mercoledì , 21 Ottobre 2020

Uno sciopero essenziale. Intervista a un lavoratore Amazon Piacenza sulle lotte durante la pandemia

Pubblichiamo un’intervista a Gianpaolo, che lavora da otto anni nel magazzino Amazon di Piacenza (MXP5) e ha partecipato a settembre all’assemblea di Amazon Workers International di Lille, a cui hanno preso parte lavoratori e lavoratrici dei magazzini di Amazon da Francia, Germania, Polonia e Stati Uniti. Nei mesi della pandemia, l’organizzazione transnazionale dei lavoratori e delle lavoratrici di Amazon ha fatto un salto in avanti, con un’ondata di proteste e scioperi che ha scosso i magazzini di tutto il mondo e una serie di prese di posizioni comuni e di rivendicazioni condivise a livello transnazionale che hanno spaventato l’azienda, costringendola a reagire. Più di 19.000 lavoratori e lavoratrici di Amazon si sono ammalati di Covid solo negli Stati Uniti, secondo un report che, con estremo ritardo e dopo molteplici richieste, l’azienda ha pubblicato sui dati dei contagi. Gianpaolo racconta che, all’inizio della pandemia, a Piacenza Amazon ha accettato di introdurre misure sanitarie soltanto perché costretta da uno sciopero durato tredici giorni e da un rifiuto in massa di andare al lavoro per paura del contagio. Del resto, il problema delle condizioni di salute nei magazzini viene da ben prima della pandemia e al tempo stesso Amazon sta usando a proprio vantaggio le misure di distanziamento sociale per irrigidire il controllo sui lavoratori e la disciplina nei magazzini. L’ondata di scioperi degli ultimi mesi è stata importante non solo perché è stato possibile costringere l’azienda ad aumentare gli stipendi e a fare passi indietro rispetto all’iniziale indisponibilità a rispettare le minime condizioni di sicurezza, ma anche perché ha mostrato a lavoratrici e lavoratori in tutto il mondo «di non essere totalmente soli». Per questo anche in Italia stabilire connessioni con altri magazzini in Europa e oltre è così importante. Con le parole di Gianpaolo, «per battere Amazon dobbiamo mettere in campo una forza maggiore che per battere un qualsiasi altro avversario»: l’organizzazione transnazionale è il modo per accumulare questa forza. In questa direzione, l’assemblea di Lille ha deciso di intraprendere una campagna comune in vista del Black Friday, che ponga al centro la richiesta di mantenere il bonus di due euro ottenuto durante i primi mesi della pandemia e di lottare insieme affinché vengano rispettate le misure anti-contagio nei magazzini anche considerato che l’emergenza è ancora in corso. 

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Puoi raccontarci la tua esperienza di lavoro nel magazzino Amazon di Piacenza? Come è cambiato il magazzino rispetto a quando hai iniziato a lavorarci?

Lavoro lì dal 2012 e ho iniziato come green badge. Una trentina di dipendenti ha avviato il magazzino nel 2011, ed in seguito si è arrivati a sfiorare i 6000 dipendenti dopo il 2013, quando eravamo ancora l’unico magazzino italiano, e oggi siamo circa 1800 a tempo indeterminato. Quando inizi a lavorare per Amazon non ti rendi conto di cosa sia veramente. Amazon si insedia in realtà povere, con molta disoccupazione, e sfrutta queste situazioni a proprio vantaggio, portando lavoro, e creando un iter di selezione apparentemente professionale: soprattutto nei primi anni venivi selezionato superando dei test. Tutto questo all’inizio ti porta a vedere il lavoro per Amazon in modo positivo, viene presentato come un lavoro in cui la sicurezza viene prima di tutto. Il motto è: “Work Hard. Have Fun. Make History”. L’ambiente di lavoro è molto giovane, apparentemente non c’è nessuno che controlla quello che fai. All’inizio tutto ti distrae da quella che è la realtà dei fatti. Poi a posteriori capisci le cose. Ci facevano entrare 15 minuti prima per farci fare i briefing, non pagati, in cui i manager ci dicevano: o lavorate bene oppure fuori c’è pieno di gente che vorrebbe lavorare qui. Spingevano a livello psicologico in maniera costante e questo ti portava a correre come un pazzo perché l’obiettivo era diventare a tempo indeterminato tramite un iter che passava inevitabilmente da una produttività alta e da un approccio positivo al lavoro. Un cambiamento molto significativo è stato nel 2013, quando hanno aperto il nuovo magazzino (MXP5), di 100.000 metri quadrati, con un numero di lavoratori molto superiore. Con il passaggio al nuovo magazzino la gestione è cambiata molto, si è indurita, è peggiorato il modo in cui ci trattano.

Che cosa è successo nel magazzino dall’inizio della pandemia e cosa è cambiato dopo lo sciopero di marzo?

All’inizio della pandemia non c’erano guanti, non c’erano mascherine, c’era il gel disinfettante ma in quantità limitatissima. Dopo lo sciopero che abbiamo fatto a marzo, durato tredici giorni, c’è stato un accordo con i sindacati che ha portato senza ombra di dubbio migliorie nella gestione del personale, con ingressi contingentati, con un allontanamento delle postazioni, con un distanziamento di due metri minimo tra lavoratori. Dopo lo sciopero si è creato questo comitato di cui fanno parte rappresentanti sindacali, rappresentanti per la sicurezza e alcuni lavoratori scelti dall’azienda, soprattutto per il controllo degli ingressi e delle uscite, ma anche per evitare assembramenti. Lo strumento del comitato avrebbe un senso se avesse un potere di gestione vera e propria, mentre in realtà passa tutto dall’azienda, che può o meno avallare i consigli dati dal comitato, quindi in sostanza decide tutto. A Piacenza lo sciopero ha ottenuto più che altrove perché sono anni che ci organizziamo: noi siamo entrati col sindacato nel 2016, quindi c’è una struttura organizzativa, un gruppo forte e una discussione con l’azienda che va avanti da molto più tempo. Lo sciopero è stato discretamente partecipato, ma il punto è che tantissimi erano a casa in malattia, o semplicemente non volevano andare a lavorare perché avevano paura del contagio. È stato proprio per disincentivare questo diffuso assenteismo che Amazon ha messo sul tavolo l’aumento salariale di due euro l’ora per tutti i mesi di lockdown. Però in definitiva quello che ci ha fatto tornare al lavoro è stata l’implementazione delle misure sanitarie, l’uso delle mascherine, il distanziamento, l’ingresso contingentato, l’uso dei guanti, cose che l’azienda si è vista costretta a introdurre anche per i decreti emanati da regione e governo. Poi il problema è che quando, alla fine dello sciopero, sono arrivate queste misure, a livello mediatico si è spento tutto. Il giorno prima Amazon era il cattivo che non dava le mascherine e il giorno dopo era il salvatore della patria che forniva beni essenziali, o presunti tali, a tutti. Amazon ha fatto propaganda donando 500.00 euro alla Croce Rossa Italiana, 100.000 alla Croce Rossa di Piacenza e 100.000 mascherine alla città di Piacenza. Amazon però non fa mai niente per niente. Questo mi fa personalmente incazzare perché sappiamo benissimo che ci volevano lasciare senza le protezioni, senza mascherine, senza guanti, ma dopo lo sciopero hanno dovuto cambiare atteggiamento, e provare a presentarsi in modo diverso. Ovviamente hanno fatto solo il minimo indispensabile.

Quale è la situazione attuale rispetto alla sicurezza e al rischio contagio?

Anche adesso in realtà il distanziamento di due metri non c’è, nelle pick tower ad esempio le persone si incrociano costantemente, si creano assembramenti. Insomma, in questo momento sulle distanze si sta abbassando molto la guardia, o meglio i manager stanno controllando e vigilando soprattutto per la produttività, e non per il distanziamento. Il comitato gira per le corsie, ma i pochi che sembra abbiano voglia veramente di aiutare i colleghi sono abbattuti, perché vedono che segnalare le situazioni a rischio non porta a soluzioni del problema a lungo termine, ma solo, a volte, nell’immediato. Anche a livello di sicurezza generale c’è una totale disattenzione, ora stanno svuotando delle corsie per fare spazio per vestiti e cibo, ammassando gli oggetti in contenitori da cui gli oggetti straboccano e cadono dall’alto sui lavoratori. A una ragazza sono caduti in testa due barattoli di vernice, ma purtroppo un medico aziendale ha tentato di non riconoscerle l’infortunio sul lavoro e le ha consigliato di andare in malattia (non tutti i medici sono così). Ora Amazon sta investendo per prepararsi ad approfittare anche della seconda ondata, così come del picco autunnale. Stanno aprendo nuovi ingressi e nuovi tornelli per far sì che si entri solo da una parte e che si esca solo dall’altra, e non certo perché ci vogliono tutelare, ma per poter avere il via libera all’ingresso del maggior numero di persone possibile. In teoria in base all’accordo di marzo dopo lo sciopero il numero del personale doveva rimanere invariato per tutelare il distanziamento, ma l’azienda non sembra collaborare e non fornisce dati a tale riguardo, ma chiede solo di “fidarsi” del fatto che stanno rispettando gli accordi presi. Noi però vediamo che il parcheggio è sempre più pieno e che stanno continuando a entrare persone nuove.

Poi sulla sicurezza ci sono problemi che vengono da prima della pandemia: il reparto safety, che è il reparto che dovrebbe curare la sicurezza del lavoratore, in realtà cura la sicurezza in base a quello che ritorna in tasca ad Amazon. Ci sono regole su come fare i movimenti in modo corretto per il corpo, ma tanto poi se devi rispettare gli standard di produttività viene a meno il senso: io posso fare un movimento corretto quanto vuoi, ma se me lo fai fare 1.000 volte al giorno movimentando carichi, a lungo andare mi danneggia comunque. Ci sono malattie professionali che non vengono riconosciute né, spesso, denunciate. Ci sono problemi ai tendini, ai polsi, alla schiena, che dipendono dalla mansione, ma che ti vengono quasi sicuramente se stai lì dentro per tre o quattro anni facendo sempre la stessa mansione.

Durante la pandemia avevano detto che avrebbero smesso di controllare la produttività, ma ora hanno sicuramente ricominciato a farlo, anzi adesso utilizzano le misure sanitarie anti-covid per intervenire sul controllo della produttività stessa. Un giorno ero al pack e, mentre lavoravo, stavo parlando con un collega dietro di me e a volte mi giravo, ma a distanza di due metri, e un manager mi è venuto a dire di non girarmi e non parlare. C’è un uso strumentale delle regole anti-contagio per impedire i contatti tra lavoratori. Lo stesso software Proxemics [un software per controllare gli assembramenti e i movimenti dei lavoratori che Amazon sta cercando di introdurre nei magazzini] è uno strumento nato prima della pandemia, e palesemente pensato per evitare gli incontri sociali tra lavoratori, ma che cercano di spingere come strumento “anti-assembramento”. Da quando è arrivato il covid-19 per Amazon è Natale, non solo come produttività: può far correre i cavalli, ben distanziati in modo che non parlino tra loro, che non possano condividere i problemi che hanno. Per loro è perfetto, evitano assembramenti, evitano circolazioni di voci: per Amazon è una manna.

Che cosa pensi dell’aumento salariale che Amazon ha realizzato durante l’emergenza e del tentativo di imporre uno scambio tra denaro e salute?

Faccio un commento triste. Quando è arrivato il bonus un collega mi ha chiesto se fossi contento dell’aumento. Io gli ho risposto: “no, sono incazzatissimo”. Era da quattro anni che chiedevamo un aumento che riconoscesse i nostri risultati, perché ogni anno ci dicono che miglioriamo, che la produttività è alta, e ce l’hanno sempre negato. Poi solo quando arriva una pandemia, quando sei consapevole di non avere concorrenza perché è tutto chiuso, quando c’è assenteismo perché non stai fornendo i dispositivi di protezione individuale, solo in quel momento ci dai due euro in più all’ora? Che è un aumento enorme, intendiamoci. Solo che da anni dicevano di non poterlo dare, e improvvisamente possono? Faccio un altro commento tristissimo. Alcuni sindacati hanno provato a farla passare come una propria vittoria, dicendo di essere stati loro a ottenere l’aumento, ma non è stato così. È stato grazie al movimento internazionale, agli scioperi e alla protesta globale che sono arrivati i due euro, non grazie alle richieste di un singolo centro. Poi va detto che per Amazon questo aumento è stato un investimento che gli ha permesso di guadagnare ancora di più, però è comunque stato qualcosa che avrebbero volentieri evitato di fare. L’assenteismo e le proteste in particolare hanno dato una scossa.

Quale novità pensi abbia portato l’ondata globale di scioperi contro Amazon realizzata dai lavoratori e dalle lavoratrici durante la pandemia?

I lavoratori si sono resi conto di non essere totalmente soli, che era la cosa peggiore dello stato d’animo di chi lavora in Amazon, il fatto di sentirsi isolati nel combattere contro questo gigante. Però per battere Amazon dobbiamo mettere in campo una forza maggiore che per vincere un qualsiasi altro avversario. Ed infatti Amazon, subito dopo lo sciopero nel sito di Piacenza, ha fatto quello che avremmo dovuto fare noi lavoratori, ha valorizzato mediaticamente quello che era successo, con un video che mostrava tutte le misure sanitarie che avevano introdotto. Questo però senza specificare che le aveva introdotte solo a Piacenza, perché negli altri siti sappiamo benissimo che non è stato così, che la tutela era completamente diversa. Amazon sta invadendo la televisione con pubblicità positive. Noi forse non abbiamo le risorse per fare altrettanto, ma dovremmo combattere le fake news di Amazon. Queste pubblicità mostrano lavoratori che dicono che Amazon ha salvato le loro vite, come se Amazon facesse beneficenza, ma queste pubblicità nascondono quello che il lavoratore dà ad Amazon e il fatto che l’azienda non regala niente a nessuno.

Con questo aumento salariale Amazon ha dimostrato di saper imporre dal centro una decisione sui salari che riguarda globalmente tutti i magazzini, ma al tempo stesso differenzia gli aumenti in base al potere d’acquisto nazionale. Quale potrebbe essere una rivendicazione in grado di unire le diverse condizioni specifiche e sfidare Amazon su questo terreno? Che cosa pensi della rivendicazione di un salario eguale tra tutti i magazzini?

Chiedere un salario equo per lo stesso tipo di lavoro potrebbe essere un ottimo punto, bisogna capire quanto fattibile. Un salario equo farebbe saltare molte dinamiche del gioco che vuole fare Amazon, ad esempio tra Polonia e Germania. Amazon è andato in Polonia, che non ha quasi mercato interno, a sfruttare i salari polacchi (circa un quarto di quelli tedeschi) per evadere gli ordini del mercato tedesco ed europeo in generale. Un salario equo potrebbe essere un modo per evitare questo tipo di giochetti e di esportazione della manodopera in paesi più poveri. Va capito come proporlo concretamente, ma è una buona idea. Per me però le rivendicazioni sul salario non devono essere slegate dalla tutela della salute dei lavoratori, soprattutto conoscendo la dinamica del lavoro in Amazon. Il primo general manager con il quale ci siamo messi al tavolo, Tareq Rajjal, ci aveva detto “questa è una catena di montaggio”, ma non puoi tenere le stesse persone a fare lo stesso lavoro per tutti i giorni della loro vita lavorativa. Nelle catene di montaggio si possono rompere i pezzi, si può rompere anche il macchinario, figuriamoci un corpo umano. Se io devo girare un bullone per tutto il giorno tutti i giorni prima o poi mi spacco il polso. Problemi ai tunnel carpali, morbo di De Quervain, problemi alla schiena e alle spalle, questa è la norma in Amazon. Io ho una carenza di cartilagine alla caviglia sinistra perché mi avevano messo in una mansione in cui movimentavo merce pesante e trascinavo transpallet a mano tutto il giorno, spesso da solo. Amazon fa un utilizzo scellerato dei lavoratori: li utilizza esclusivamente in base a quello che dice l’algoritmo. Se l’algoritmo dice che quella mansione la può fare una persona, la fa solo una persona, non è il datore di lavoro che guarda e valuta. È solo l’algoritmo che comanda. La salute e la sicurezza sono problemi decisivi. Anche la salute psicologica: vedo ragazzi giovani, di vent’anni, entrati con entusiasmo e voglia di fare, che sono stati trattati malissimo e ora girano con la testa bassa, sembrano zombie, trasfigurati totalmente. Questa è la prima cosa che combatterei, perché in Amazon l’unico trattamento decente è quello riservato ai manager e a quelli che dicono sempre di sì: anzi in Amazon non basta essere uno “yes man”, ma devi essere uno “yes, yes, yes, man”.

Di recente, hai partecipato al meeting di Amazon Workers International a Lille, durante il quale lavoratori e lavoratrici italiani, francesi, tedeschi, polacchi e statunitensi hanno discusso le sfide che la lotta contro Amazon ha davanti. Perché pensi che sia importante organizzarsi insieme a lavoratori e lavoratrici di altri paesi?

Penso che abbiamo un male comune e che dobbiamo unirci il più possibile per affrontarlo. La prima cosa che ho chiesto quando siamo entrati nel magazzino con il sindacato è stata spingere per prendere contatti con la Germania, perché sapevo che lì c’era già un movimento, infatti poi siamo andati a Poznan nel 2016 al primo incontro di Uniglobal, che è un movimento portato alla tutela del lavoratore che non reputo differente da quello che ho visto a Lille. È fondamentale che i lavoratori si uniscano, che parlino tra loro, che si spieghino a vicenda i modi per uscire da alcune situazioni specifiche, che si scambino più informazioni. È fondamentale capire e condividere i modi che ognuno ha trovato per risolvere alcuni problemi, come in Germania, ad esempio, dove si è riusciti a impedire l’introduzione di Proxemics per vie legali [un giudice ha impedito l’installazione di Proxemics in Germania sostenendo che violasse la normativa europea sulla privacy]. Bisogna utilizzare quello che dice Amazon contro Amazon. Dicono safety? Allora noi pretendiamo di lavorare in sicurezza. Dicono quality? Allora noi pretendiamo di fare un lavoro di qualità. La produttività invece non deve assolutamente esistere come criterio per noi. In alcuni paesi Amazon licenzia chi sta sotto certe soglie di produttività, ma la produttività la facciamo noi. In Amazon, siamo costretti ad avere una certa produttività per avere il tempo indeterminato, ma dopo questa “corsa” bisogna rallentare, comincia una “maratona” per arrivare sani alla pensione, perché con la produttività che vorrebbe imporci Amazon sarebbe impossibile arrivarci. Questo tipo di atteggiamento deve essere condiviso tra lavoratori di paesi diversi. Dovremmo trovare il modo di intensificare i contatti a livello internazionale, parlarci ogni mese.

In che direzione pensi debba andare questa organizzazione transnazionale di lavoratori e lavoratrici contro Amazon?

Io sono tanti anni che parlo della necessità di organizzare una giornata globale di sciopero e di manifestazioni dei lavoratori di Amazon. Alcuni mi hanno detto che è una cosa irrealizzabile, ma a me piace sognare. Ci vuole un modo per mettere in contatto i lavoratori che sono lontani. Per esempio, avevo pensato che durante una giornata di sciopero e protesta in tutto il mondo si potrebbero mettere dei grandi schermi davanti ai magazzini e collegarsi con tutti gli altri magazzini e le altre piazze coinvolti nello sciopero, per sentirsi tutti parte di un evento unico, in cui intervengano lavoratori da tutto il mondo. Il lavoratore deve sapere che c’è qualcun altro che protesta. Deve essere un evento che rimane, sarebbe un cambiamento generazionale del modo di scioperare. Sarebbe un modo per mettere in contatto e far vedere i lavoratori che stanno scioperando, farli parlare, fargli condividere idee. Questo sarebbe un passo avanti. Non bisogna necessariamente farlo il Black Friday, perché ormai Amazon se lo aspetta. A me piacciono le sorprese. Bisogna essere capaci di creare un “panico positivo” che faccia capire all’azienda che siamo tanti e tutti collegati, e quindi metterli in difficoltà ed obbligarli all’ascolto. Bisogna essere più creativi.

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