta migranti morti mentre erano in carcere in attesa della deportazione.
Questa volta si tratta di Alex Pretti, un infermiere di 37 anni, fermato mentre cercava di difendere un’altra manifestante e ucciso mentre era circondato e bloccato a terra da sei agenti. Come nel caso di Good, anche ieri la segretaria alla Homeland Security Kristi Noem e lo squadrista in capo Greg Bovino hanno cercato di descrivere la vittima come un “domestic terrorist”. Il messaggio dell’amministrazione Trump è chiaro: mentre la politica delle deportazioni sta cercando di rinsaldare le gerarchie razziali che hanno a lungo diviso la società americana, ogni forma di solidarietà al di là della linea del colore deve essere punita e criminalizzata.
Questo non ha impedito a migliaia di persone di riversarsi nelle strade per protestare, scontrandosi con gli agenti federali e costruendo barricate per proteggere i propri quartieri. Così come non lo aveva impedito il giorno prima, venerdì 23 gennaio, quando la protesta dei cittadini di Minneapolis ha compiuto un salto di qualità, mettendo in atto il primo sciopero generale contro l’amministrazione Trump e la sua politica delle deportazioni. In quella giornata, decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori si sono astenuti dal lavoro per esprimere il proprio rifiuto della violenza razzista che da un mese l’ICE ha scatenato contro donne e uomini migranti, ma anche contro tutti coloro che si schierano dalla loro parte. Hanno scioperato in molte forme, non presentandosi al lavoro, prendendo ferie, mettendosi in malattia, imponendo la chiusura di centinaia di negozi, bar, ristoranti e magazzini, scendendo in piazza in 50.000 nonostante il gelo dell’inverno del Minnesota.

Lavoratrici e lavoratori hanno quindi scioperato nonostante nessuno dei sindacati che avevano aderito alla giornata si fosse spinto al punto di proclamarlo formalmente. Una scelta, questa, dettata senz’altro dalla volontà di non violare le severissime leggi antisciopero statunitensi, ma dovuta anche al ruolo ambiguo che nell’ultimo anno i sindacati hanno avuto nella lotta contro l’ICE. Mentre le rappresentanze sindacali locali sono state quasi sempre impegnate direttamente contro i raid nei posti di lavoro e in difesa dei propri iscritti migranti, le strutture nazionali hanno mostrato una certa timidezza nel prendere posizione contro la politica migratoria trumpiana, pur partecipando all’organizzazione delle manifestazioni “No Kings”. In aggiunta allo smantellamento del National Labor Relations Bureau e alla cancellazione del diritto di contrattazione collettiva per gli impiegati federali, le oltre 600.000 deportazioni realizzate nel 2025, con l’apparato terroristico a cui si accompagnano, rappresentano però un elemento centrale, se non la punta più avanzata, dell’attacco contro lavoratrici e lavoratori portato avanti dall’amministrazione Trump allo scopo di reprimere e disciplinare le forme di insubordinazione e i processi di organizzazione e sindacalizzazione emersi negli ultimi anni.
A differenza delle strutture sindacali, alle lavoratrici e ai lavoratori di Minneapolis – come a quelli di Los Angeles nello scorso giugno – è stato invece chiaro fin da subito che la difesa del lavoro migrante dalle deportazioni rappresenta un terreno decisivo dell’opposizione a Trump. La giornata del 23 gennaio è stata infatti il punto culminante di una mobilitazione che va avanti da oltre un mese, in una città occupata militarmente, in cui i quasi 4000 agenti dell’ICE (a fronte di un corpo di polizia locale di circa 600 agenti) agiscono impunemente compiendo ogni giorno retate indiscriminate nei quartieri migranti, in cui le scuole hanno ormai spostato le lezioni online e in cui molti posti di lavoro restano chiusi per mancanza di forza lavoro. Fin dall’arrivo dell’ICE in città a dicembre, però, i residenti hanno moltiplicato le iniziative di solidarietà e sviluppato forme di autorganizzazione e autodifesa per segnalare la presenza di pattuglie e tentare di ostacolarle, ma anche per offrire un supporto concreto alle migranti e ai migranti, soprattutto latinoamericani e somali, che cercano di uscire di casa il meno possibile per non rischiare di essere arrestati.
Per questo Minneapolis è fumo negli occhi per Trump e i suoi: perché è sede di una classe operaia multinazionale e multirazziale che rifiuta testardamente di farsi dividere dalla linea del colore e che, cinque anni dopo essere insorta in seguito all’omicidio di George Floyd, rende ancora una volta evidente la centralità della lotta antirazzista per le prospettive della lotta di classe negli Stati Uniti.
Dopo l’omicidio di Alex Pretti, il governatore del Minnesota ha mobilitato la Guardia Nazionale. Si respira aria di guerra civile a Minneapolis. È però solo dall’approfondimento e dall’allargamento delle lotte in corso che passa la possibilità per lavoratrici e lavoratori statunitensi non solo di contrastare la guerra ai migranti e di resistere all’ICE, ma di fermare il progetto autoritario dell’estrema destra statunitense. Anche a Minneapolis, la pratica dello sciopero inaugurata venerdì indica la possibilità di dare forza a un’opposizione di massa contro la violenza del disordine trumpiano e a un movimento reale capace anche di superare le incertezze, le debolezze e le ambiguità dei sindacati e del Partito Democratico.