sabato , 16 dicembre 2017
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Contro il regime del salario. Sul dominio del tempo tra fabbrica e metropoli

di ELEONORA CAPPUCCILLI

Un nuovo regime di produzione che mette a valore l’autonomia e l’autoimprenditorialità; una nuova società dell’io; una nuova economia che si poggia sul lavoro gratuito: questa è l’immagine superficiale dell’economia politica ai tempi del neoliberalismo. Poi c’è il dominio violento che fa leva sul potere pastorale; la rete come modello dello sfruttamento; il lavoro salariato malpagato e ricattato: questa è la faccia nascosta del regime del salario attuale, quel puzzle di condizioni di vita e lavoro dentro e contro cui siamo costretti a muoverci. Guardando da entrambe le prospettive il neoliberalismo appare come un enigma irrisolto, eppure proprio la convivenza di due modelli inconciliabili sembrerebbe costituire la ricetta del suo successo senza storia e senza fine. Lungi dall’essere un insieme monolitico e onnicomprensivo, il neoliberalismo si dà sotto vesti differenti, in luoghi sconnessi. Di volta in volta, mostra un lato diverso per ingannare gli astanti, convincendoli di poter trovare la soluzione allo sfruttamento, anzi, meglio, la chiave per innescare la rivolta, se solo si posizionassero correttamente. In questa rincorsa al nuovo paradigma, si rischia di perdere la bussola per strada.

Per non smarrire la retta via e rimettere al suo posto l’utopia senza tempo del sogno neoliberale è utile leggere insieme Salari rubati. Economia politica e conflitto ai tempi del lavoro gratuito (ombre corte, 2017), a cura di Francesca Coin, e I cieli e i gironi del lusso. Processi lavorativi e di valorizzazione nelle reti della moda, di Davide Bubbico, Veronica Redini e Devi Sacchetto (Guerini scientifica, 2017) che permettono di identificare le zone di sovrapposizione e di conflitto tra gli universi apparentemente separati e non comunicanti del variegato precariato metropolitano, da un lato, e del lavoro irregolare, disperso tra distretti industriali e opifici casalinghi, dall’altro. Il tentativo di «stilare una tassonomia del lavoro gratuito», come spiega Coin nell’introduzione agli otto saggi del volume, va insomma coniugato con l’analisi sociologica della produzione a rete globale svolta da Bubbico, Redini e Sacchetto, che invece fa del salario la misura dell’imposizione di un dominio assoluto sul tempo. Dalle pagine dei due libri prende forma un regime del salario globale che presenta crudeltà, asperità, criticità, sconnessioni, dislivelli, asimmetrie, violenza. Solamente a partire dalla sua complessità è possibile cogliere le modalità, spesso in tensione, tanto dello sfruttamento quanto dell’insubordinazione.

La prima caratteristica di questo regime è appunto la dimensione compiutamente globale. Le riforme del lavoro e del welfare che dall’inizio del XXI secolo punteggiano le agende politiche degli Stati europei – leggi Hartz tedesche, il Jobs act nostrano, la loi travail francese – sono accomunate, afferma Coin, dal fine di elevare a norma la precarietà, la ricattabilità, gli straordinari non retribuiti. Come fossimo in una costante e iperestesa zona economica speciale in cui le aziende, con il lasciapassare dei governi, detengono un potere indiretto, come notano Redini e Sacchetto, sulle condizioni politiche di vita e di movimento dei lavoratori/cittadini nei diversi territori della produzione globale. Il risultato evidenziato in entrambi i volumi è uno sfilacciamento del legame tra lavoratori e con il sindacato, una riluttanza e quasi vergogna a parlare delle condizioni salariali e lavorative, in un clima di rarefazione e individualizzazione estrema dell’esperienza del lavoro.

Senza dubbio, l’informalità del rapporto di lavoro, la retorica del buon padrone, la promessa di un salario, anche sotto forma dell’estinzione di un debito contratto con il capo (che, per i lavoratori e le lavoratrici migranti spesso fa anche da agente di intermediazione delle migrazioni, fornendo documenti e contratti di lavoro), sono elementi che accomunano processi simultanei e conflittuali. La smaterializzazione del management e l’apparente de-salarizzazione della prestazione lavorativa, che si presentano come l’architrave e la tendenza ormai consolidata di un’intera economia considerata come stadio ulteriore della produzione capitalistica e riassunta sotto il nome di post-fordismo, sono il correlato di una struttura produttiva in cui è la merce a essere smaterializzata al fine di spostare l’attenzione dai prodotti al cliente, e in cui il salario continua a essere la misura evidente del dominio capitalistico. Il gioco perverso dell’oscuramento del lavoro vivo fa leva proprio sull’incomunicabilità tra questi mondi, nascondendo le specificità sociali e individuali del lavoro. Nella frammentazione attuale, che distrugge ogni orizzonte di universalismo, l’occupabilità è requisito obbligatorio, una condizione permanente e imperativa che racchiude forme di salario e di lavoro diverse, tra cui quello descritto come gratuito. E da questo punto di vista bisogna essere chiari. Il lavoro gratuito non esiste. Anche quando sembra riportare in vita da un passato remoto il significato originario del termine salario, ovvero il dono di un superiore all’inferiore, la prestazione lavorativa è sempre sottomessa alla legge del denaro, ovvero al suo comando. Non è d’altra parte un caso che l’apparente gratuità del lavoro faccia la sua comparsa nell’epoca della finanziarizzazione di ogni ambito di vita.

Nelle pagine di Salari rubati emerge un mondo di lavoretti, di volontariato imposto, di tirocini e stage poco o per niente retribuiti, che corrisponde a un mercato del lavoro in cui la precarietà costituisce la condizione generale. Forse, tuttavia, non vale la pena cercare di misurarla, di quantificarla come condizione separata e particolare, in quanto, com’è ormai evidente, anche la distinzione tra lavoro garantito e non garantito è evanescente e instabile. Si pensi, ad esempio, all’affermazione del voucher come paradigma della tendenziale informalità del lavoro in generale. Piuttosto che parlare di una crescente sostituzione tra lavoro standard e non standard, laddove è il criterio stesso di standard a perdere valore, acquista importanza l’utilizzo di questa distinzione non solo nelle politiche dello Stato e delle istituzioni economiche e finanziarie europee e globali, ma anche in quelle del sindacato. Come emerge da entrambi i volumi, il sindacato svolge un ruolo che non si limita alla mediazione del conflitto tra capitale e lavoro, ma agisce come attivo fattore di precarizzazione: si pensi agli accordi tra le organizzazioni sindacali confederali e il Comune di Milano prima di Expo 2015 che includono per la prima volta il lavoro non pagato, come riporta Andrea Fumagalli.

La dimensione contemporaneamente industriale, metropolitana, logistica del regime del salario spinge a percorrere vie nuove di organizzazione. Contro un dominio che mette in discussione la stessa possibilità di riprodurre la vita, come ha notato Ferruccio Gambino, il regime del salario va aggredito contemporaneamente tanto sul terreno della produzione quanto su quello della riproduzione. Non sorprende che il lavoro non pagato, la cui diffusione è ben mappata in Salari rubati, prenda a modello il lavoro riproduttivo, un lavoro che sta subendo processi di finanziarizzazione e taylorizzazione tipici del settore logistico. Allora, più che rivendicare un riconoscimento sociale del lavoro gratuito, svolto dentro e fuori casa, bisogna interrogare la materialità dei processi attuali che lo pongono all’interno di un vasto assortimento di lavori sottopagati, informalizzati, voucherizzati, e sempre sfruttati. Solamente a partire da qui è possibile rovesciare radicalmente le condizioni che permettono al lavoro non pagato di mantenere una legittimazione ideologica – legittimazione che tuttavia non può fare a meno di elementi coercitivi e comunque non è immune dalla contestazione. Lo sciopero globale dell’8 marzo e il più vasto movimento che con la parola d’ordine dello sciopero sta mettendo in questione la tenuta dell’ordine neoliberale costituiscono un esempio di questa contestazione e mostrano come il lavoro vivo stia cercando altre vie per esprimere il suo rifiuto alla coazione permanente imposta dal salario. Nonostante la pervasività del modello di autorealizzazione individuale basato sulla famiglia e sul lavoro, donne e uomini continuano a sottrarsi a questa coazione. Qualunque analisi che trovi nell’adozione di stili di vita alternativi una risposta efficace al dominio neoliberale e patriarcale rischia di non essere all’altezza di questa sottrazione e di quel rifiuto. Oggi contestare il regime neoliberale della produzione di soggettività e le forme di controllo dentro e fuori dal posto di lavoro implica negare alla radice la possibilità di trovare nel riconoscimento del proprio ruolo, del proprio lavoro o delle proprie più o meno ortodosse scelte familiari un risarcimento adeguato allo sfruttamento subito o, peggio, una qualche forma di «riequilibrio economico». Il problema, semmai, è come arrestare la pretesa di dominare il tempo che il salario, in qualsiasi forma esso si presenti, paradossalmente anche quando sembra assente, avanza sulle nostre vite.

Non possiamo allora limitarci a ingannare il tempo, perché chi ne scandisce il ritmo ne controlla ogni battito. È tempo invece di un’altra musica, che non può semplicemente ridursi all’appello al reddito come rivendicazione capace di rispondere alla moltiplicazione delle sedi e delle modalità dello sfruttamento. Innanzitutto fa problema la sua incancellabile dimensione limitata e localizzata, che nega il terreno globale come spazio di iniziativa. In secondo luogo, esso risulta uno strumento difficilmente applicabile nei contesti dell’economia informale, dove la merce, lungi dall’essere vettore di conoscenza, è il residuo «duro» che resiste all’invisibilizzazione del lavoro operaio. Ad esempio, dall’etnografia condotta da Bubbico nella catena della produzione della moda in Campania, emerge chiaramente che il reddito funziona come livellatore salariale, dato che spesso la busta paga viene stabilita informalmente non solo sulla base dell’età, del sesso e del livello di esperienza, ma anche dell’eventuale godimento di ammortizzatori sociali. In più, in contesti come questi, altamente esposti alla volatilità del rapporto di lavoro, la concessione del reddito di base potrebbe costituire un fattore di ulteriore informalizzazione e seclusione, in quanto coloro che ricevono assegni familiari, che sono in condizione di mobilità o in cassa integrazione, oltre a ricevere salari inferiori vengono spediti a lavorare a casa per evitare le visite ispettive.

Davanti a questo scenario contraddittorio, la rivendicazione del reddito di autodeterminazione, che diventa di cittadinanza nelle parole di Bifo – e bisognerebbe almeno chiedersi il senso di questo termine in un momento in cui parecchie centinaia di migliaia di bambini sono ancora in attesa del riconoscimento di un limitatissimo ius soli –, suona come canto di sirene, una richiesta che scambia la punta del lavoro non pagato con l’intero iceberg del regime del salario in cui sono messi a lavoro milioni di individui in tutto il mondo. Chiedere reddito non può voler dire risolvere il conflitto tra capitale e lavoro spostando il problema altrove, o pretendendo che non riguardi il lavoratore cognitivo della bioeconomia. Non bisogna andare nella (sempre meno) lontana Cina per scoprire il lavoro salariato, ma nelle campagne aretine, nei vicoletti napoletani, nei «distretti artigianali» della Riviera del Brenta. Un lavoro salariato che di certo non è rimasto identico a se stesso, ma ha subito la spinta oggettiva delle trasformazioni del capitale globale e quella soggettiva delle lotte operaie, logistiche, sociali, migranti, precarie di donne e uomini. A essere tramontato, dunque, non è tanto il rapporto di salario in sé, come in troppi si sono affrettati ad affermare, ma la possibilità di una stabilizzazione e mediazione in termini contrattuali della coazione al lavoro che esso rappresenta. Tanto le trasformazioni del capitale quanto le lotte nel lavoro costruiscono l’attuale regime del salario che trova nella frammentazione, nella relazione perversa con il welfare e il governo della mobilità, nelle asimmetrie delle reti globali del valore, la propria costitutiva instabilità.

A partire da questa instabilità, bisogna forse tornare a mettere in discussione il rapporto sociale su scala reale, sapendo quante e quali difficoltà questa prospettiva comporti. Sempre più spesso il rifiuto delle condizioni di vita e di lavoro prende globalmente il nome di sciopero. Esso è in modi diversi il rifiuto più o meno organizzato delle condizioni in cui veniamo messi al lavoro, del regime di produzione e riproduzione della società neoliberale. Se lo sciopero nella sua dimensione sociale e transnazionale per alcuni sembra costituire una risposta troppo ambiziosa, quasi un feticcio inarrivabile nell’attuale desertificazione dell’organizzazione operaia e precaria, il suo orizzonte si radica fortemente nella materialità dei processi attuali. Esso è un’arma diretta di conflitto. Riappropriarsi dello sciopero vuol dire smetterla di accontentarsi e prepararsi a impattare le condizioni politiche e sociali che impongono il costante intensificarsi del dominio e dello sfruttamento.

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