domenica , 28 Novembre 2021

Per Yaya Yafa: logistica, migranti e i limiti del sindacato

di GIORGIO GRAPPI

La morte di Yaya Yafa all’Interporto di Bologna – lavoratore interinale e richiedente asilo rimasto schiacciato al terzo giorno di lavoro tra una ribalta del magazzino di SDA e un camion durante le operazioni di carico merce – non è un semplice ‘incidente sul lavoro’. È l’esito di processi che sono stati ignorati per anni. Di che cosa parliamo? Di almeno tre cose: primo, la fabbrica dell’Interporto è al servizio di un sistema, quello della logistica, che fa del ciclo continuo un elemento centrale del suo funzionamento. La riorganizzazione della produzione prima e l’espansione dell’e-commerce poi hanno scaricato sul settore il peso di far funzionare fabbriche e cantieri e di recapitare a casa delle persone i loro acquisti. Questo ha fatto sì che un’organizzazione del lavoro già sottoposta a notevoli pressioni si sia trovata al centro di un vortice che girava sempre più veloce. I magazzini dove si smistano le merci sono diventati il punto sul quale maggiormente si scarica questa pressione. E a pagarne il prezzo sono i lavoratori e le lavoratrici del comparto.

La pandemia ha oggi mostrato a tutti che la logistica è un’industria ormai ‘essenziale’ per la vita economica e sociale e non può bloccarsi se non per interruzioni contingenti. Tuttavia, mentre il settore diventava sempre più ‘strategico’, questo non ha consegnato nelle mani dei lavoratori e delle lavoratrici lì impiegati un maggior potere se non di interdizione e l’iniziativa rimane in mano padronale. Perché? Qui entrano in gioco gli altri due elementi che completano il quadro. La seconda cosa da considerare è infatti l’utilizzo spasmodico del subappalto che coinvolge tutte le catene logistiche globali, trovando in Italia terreno particolarmente fertile. In generale il mondo della logistica richiede risposte veloci, ma temporanee: il lavoro deve essere svolto subito quando c’è, ma non appena calano i traffici le imprese si vogliono liberare dei costi della manodopera. Alla ‘produzione leggera’ è così corrisposto un sistema di ‘assunzioni leggere’. Quella che sembrava una risposta alle contingenze è però col tempo diventato un elemento strutturale di un sistema in cui i picchi di produzione non sono più solo stagionali, ma giornalieri e a volte orari. In questo contesto l’assoluta inefficacia dei sistemi di controllo sui luoghi di lavoro ha permesso un arbitrio quasi totale da parte delle imprese. L’esistenza di una forma flessibile come la cooperativa ha poi consentito di costituire e sciogliere ditte appaltanti con molta disinvoltura. La logistica non è l’unico comparto dove vigono queste logiche, ma è quello dove condizioni estremamente differenti sono a più stretto contatto. E questo avviene mentre un’immagine pubblica di efficienza tecnologica allontana dalla vista le condizioni concrete di fatica e arbitrio che la caratterizzano. Fin qui siamo all’analisi del comparto, ma visto che a lavorare ci sono uomini e donne bisogna anche chiedersi chi siano gli uomini e donne che lavorano nella logistica e in particolare nei magazzini.

Questo è il terzo elemento su cui spesso si sorvola o che viene toccato solo tangenzialmente.

Ebbene, nella stragrande maggioranza sono lavoratori e lavoratrici migranti. Non è sempre così, ma anche dove non è così, come ad esempio nei magazzini di Amazon, è evidente il rapporto con un lavoro migrante sottoposto a condizioni talmente negative da permettere alle imprese di far apparire come buone condizioni appena migliori. Una fotografia anche sfocata della segmentazione e stratificazione del mercato del lavoro mostra una gerarchia evidente tra lavoratori migranti e non, con i primi a occupare i posti più bassi. Ci si può sforzare finché si vuole di analizzare motivazioni culturali, ma il dato fondamentale è che questi lavoratori hanno bisogno oltre che di un salario di un permesso di soggiorno e per guadagnarsi la regolarità sono spinti ad accettare le mansioni e le condizioni lavorative che gli imprenditori riservano loro. Ma anche tra i migranti esistono gerarchie e in questo ranking del valore, che vede le donne in una posizione di costante doppio svantaggio, si è da qualche anno aggiunta la figura del richiedente asilo. Sempre più spesso, infatti, l’estrema precarietà dei richiedenti, che devono attendere anni per le loro pratiche e nel frattempo sono sospesi in un limbo amministrativo, li ha resi appetibili per le agenzie di somministrazione, anche per chiamate di brevissima durata. I migranti più giovani, da poco in Italia, privi di quelle reti sociali che servono da supporto ai migranti di più lunga data e bisognosi di un reddito sono i destinatari più immediati di questo sistema. Yaya era uno di questi. A confermarlo anche il fatto che ci è voluto del tempo prima di ricostruire chi fosse con precisione, i suoi contatti e la sua storia.

Chiariti questi punti viene da chiedersi se tutto ciò sia avvenuto in un contesto di docilità e arbitrio assoluto dei datori di lavoro. La risposta a questa domanda è no, perché il comparto logistico e in particolare i magazzini sono ormai da molti anni l’epicentro di una costante protesta operaia. Questa, anche grazie alla posizione strategica sopra ricordata, ha portato in molte situazioni a ottenere aumenti salariali e condizioni di lavoro più accettabili. Ma non ha modificato il sistema nei suoi pilastri strutturali. In questo processo, i sindacati di base sono stati il riferimento più importante per i lavoratori e le lavoratrici che non ci stavano, offrendo una sponda importante alle loro proteste e adottando pratiche di sciopero che si sono rivelate decisive, dato il funzionamento della logistica, come i blocchi. In tutto questo processo cosa hanno fatto i sindacati più grandi e in particolare la CGIL? In molte situazioni sono stati identificati come elementi della controparte, più impegnati a fare accordi con padroni e padroncini che non ad ascoltare l’insofferenza crescente e la disponibilità alla lotta che circolava nei magazzini. Ci sono casi limite, in cui il sindacato cogestiva il lavoro assieme alle cooperative e chiudeva un occhio sulle conseguenze, ma in generale il dato che è emerso è stata una netta spaccatura sulle possibilità e modalità di lotta, innescando una evidente competizione sindacale.

Sarebbe tuttavia semplicistico ridurre a una bega tra strutture sindacali la tensione emersa anche nelle ore successive alla morte di Yaya, quando un piccolo presidio di delegati della CGIL all’interno dell’Interporto ha prodotto momenti di tensione con gli operai che stavano bloccando temporaneamente la zona per protestare. Al di là delle evidenti differenze di linea politica e di responsabilità ‒ con quelli sulla carta più forti a lungo silenti quando non conniventi, mentre sindacati fino a poco prima nemmeno presenti nei magazzini strappavano salari più alti e ritmi più gestibili ‒ si sta infatti rivelando nella logistica un limite che accomuna tutte le azioni puramente sindacali.

Lo stesso sindacato di base si trova ora a fare i conti con questi limiti: mentre ha saputo consolidare una base di iscritti pronta all’azione, infatti, nei magazzini è cresciuta una nuova quota di lavoratori senza tutele e senza rappresentanza. I grandi gruppi come SDA hanno risposto all’evidente forza accumulata da sindacati come il SiCobas concedendo loro quote di salario e stabilizzazione dei rapporti. Ma l’organizzazione del lavoro è solo minimamente cambiata, la dimensione transnazionale e diffusa delle reti logistiche è rimasta intatta e i rapporti esterni ai magazzini immutati. Così, anche se molti degli iscritti al sindacato, anche se migranti, non hanno particolari problemi a rinnovare il permesso di soggiorno (anche se sono costretti a spendere una parte del salario guadagnato con la lotta per espletare le pratiche), il ricatto del permesso è ben presente sull’insieme del lavoro migrante. A questo si sono aggiunte condizioni come quella dei richiedenti asilo, ciclicamente inseriti o espulsi nei circuiti dell’accoglienza, la cui precarietà amministrativa e di vita è totale.

A condizioni esterne immutate, quando non peggiorate a causa della diffusa precarietà di vita e lavoro e dell’isolamento politico dei migranti, le aziende hanno avuto buon gioco a integrare le nuove gerarchie del lavoro con il sistema del subappalto. Questo ha permesso tanto di tamponare la forza acquisita dai lavoratori sindacalizzati quanto di rispondere alla crescita del comparto con ulteriore flessibilità della manodopera. Ostinandosi a non voler assumere la condizione specifica del lavoro migrante come tema centrale della riflessione politica e organizzativa il sindacato tutto, compreso quello di base, si è condannato a una lenta erosione della forza acquisita. Inoltre, l’insistenza su una forza costruita sì in connessione tra più magazzini, ma tutto sommato ‘locale’ all’interno di alcune filiere della Pianura Padana, deve ora fare i conti con ristrutturazioni aziendali che si articolano su scala nazionale, quando non europea. Se in alcuni casi, come quello della TNT a Piacenza, questo porta a repentine chiusure che tagliano le gambe alla forza organizzata dei facchini, nel caso di SDA la previsione di nuovi centri allarga la rete e con questo diminuisce la capacità di interdizione dei sindacati.

Ma è nella composizione della forza lavoro che gli equilibri sono ormai cambiati, richiedendo una seria riflessione: nel magazzino dove lavorava Yaya gli ‘interinali’, in buona parte richiedenti asilo e non sindacalizzati, sono ormai una quota decisiva della forza lavoro. Al di là delle questioni legate alla sicurezza e alla sistematica sconnessione tra l’immagine di processi automatizzati ed efficienti e la realtà dei magazzini, prendere sul serio la morte di Yaya dovrebbe allora quantomeno servire a mettere in luce cambiamenti che rischiano di minare la possibilità di far valere una forza operaia dentro i magazzini. La forza acquisita dai lavoratori sindacalizzati, in buona misura assunti a tempo indeterminato tramite cooperative, rischia infatti di trasformarsi in una forza contraria agli interessi collettivi dei lavoratori, quando nella gestione quotidiana questi lavoratori si trovano a comandare colleghi più deboli contrattualmente, perché interinali, e amministrativamente, perché richiedenti asilo. Se a questo sommiamo il fatto che esiste una netta divisione del colore, con gli interinali in larga parte dell’Africa Sub-Sahariana e i dipendenti di cooperativa in buona parte Nord Africani o Asiatici, capiamo come le aziende stiano costruendo una trappola da cui bisogna uscire.

Per farlo non basta insistere sulle pratiche di lotta, per quanto sia evidente che lo scontro nella logistica rimarrà ‘duro’ e questo continuerà a portare risultati parziali, né sul consolidamento di una base militante pronta a mobilitarsi. Occorre infatti mettere finalmente al centro il lavoro migrante nel suo complesso, nella ricerca di ciò che può far avanzare gli interessi comuni di una composizione variegata ed attraversata da fratture e divisioni che sono certificate per legge e che non possono essere risolte semplicemente ignorandole. Nel fare questo è anche importante prendere atto di come il contesto delle lotte nella logistica sia già cambiato rispetto agli anni in cui queste hanno assunto la ribalta, e con questo anche la mappa della presenza sindacale. Il sindacato di base non è più l’unico a farsi avanti, come dimostra l’investimento in termini di comunicazione, ma anche di presenza nei magazzini e di iniziative di sciopero, a partire da Amazon, della CGIL. Questa accresciuta presenza è un fatto positivo, perché significa che il fermento che attraversa la logistica non può più essere ignorato. Certo, la storia recente deve mettere in guardia ed è facile presumere che in molte situazioni la funzione di questa nuova presenza sia di normalizzare i rapporti, cercando di mettere nell’angolo presenze più scomode, che cercheranno così di guadagnare ulteriore spazio e visibilità. Ma se è vero quanto detto prima riguardo le fratture e divisioni che attraversano il lavoro nei magazzini è anche evidente che se l’azione sindacale rimane confinata nei propri limiti diversi sindacati potranno legittimamente competere tra loro per rappresentare le diverse condizioni con vertenze specifiche e separate. Il compito più urgente in questa fase è allora quello di allargare lo sguardo della lotta ed evitare che questa nuova situazione si trasformi nei fatti in una ulteriore frammentazione a tutto guadagno dei padroni.  Questo vale anche per l’illusione che la mediazione istituzionale di Comune e Regione possa in qualche modo intaccare questo sistema: non solo perché, come mostra il caso della Yoox, le istituzioni locali fanno soprattutto il tifo per le imprese e il loro successo, ma perché anche loro sono parte di un sistema e di un dibattito pubblico segnati dalla violenza dei confini e delle politiche dell’immigrazione. Così, i richiedenti asilo sono visti alternativamente come soggetti da espellere o come soggetti vulnerabili portatori di diritti umani, ignorando che in buona parte già lavorano legalmente nei magazzini che fanno muovere l’economia regionale e nazionale. Se i sindacati continueranno ad aggirare la questione, che lo facciano nel nome di un proletariato indistinto o di un riscoperto antifascismo di cui si stenta a comprendere il contenuto concreto, il risultato non cambia. E gli effetti continueranno a sentirsi non solo nei magazzini ma, più in generale, nella capacità di incidere sui rapporti di forza complessivi dentro i luoghi di lavoro, lasciando che sia il razzismo istituzionale, più o meno democratico e decorato con sempre più impalpabili politiche di integrazione, a decidere il perimetro dell’azione sindacale.

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