giovedì , 13 Agosto 2020
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Nel nome di George Floyd: ribellarsi per un futuro

di FELICE MOMETTI

Poteva succedere dappertutto ma non a Minneapolis. Queste le parole di sconcerto pronunciate, in una intervista televisiva, da un consigliere comunale di quella città. Invece proprio a Minneapolis un agente di polizia, con la complicità di altri tre, ha ucciso un afroamericano perché ha pagato un pacchetto di sigarette con una banconota contraffatta. Non doveva succedere in una città che ha un sindaco impegnato nella difesa degli inquilini sotto sfratto. Un consiglio comunale composto da 12 democratici, tra i quali 2 afroamericani transgender, e un verde. Un capo della polizia afrolatino che è arrivato in quella posizione per aver denunciato, alcuni anni fa, i comportamenti razzisti di un gruppo di agenti. Minneapolis ha eletto Ilhan Omar, di origini somale e musulmana, alla Camera dei Rappresentanti con il 78% dei voti. Omar è sicuramente tra le figure politicamente più a sinistra elette a livello federale. Quindi perché è successo? La tesi che l’establishment politico-mediatico vuole accreditare è quella delle poche mele marce razziste che ancora non si è riusciti a togliere dal canestro. Una tesi raffazzonata per evitare di fare i conti con una realtà che riguarda la grande maggioranza delle città degli Stati Uniti a prescindere che siano amministrate dai democratici o dai repubblicani.

Il razzismo istituzionale della polizia, compresa quella di Minneapolis, è uno degli elementi costitutivi dell’organizzazione disciplinare della società e del controllo del territorio. La militarizzazione delle procedure di intervento, la rigida gerarchizzazione del comando, l’uso di tecnologie mutuate dagli scenari di guerra, le corsie preferenziali previste per l’assunzione di ex combattenti in Iraq e in Afghanistan, l’impunità garantita dai tribunali nella quasi totalità dei casi sulla base del principio dell’«immunità qualificata» stabilito dalla Corte Suprema (si tiene conto della «buona fede» in caso di uso eccessivo della violenza) sono i pilastri sui quali si regge l’intero sistema delle polizie statunitensi. E per rendere le polizie ancor più «proattive e performative» negli ultimi anni sono stati introdotti dei software predittivi per gestire il controllo soprattutto dei territori metropolitani. Si chiama Predictive Policing e consiste in una serie di metodi e modelli per prevedere i luoghi e gli orari in cui possono essere commessi i reati, per schedare le persone e i gruppi che in futuro possono commetterli, per creare profili standard individuali e collettivi di probabili colpevoli, per predire le possibili vittime dei reati. Come in tutti i modelli riferiti a comportamenti sociali ciò che fa la differenza è la scelta dei dati, dei profili da inserire per farli funzionare e degli obiettivi da perseguire. La polizia deve essere «produttiva» per numero di arresti, dai quali dipendono promozioni, premi e altri incentivi. La polizia deve «fare cassa» con multe e sanzioni per ripianare i bilanci cittadini. Non ci vuole molto a capire che tutto ciò si abbatte su un preciso segmento della popolazione: lo strato a basso reddito costituito in larga parte da afroamericani. Il razzismo istituzionale delle polizie è tutto questo insieme che ne definisce l’azione, il ruolo e l’autonomia. Certo che ci possono essere agenti più razzisti di altri, ma è il funzionamento impersonale dell’intero sistema che sovradetermina i singoli comportamenti degli agenti. Minneapolis non era e non è un’eccezione. È a tutti gli effetti un esempio di come funziona il razzismo istituzionale della polizia che il ceto politico non ha alcuna reale intenzione di smantellare. A meno di non rimettere in discussione l’intero sistema della rappresentanza politica.

Le rivolte di questi giorni in decine di città americane sono sicuramente l’emblema di un effetto domino tra la popolazione afroamericana: il riconoscersi nella condizione di George Floyd a Minneapolis, come in passato in quella di Trayvon Martin a Sanford e di Michael Brown a Ferguson. Ma non solo. Le dimensioni, l’intensità, la radicalità e la composizione delle mobilitazioni e dei riot non sono una semplice riedizione del passato. Ci si mobilita e si agisce facendo uso di una variegata gamma di forme e repertori. Dal tradizionale corteo che chiede conto alle istituzioni del loro operato, alla veloce mobilità nello spazio urbano di gruppi che scelgono più obiettivi, all’assedio di luoghi simbolo come i distretti di polizia e sedi istituzionali, al blocco di grandi vie di comunicazione, alla testimonianza silenziosa nel luogo dell’omicidio. È cambiata anche la composizione sociale. Non solo, o in gran parte, giovani afroamericani. Quelli, per capirci, del This ain’t yo daddy’s civil rights movement («Non è il movimento dei diritti civili di papà») in campo dalla rivolta di Ferguson del 2014. C’è una presenza visibile e significativa di giovani bianchi e latini che partecipano non per un astratto spirito di solidarietà o solo per l’indignazione per la brutalità della polizia, ma partendo dalla propria condizione sociale e materiale che trova punti in comune con quella dei giovani afroamericani. E tutte le forme di mobilitazione e rivolta sono attraversate da una partecipazione e da un protagonismo di giovani donne che, a questi livelli, non si erano visti in passato. Così come si è ampliato l’arco generazionale di chi partecipa o solo sostiene le proteste. Una situazione che vede il condensarsi di una serie di elementi che va dal razzismo istituzionale della polizia, a una pandemia che ha falciato soprattutto afroamericani e latini che non possono accedere alle cure di un sistema sanitario accettabile, alle 40 milioni di domande per il sussidio di disoccupazione, a un’alternativa a Trump ‒ come quella di Biden ‒ percepita come insufficiente. In altri termini è l’intero sistema politico e istituzionale a non essere ritenuto credibile e non in grado di dare delle risposte a delle condizioni sociali non più sostenibili. Infatti, dopo le solite parole di circostanza contro il razzismo da una parte e le solite minacce sanguinarie dall’altra, il punto di incontro dell’intero establishment democratico e repubblicano che sia è stata la proclamazione del coprifuoco e lo schieramento della Guardia nazionale. Rimane una sola alternativa: che la pratica del conflitto di questi giorni apra un nuovo percorso di politicizzazione nello spazio sociale e urbano. Qui si gioca un possibile futuro.

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