venerdì , 30 Settembre 2022

SDA Game: Work as you play. Play as you work

di FLORIANO MILESI e OTHILLE

Ti arriva un messaggio, devi correre in un punto imprecisato che non conosci. La strada è buia e nebbiosa, e i pericoli tanti. Se sei riuscito ad arrivare a destinazione, avrai spiegazioni sommarie in una lingua strana e dovrai fare cose che non sai fare. Alcuni muoiono strada facendo, altri schiacciati vicino a te, ma il premio è succoso e allettante.

Non stiamo parlando di una nota serie Netflix: sei un richiedente asilo e stai andando a lavorare all’interporto di Bologna, il premio è il permesso per poter stare in Italia.

I parallelismi con Squid Game vengono facili per il duro percorso che i migranti devono affrontare dal proprio luogo di nascita. Tuttavia, se nella finzione la motivazione principale è il debito economico, in questo caso a quello si somma anche un debito di cittadinanza, il debito di chi è nato nella parte sbagliata del globo.

Ma come si arriva all’interporto dall’Africa subsahariana? Una volta arrivati in Italia, e passati i due mesi durante i quali si dovrebbe imparare l’italiano, l’iscrizione ai Centri per l’impiego è prassi, soprattutto in Emilia-Romagna, dove questo comporta il passaggio dall’inoccupazione alla disoccupazione. Questo passaggio, apparentemente insignificante, in realtà concede la possibilità o meno di poter accedere a un diritto normalmente scontato, ossia la sanità gratuita. Difatti, se sei un richiedente inoccupato, per la sanità emiliana sei ricco e ti puoi permettere di pagare il massimale sui ticket.

Da lì, le strade possono essere molteplici e non sempre così nitide. Se i Centri per l’impiego notoriamente non riescono a trovare impiego a nessuno se non agli stessi impiegati che ci lavorano, alcuni richiedenti asseriscono di aver ricevuto messaggi con offerte di lavoro pochi giorni dopo l’iscrizione. Un miracolo? Di fatto, le vie più battute sono da una parte il passaparola tra connazionali dall’altra le spinte delle cooperative che lavorano nell’accoglienza. Trovare lavoro permette ai rifugiati di iniziare ad avere un’indipendenza economica ma soprattutto alleggerisce la coscienza di chi lavora nelle cooperative del sociale, coscienza leggera resa possibile solo se non si considera la spinta verso il tritacarne dello sfruttamento. Con tutte le buone intenzioni, almeno ci auguriamo, i richiedenti vengono affidati alle agenzie interinali, dove uomini e donne smistano quotidianamente come grigi burocrati le braccia che mantengono a galla la produzione e la riproduzione: in linea di massima, se sei uomo finisci in qualche magazzino dell’interporto, se sei donna andrai a pulire camere d’albergo.

Essere un rifugiato in quella posizione è davvero scomodo e pieno di dilemmi amletici. Se lavorare è il sentiero consigliato per raggiungere i vari premi offerti tra protezione speciale, sussidiaria o l’agognato asilo politico (se non addirittura un permesso di soggiorno), scritte in piccolo ci sono clausole che se ignorate hanno comunque risvolti importanti. Difatti, i solerti controlli incrociati fatti dalla prefettura analizzano se i guadagni siano più alti di 460 euro al mese (5000 euro l’anno, il costo di una camera singola a Bologna), soglia oltre la quale sei indipendente e puoi permetterti di uscire dall’accoglienza perdendo il tetto e il tuo domicilio presso il centro d’accoglienza, necessario al lavoro, e prenderti un attico vista due torri. Specie con contratti che durano una settimana.

Chi ha avuto la fortuna di essere chiamato deve raggiungere il posto di lavoro, spesso disperso nella nebbiosa bassa bolognese con mezzi di fortuna: biciclette o, i più swag, con il monopattino, mezzo perfetto per destreggiarsi al buio tra i camion dopo dodici ore di lavoro.

Ogni tanto ne muore qualcuno, ma tanto questo non succede nei luoghi di lavoro e, tutto sommato, sarà la fortuna di qualcun altro che potrà avere il suo posto di lavoro. Chi si riempie la bocca di parole quali formazione e sicurezza dovrebbe iniziare ad aprire gli occhi su quale è la situazione reale, perché spesso e volentieri chi arriva sul posto di lavoro non può permettersi di pretendere questo lusso. Inoltre, pensare che la formazione porti a maggiore sicurezza è possibile solo per chi vede i magazzini dalla propria scrivania. Se i ragazzi come Yaya non hanno avuto nessuna formazione e difficilmente hanno mai avuto occasione di sapere come funziona un magazzino e quali sono i pericoli, anche i lavoratori formati e di lunga esperienza, in quel magazzino ed in tanti altri, sanno benissimo che seguire tutte le procedure di sicurezza è impossibile, che si possono mantenere certi numeri e ritmi solo facendosi carico del rischio di qualche incidente. E incidenti più o meno gravi accadono quotidianamente, e siamo pronti a scommettere che le ambulanze che corrono avanti e indietro dall’interporto sono molte ma molte di più del numero di incidenti denunciati.

Che cosa accomuna Yaya e il presidente Mattarella? Entrambi hanno movimentato merce presso l’hub SDA dell’interporto bolognese. Se durante l’inaugurazione del nuovo HUB, celebrato in pompa magna come fiore all’occhiello della logistica italiana, il magazzino appariva pulito, ordinato e semideserto come la narrazione sulla automazione vorrebbe, la realtà quotidiana risulta ben diversa.

L’HUB è stato inaugurato nel 2019 e, siccome SDA è il lato oscuro delle poste italiane, erano presenti tutte le principali autorità tra cui il Presidente della Repubblica ed il ministro Di Maio. Al fine di ottimizzare e rendere questa azienda un valido competitor sul piano dei corrieri internazionali, questo HUB si avvale di tecnologie di ultima generazione per poter processare circa 36000 colli all’ora, giorno e notte, ma soprattutto notte.

Per i fanatici accelerazionisti pronti a gioire di fronte alla liberazione dal lavoro dovuta al progresso tecnologico abbiamo però in serbo brutte notizie. I lavoratori SDA presenti all’inaugurazione erano sicuramente pochi rispetto alla mole del magazzino, con le loro divise linde e decorate di tricolore, ma una volta accesi i sorter la sinfonia cambia poiché per renderli operativi servono i lavoratori in subappalto. Perché più tecnologia significa semplicemente più lavoro dequalificato e questo lavoro dequalificato ha tonalità decisamente più scure. Nella quotidianità SDA non servono divise per distinguere mansioni né diversi gradi di subappalto, basta il colore della pelle. Una cosa che Yaya e Mattarella non avevano in comune.

Questo HUB è uno dei tanti segreti laboratori della produzione, ma permette di intravedere un buon spaccato di come i grandi processi della logistica impattino sul lavoro salariato, ma anche di come l’innovazione tecnologica non porti a una liberazione dal lavoro ma piuttosto a una intensificazione dello sfruttamento spesso e volentieri basato su razzismo, demansionamento e precarietà.

Se nelle alte sfere del corriere di Stato ci si vanta del patriottico servizio reso alla comunità italiana, la colonna portante di questo servizio è in mano principalmente a richiedenti asilo, gli expendables del patrio corriere. SDA è stata già teatro di lotte, e una parte dei migranti che ci lavorano è riuscita a ottenere migliori condizioni. Questi successi hanno però portato a una posizione di difesa dei diritti acquisiti che molto raramente comprende il gradino più basso, ossia i tanti Yaya che ogni giorno lavorano fianco a fianco. Questo è un limite che la forma sindacato ha già avuto quando si è scontrato con il fenomeno dei precari, che in virtù del grande turnover sono sempre stati ritenuti inorganizzabili, e i sindacati di fronte all’inorganizzabile han sempre preferito chiudere gli occhi.

La morte di Yaya ha portato a uno sdegno pubblico, che però è durato a malapena una decina di giorni. Comuni combattivi e sindacati han gridato a gran voce giustizia e invocato una nuova etica nello sfruttamento della logistica, ma nei fatti nulla cambia. Dal punto di vista di un interinale d’altronde sono tutti nemici: padroni, sindacati, agenzie interinali, cooperative di facchini, cooperative del sociale, istituzioni. C’è chi ci fa profitto, chi si pulisce la coscienza, chi delega il lavoro più pesante, chi mantiene lo status quo. Nonostante questo, i colleghi di Yaya non stanno ad aspettare che qualcuno si muova, mentre nel frattempo continuano ad accadere incidenti. Di alcune cose però sono certi: che sono tanti, che sono essenziali e soprattutto che sono molto arrabbiati. Senza di loro l’interporto si ferma e anche chi continua a fare orecchie da mercante sarà obbligato ad ascoltare.

 

Print Friendly, PDF & Email

leggi anche...

Per Yaya Yafa: logistica, migranti e i limiti del sindacato

di GIORGIO GRAPPI La morte di Yaya Yafa all’Interporto di Bologna – lavoratore interinale e …