mercoledì , 22 Maggio 2024

Lavoro. Maledetto Lavoro #2. Il salario del lavoro migrante. Tra un salario minimo e uno decente

di CAPRIMULGUS

→ Vedi anche «Lavoro. Maledetto lavoro» #1

La pseudo discussione sul salario minimo mostra aspetti che ci paiono cruciali per capire le condizioni di lavoro e i rapporti di potere in Italia. Diciamo subito che il dibattito sul salario minimo è in realtà un dibattito sul lavoro migrante. Non solo perché i e le migranti stanno nella parte bassa dei livelli salariali, ma perché il salario del lavoro migrante non coincide con i e le migranti, ma con le condizioni a cui si vorrebbero assoggettare svariati milioni di lavoratrici e lavoratori in Italia.

Una delle questioni fondamentali è sicuramente come il mondo della cosiddetta sinistra storica approccia il salario minimo. Mentre governava, il salario minimo per il Pd è stato poco più di un fastidio, poi subita la sconfitta elettorale e complice la vittoria alle primarie per la segreteria di una giovane trentenne proveniente da fuori partito, alcune fazioni interne stanno lentamente posizionandosi a favore. Di maggiore interesse per noi è la posizione dei sindacati confederali che dopo essere stati compattamente contrari per timore di una perdita di potere nella contrattazione collettiva nazionale, iniziano a mostrare differenze significative. È la Cisl che tiene duro sul fronte dell’opposizione al salario minimo, evidenziando però delle contraddizioni che potrebbero far sorridere ma che la dicono lunga sulle trasformazioni in atto di uno dei più importanti sindacati in Italia. Da un lato si segnala il timore che il salario minimo possa far precipitare qualche milione di persone nel lavoro nero, come se oggi l’Italia non sia già uno dei principali paesi europei con la più alta quota di lavoro nero. Ancora più interessante è l’affermazione del segretario della Fim-Cisl, cioè quella che sarebbe l’ala sinistra di un sindacato ormai alla deriva sulla sponda destra, che critica la proposta di salario minimo perché limiterebbe la ricchezza e il valore delle relazioni industriali e si stupisce della disponibilità di Confindustria a dialogare sul tema, trattandosi di “un passo indietro nelle responsabilità generali di Confindustria in discontinuità con il passato e forse con i propri interessi”. Ohibò, Confindustria starebbe quindi facendo gli interessi della classe operaia? Mentre la Cisl da quale parte sta? Si potrebbe sorridere, appunto, pensando che questi pasdaran lanciati in nuove crociate non solo non vedono la trave nel loro occhio, ma neppure fingono di seguire gli insegnamenti di Gesù che, come sindacato cattolico, dovrebbero conoscere a menadito.

Il principale sindacato di sinistra, la Cgil, a lungo contraria alla proposta di un salario minimo, in tempi recenti ha iniziato un percorso di dialogo sul tema. A esser pignoli, tuttavia, il sindacato chiede una legge ai fini di dare efficacia generale alla contrattazione collettiva (erga omnes) firmata “dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nei diversi settori estendendo così i diritti sia della parte salariale, cioè il complesso del trattamento economico, che di quella normativa. Contestualmente va prevista una soglia di legge sotto la quale il salario non può scendere. La soglia dovrà essere necessariamente unica per tutti i settori”[1]. In effetti, come la Cgil ricorda nel suo documento alla fine di dicembre 2022 nel settore privato vi erano 959 contratti collettivi di cui 211 – il 22 % – sottoscritti da Cgil, Cisl Uil che coprivano 13.366.176 lavoratori (cioè il 96,6% del totale).

Non siamo certo insensibili alla contrattazione collettiva che reputiamo un grande strumento per la forza lavoro, ma con uno sguardo di breve e lungo periodo ne vediamo anche i limiti. Non solo perché nell’Unione europea più di qualche contratto collettivo impedisce lo sciopero nel periodo della sua valenza, ma anche perché qualche contratto collettivo stabilisce soglie salariali alquanto discutibili, almeno per qualche giudice del lavoro. A Padova il Tribunale del lavoro ha dichiarato incostituzionale il salario di 3,96 euro all’ora a cui era sottoposta una lavoratrice alle dipendenze della società di vigilanza Civis in quanto non rispetta l’articolo 36 della Costituzione della Repubblica italiana. Si tratta del contratto collettivo della Vigilanza e dei Servizi Fiduciari sottoscritto da Cgil e Cisl. Non ancora preso di mira da qualche giudice del lavoro è invece il contratto per lavoro domestico sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil che prevede un salario minimo di 4,83 euro per “gli assistenti familiari generici, non addetti all’assistenza di persone, livello esecutivo, che svolge esclusivamente di pulizia della casa, addetta alla lavanderia, aiuto cucina, stalliere”. Interessante è anche il caso del contratto collettivo delle cooperative sociali firmato dai sindacati confederali – che hanno evidentemente sviluppato un’ampia immaginazione – dove si prevedono ben 5,16 euro per l’intera notte considerata “passiva” per gli operatori sociali. L’operatore che dorme cioè in una struttura residenziale è pagato a forfait per l’intera notte, tanto nessuno lo disturba ed è padrone del proprio sonno. Il caso più eclatante è sicuramente quello della logistica dove organizzazioni sindacali di base hanno spesso saputo contrastare salari vergognosi spuntando contratti collettivi quasi sempre più decorosi ed economicamente vantaggiosi rispetto a quelli dei sindacati confederali. È assai significativo che queste lotte nel settore della logistica, sostenute in larga misura da lavoratori migranti, siano state perseguite e criminalizzate in vario modo, perfino con specifiche norme nazionali di fronte alle quali il silenzio è stato spesso assordante.

Viene quindi da chiedersi se la contrattazione collettiva con validità per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori di un settore firmata dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative possa essere veramente un passo in avanti nelle condizioni di lavoro o miri invece a ottenere il mero monopolio della contrattazione. D’altra parte, in alcuni contratti collettivi viene ormai chiesto un contributo a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici da versare ai sindacati firmatari, mentre qualche altro sindacato a conclusione della contrattazione vorrebbe addirittura introdurre un obbligo di iscrizione al sindacato, pena la mancata applicazione dello stesso contratto. Bizzarrie di casa nostra, forse.

Fatto sta che anche la questione dei sindacati maggiormente rappresentativi è discutibile. Non solo perché come raccontano diversi funzionari sindacali i numeri offerti dai sindacati sono largamente gonfiati e con una rappresentanza dei pensionati abnorme rispetto a tutti i sindacati europei, ma anche perché alcune sigle sindacali traggono legittimità politica sulla base dell’inquilino di turno di Palazzo Chigi. Che poi i sindacati maggiormente rappresentativi debbano contrattare anche nelle aziende in cui tutti i sindacalizzati sono iscritti a un sindacato non rappresentativo è un’altra stravaganza di casa nostra.

Sul tema del salario minimo è interessante anche l’emergere della posizione critica di qualche membro appartenente agli enti certificatori, cioè quegli enti che possono certificare i contratti collettivi aziendali e attestare il carattere genuino degli appalti. Si tratta di attività, ovviamente, ex ante senza nessuna verifica poi nella pratica e che permettono di mettere il bollino di qualità su pratiche che si rivelano tutt’altro che certificabili, come nel caso Italpizza. In effetti, anche nel mondo solitamente moderato del giuslavorismo più di qualche docente, avvocato, magistrato e giudice ha iniziato a sollevare qualche perplessità su queste attività, date le conseguenze di legittimità e regolarità almeno formale che queste certificazioni consentono. In effetti, nel corso degli ultimi 30 anni, gli appalti in Italia sono stati uno degli strumenti principali per abbassare i livelli salariali soprattutto perché nelle catene di appalti spesso si libera la fantasia rispetto a quale contratto collettivo afferire. Questo, in larga misura, è stato il caso del settore della logistica, ma anche di quelli della macellazione e delle pulizie, e non ha risparmiato, finanche, qualche grande impresa. Tutto ciò spesso con buona pace dei lavoratori e delle lavoratrici assunti direttamente, sindacalizzate o meno che fossero, magari felici di veder attribuite le peggiori mansioni a qualcun altro.

Di fronte a queste posizioni, non crediamo che il salario minimo sia il grimaldello per far riapparire un po’ di decenza nei livelli salariali italiani. Ma forse potrebbe impedire lo sprofondamento nelle sabbie mobili del lavoro povero, in connessione o meno che sia con i contratti collettivi. Ci chiediamo però: nel caso il salario minimo fosse, diciamo, di 12 euro netti all’ora – una cifra che a nostro avviso rappresenta il minimo condivisibile rispetto alla miseria dei 9 euro proposti dalle opposizioni –, che succederebbe alle organizzazioni sindacali che sottoscrivono contratti collettivi sotto quella cifra? Che cosa accadrebbe a quei padroni che, magari in nero, pagano meno dei 12 euro netti all’ora? Pur non riponendo particolare fiducia nella magistratura italiana, ci chiediamo se sia possibile prevedere che i padroni che pagano sotto la soglia stabilita per legge possano ad esempio essere perseguiti per grave sfruttamento lavorativo. Pensare però che, dati i rapporti di forza oggi in Parlamento e nel Paese, si possa proporre un’iniziativa di legge popolare ci pare perlomeno un azzardo. A meno che la destra al governo giochi a frammentare ancor più la sinistra, approvando un salario minimo sufficientemente basso da far felici anche i loro padroni. E magari promuovendo un’ulteriore differenziazione tra il salario del lavoro migrante e un salario decente, da riservare a una manciata di italiani, possibilmente maschi e bianchi.

[1] https://www.cgil.it/la-cgil/aree-politiche/contrattazione-e-mercato-del-lavoro/2023/04/13/news/memoria_audizione_su_disegni_di_legge_su_salario_minimo-2925641/

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