domenica , 31 luglio 2016
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Come gli operai-folla sono diventati i fantasmi della macchina digitale

di MOSHE Z. MARVIT

Turco meccanicoL’indagine realizzata da Moshe Z. Marvit – uscita in «The Nation» il 4 febbraio 2014 e della quale pubblichiamo la traduzione di ampi estratti – fa luce su una delle più notevoli e sinistre innovazioni introdotte dal gigante Amazon nell’organizzazione del lavoro contemporaneo. Non c’è un nano gobbo dentro al Turco meccanico utilizzato da Amazon, né il suo scopo è quello di apparire invincibile nel gioco degli scacchi. Al suo interno vi è una folla di lavoratori e di lavoratrici, che magari non sono la teologia e non fanno perciò vincere il materialismo storico, ma dimostrano comunque che il progresso non apre necessariamente frontiere luminose. Lo scopo di questo Turco meccanico è aumentare, intensificare, frammentare lo sfruttamento del lavoro. Il «lavoro nella folla» [crowdworking] – l’appalto di attività che non possono essere del tutto automatizzate e informatizzate a singoli lavoratori che le svolgono dal proprio computer, senza possibilità di contrattare le proprie condizioni di lavoro – rivela la brutale materialità del lavoro «immateriale» contemporaneo. Nonostante l’entusiasmo che ha suscitato e continua a suscitare, il lavoro immateriale mostra qui tutti gli elementi di continuità politica con il più classico lavoro industriale: dalla segmentazione incontrollata delle mansioni al basso salario. Emergono però evidentemente anche diverse novità. Questa cooperazione interamente dominata dimostra che essere dei soggetti polivalenti può non essere un gran vantaggio se il capitale ha già approntato un sistema ordinato per sfruttare ognuna delle tue diverse capacità in tempi diversi. Se il lavoro nella folla si mostra all’altezza dell’ideologia neoliberale – che inneggia a un mercato di individui isolati, democraticamente ridotti a capitale umano e a imprenditori di se stessi – la composizione di questo gigantesco segmento della forza lavoro non lascia dubbi sul modo in cui le differenze, e quella sessuale in particolare, diventano leve per addomesticare e sfruttare la forza lavoro. Questo sconfinato mercato del lavoro – la cui virtualità permette di eludere i vincoli del diritto – rivela la verità del mercato del lavoro tout court, dove il rapporto tra «committente» e «fornitore», completamente individualizzato, è interamente lasciato a rapporti di forza regolati dalla logica dell’«apprezzamento» mutuata dall’universo dei social. Agganciati a una catena di produzione virtuale, ridotti ad appendici delle macchine, i lavoratori e le lavoratrici integrati nella rete restano nodi isolati di un sistema la cui cooperazione è integralmente controllata e resa possibile dal committente collettivo. Come aveva immaginato un materialista tedesco, siamo davvero di fronte a un automa. E questo «automa è costituito di numerosi organi meccanici e intellettuali, di modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso». La class action attualmente in corso in California – con il suo tentativo di regolamentare lo spazio oltre la frontiera del diritto – è paradossalmente una possibilità e una minaccia per quei lavoratori e quelle lavoratrici senza i quali il Turco meccanico non ha anima, ma che dal Turco meccanico nonostante tutto dipendono.

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Nel 2007 Stephanie Costello aveva un noioso lavoro d’ufficio con molti tempi morti che passava navigando sul web. Ricorda il giorno in cui le è capitato di leggere uno di quegli articoli su MSN.com che sono diventati uno dei pilastri di internet: come fare soldi online. Articoli di questo genere compaiono spesso nella sezione delle notizie di intrattenimento di siti come MSN, Yahoo e altri, per lo più comunicando il messaggio che si possono guadagnare soldi facilmente.

Costello era attirata dalla prospettiva di rompere la noia quotidiana e di guadagnare qualche soldo in più. Così è entrata nel sito indicato dall’articolo, chiamato Turco meccanico [Mechanical Turk], un sito in cui le aziende propongono piccole mansioni che i lavoratori possono svolgere online. La registrazione è gratuita − nessuna richiesta di un «investimento» anticipato – il che indica che non si tratta, a prima vista, di una truffa. Così, ha cominciato a fare soldi subito. Pochissimi soldi.

Costello è in un certo senso un’apripista. È stata una delle prime lavoratrici a far parte di Turco meccanico, la prima piattaforma online di micro-lavoro «nella folla» [crowd-based]. Il suo racconto sembra quello di un’alcolizzata che descrive il suo primo drink. All’inizio è stato divertente e quando è diventato meno divertente, rimaneva comunque utile, se non altro per far passare la settimana. Sei anni dopo, però, era diventato un grande problema, e non solo per Costello.

Turco meccanico è l’innovazione alle spalle del «lavoro nella folla» [crowdworking], il fenomeno del lavoro virtuale sottopagato che costituisce una nuova versione, adatta all’era digitale, del lavoro a cottimo. Creato da Amazon nel 2005, rimane una delle piattaforme principali – di fatto, uno dei mercati − dove il lavoro della folla è comprato e venduto. La macchina del Turco meccanico ha una portata di circa 500.000 «operai-folla» [crowdworkers], mentre altri milioni (nessuno sa con precisione quanti) alimentano siti come CrowdFlower, Clickworker, CloudCrowd e dozzine di altri siti minori.

Ogni giorno, ogni minuto, questi lavoratori eseguono milioni di piccole mansioni per aziende enormi (si pensi a twitter) oppure piccole. Benché poche di queste persone abbiano una qualche percezione del prodotto di lavoro finito, quello che stanno facendo è contribuire a far funzionare quelle componenti di internet che molti di noi danno per scontate. Attualmente, i computer svolgono perfettamente certi tipi di compiti, come identificare errori di battitura, elaborare dati grezzi e calcolare funzioni finanziarie. Sono però meno capaci di eseguire altri tipi di mansioni, come individuare un giudizio positivo o negativo in un articolo, riconoscere l’ironia, leggere accuratamente un testo sulla fotografia di un edificio, determinare se qualcosa è «NSFW» (non sicuro per il lavoro) o distinguere tra risultati di ricerca ambigui. È qui che la «folla» entra in scena. Nell’attuale interazione di lavoro nella folla, gli individui fanno quelle parti di lavoro che un computer non può fare. Questo lavoro è usato sia per riempire questi buchi sia per far sì che l’algoritmo del computer faccia un lavoro migliore in futuro. Il lavoro nella folla è spesso salutato dai suoi sostenitori come ciò che anticipa il modo di lavorare di una nuova era. Con il fervore di predicatori high-tech, è trattato come uno spazio in cui l’individualismo, la scelta e l’auto-determinazione possono fiorire.

«CrowdFlower e altre aziende fornitrici di folla [crowdsourcing] offrono opportunità a persone che non le avrebbero mai avute prima e noi agiamo in un modo autenticamente egualitario. Chiunque voglia, infatti, può eseguire micro-mansioni, non importa di che genere, nazionalità o status socio-economico sia, e lo può fare nel modo che sceglie e che è più appropriato per sé» afferma Lukas Biewald, l’amministratore delegato di CrowdFlower, in uno scambio di email (CrowdFlower sostiene di avere «una tra le più grandi, se non la più grande, folla» disponibile, con circa 100.000 lavoratori che eseguono mansioni ogni giorno).

Ma se sei un lavoratore di basso livello che fa un lavoro dequalificato si presenta tutta un’altra prospettiva. Secondo i suoi critici, il Turco meccanico di Amazon ha creato il mercato del lavoro più sregolato che sia mai esistito. All’interno della macchina c’è un eccesso di lavoro, una competizione estrema tra i lavoratori, un lavoro monotono e ripetitivo, salari bassissimi e una grande quantità di truffe. In questo mondo virtuale, le disparità di potere nei rapporti di lavoro sono centuplicate e il New Deal sembra non essere mai avvenuto.

Miriam Cherry, una delle poche studiose di giurisprudenza che si concentra sulla legislazione su lavoro e occupazione nel mondo virtuale, ha spiegato: «Queste tecnologie non aiutano le persone a raggiungere il loro potenziale; stanno sfruttando la gente». Oppure si consideri quanto ha affermato Biewald di CrowdFlower di fronte a un audience di giovani informatici nel 2010 in un momento di incontrollata franchezza: «prima di Internet era davvero difficile trovare qualcuno, farlo sedere per dieci minuti, farlo lavorare per te e poi licenziarlo dopo quei dieci minuti. Ma grazie alla tecnologia, ora lo puoi trovare, pagare una piccola somma di denaro e poi liberartene quando non ti serve più».

Amazon ha creato Turco meccanico nel 2005, dieci anni dopo il suo passaggio da rivenditore di libri online a enorme centro commerciale virtuale. Fin dai suoi primi passi, Turco meccanico è stato un «progetto Jeff», cioè è stato l’oggetto di un particolare interesse da parte dell’amministratore delegato di Amazon che ha collaborato direttamente con i suoi project-managers. A quel tempo, Jeff Bezos e la sua squadra avevano già perfezionato il modello che ha reso Amazon un gigante dell’era tecnologica: consegna ai clienti, concorrenza sleale e sfruttamento dei lavoratori. Con Turco meccanico, hanno ulteriormente affinato questo approccio, ma con una novità: invece di sfruttare il lavoro per vendere beni a un avido pubblico, hanno creato un sistema per vendere il lavoro stesso, a basso costo, per svolgere milioni di piccole mansioni.

Il nome Turco meccanico non è solo il risultato di una scelta stravagante di Bezos. L’originale Turco meccanico (anche conosciuto come «il Turco») fu un’invenzione in apparenza innovativa: una macchina capace di giocare a scacchi commissionata dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria all’inizio della Rivoluzione Industriale. Esteticamente era simile agli altri automi del periodo – una cabina con un manichino al suo interno che esegue una funzione generalmente riservata agli esseri umani − ma aveva la peculiarità di essere vestito secondo la foggia «orientale», come la macchina che predice il futuro nel film degli anni ’80 Big. La sua aria mistica e misteriosa intendeva fare presa sulla concezione europea dell’Oriente; da ciò il nome con cui venne conosciuta. Il Turco meccanico sembrava prefigurare un’era in cui dispositivi automatici potevano raggiungere le vette dell’intelligenza umana − e lo faceva molto bene, riuscendo per circa un secolo a convincere gli osservatori e gli sfidanti che la macchina riusciva a giocare a scacchi. In realtà il Turco non era niente nient’altro che un trucco, per cui all’interno della cabina doveva essere un uomo o una donna con una scacchiera interna. La macchina riusciva a simulare i movimenti di una mano che giocava a scacchi, ma era necessario che una persona al suo interno facesse ciò che la macchina non riusciva a fare. Se fosse stato semplicemente uno scherzo, il Turco meccanico sarebbe stato dimenticato come una delle tante stranezze del Settecento. Invece il dispositivo si adattava perfettamente alla credenza strisciante − circondata di eccitazione e inquietudine − che il lavoro meccanico (e forse le menti meccaniche) sarebbero riuscite a rimpiazzare il lavoro e l’azione umana.

Gli Stati Uniti hanno attraversato un simile periodo di eccitazione e inquietudine dalla fine degli anni ’70. Mentre alcune compagnie, come IBM, hanno cercato di creare un supercomputer capace di pensare come (o meglio) di un essere umano, Amazon ha investito invece nel suo Turco meccanico, qualcosa che sembra una macchina ma che ha in realtà persone dietro di sé. Invece di sviluppare un computer perfetto, Amazon ha pensato di sviluppare semplicemente un modo in cui dei computer imperfetti potessero «integrare direttamente nei loro processi una rete di esseri umani», secondo le parole usate dal piano finanziario redatto dalla compagnia nel 2005. Così facendo, Amazon ha aperto le porte all’assurdo mondo del lavoro nella folla.

Nel 1911, l’ingegnere americano Frederick Taylor aveva pubblicato un saggio in cui annunciava che la naturale pigrizia dei lavoratori e la loro propensione a lavorare poco era «il male più grande da cui era afflitta la classe lavoratrice in Inghilterra e America». La sua soluzione era un sistema di «management scientifico», in virtù del quale il lavoro poteva essere diviso in piccole mansioni ripetitive a ciascuna delle quali era assegnato un limite di tempo. L’aggregato di queste mansioni sarebbe diventato lo standard di riferimento per la giornata lavorativa; «coloro che fallivano nel raggiungere certi standard erano scaricati e il loro posto il lavoro veniva dato a un nuovo riserva di uomini attentamente selezionati». Quasi un secolo dopo, Amazon ha tentato un approccio simile al problema della produttività dei lavoratori. Però, mentre il genio di Taylor consisteva nel sovraccaricare la catena di montaggio riducendo tutto il lavoro qualificato a piccole micro-mansioni, il genio del Turco meccanico è quello di creare una catena di montaggio virtuale.

Ecco come funziona: i datori di lavoro (chiamati «requesters», committenti) possono essere esseri umani oppure un programma di computer che esegue uno script che esternalizza alla folla qualsiasi mansione che non può eseguire. I committenti inseriscono micro-mansioni (chiamate «Human Intelligence Tasks», o HITs) sul sito di Turco meccanico di Amazon e offrono contratti non negoziabili con una quota da prendere o lasciare per ogni HIT. I «Turchi» (ufficialmente chiamati «provider», fornitori) eseguono ripetutamente piccole micro-mansioni, raramente avendo un’idea dell’insieme. Analizzando le parole chiave che ricorrono nelle ricerche di HITs, il professor Panagiotis Ipeirotis ha scoperto che la gran parte degli HITs consiste in raccolta di dati, trascrizione, ricerche, inserimento di tag, revisione di contenuti, categorizzazione e altri compiti di questo genere.

Un HIT è qualsiasi mansione che può essere esternalizzata sulla rete. Molti aspetti di Internet che diamo per scontati sono frutto di lavoro nella folla pagato. Ad esempio, risultati di ricerca più pertinenti, trascrizioni di audio e video, informazioni locali affidabili, spam pubblicitario e altre componenti di Internet che sembrano semplicemente essere lì automaticamente. Gli operai-folla si impegnano, inoltre, in mansioni che possono rendere la vita di certi individui molto migliore, come fornire informazioni istantanee sui loro immediati dintorni a persone non vedenti grazie a uno smartphone o con la giusta app.

Un HIT include normalmente una serie di istruzioni, alcune piuttosto complesse, che uno deve leggere e capire prima di svolgere la mansione. I committenti possono anche porre dei requisiti di idoneità. Per esempio, possono restringere l’accesso a chi ha una «qualificazione superiore» − un titolo che Amazon assegna a sua discrezione − che alcuni hanno ricevuto eseguendo almeno 50000 HITs con un tasso elevatissimo di approvazione. Oppure il committente può escludere certi lavoratori, ad esempio lavoratori indiani, perché nel mondo del lavoro nella folla online sono considerati lavoratori inferiori.

I fornitori possono subire simili pesanti discriminazioni perché il Civil Right Act non è valido per loro. In effetti, molti dei diritti per cui si è duramente lottato nel Ventesimo secolo non valgono per i Turchi. Alcuni critici si preoccupano del fatto che anche delle proibizioni relative al lavoro minorile vengano trasgredite. Questo perché non è chiaro quanto certi siti rispettino la condizione che gli utenti abbiano più di 18 anni per eseguire degli HITs. Inoltre, molti operai-folla sono pagati con crediti-gioco, che possono essere usati con il proposito di attirare i bambini verso il lavoro sottopagato. Il pagamento offerto per gli HITs si muove su una scala che va da niente a pochi dollari a pagamenti in valute virtuali. Molti HITs si attestano sul gradino inferiore di questa scala. Di conseguenza, si calcola che il salario medio di un Turco sia di circa 2 dollari all’ora. Per consentire l’accesso a questo bacino di lavoro non regolamentato, Amazon trattiene una percentuale del 10% dai committenti.

Il lavoro della folla spesso viene eseguito a casa, da persone disoccupate. Alcuni hanno sostenuto che il basso salario è anche il risultato della durevole disuguaglianza di genere nella società. La grande maggioranza dei Turchi americani è composta da donne e ci sono alcune indicazioni relative al fatto che molte di loro solo lavoratrici domestiche che badano a un parente anziano o a un bambino. Rachael Jones del Minnesota è un esempio di casalinga che lavora come Turco. Ha una formazione da assistente in neurochirurgia ma, in seguito a una lesione al collo e a un’operazione chirurgica non ha più potuto lavorare in quel campo così impegnativo fisicamente. In più, Jones ha scelto di stare a casa e prendersi cura dei suoi figli perché il suo partner lavora fuori casa. Ora è una Turco «molto a tempo pieno» e, dopo molti anni durante i quali ha ottenuto tre «qualificazioni superiori» e ha eseguito 110000 HITs, è riuscita a guadagnare circa 8 dollari all’ora. Alla domanda su quale sia la sua opinione sul lavoro da Turco, ha risposto: «mi piace davvero un sacco». Ammette che «ci sono certe volte che è veramente difficile e rovisti e guardi ma gli HITs redditizi semplicemente non ci sono». Le piacerebbe che il salario fosse maggiore, ma ha anche paura che qualsiasi aumento significativo potrebbe distruggere il mondo del lavoro nella folla. Se questo dovesse accadere, non è certa di quale altro lavoro potrebbe fare che le permetta di stare a casa con i suoi figli.

I Turchi [turker] sono classificati come liberi professionisti, ciò significa che non hanno diritto al salario minimo, agli straordinari, agli indennizzi , a sussidi di disoccupazione e varie altre protezioni che tutelano i lavoratori. L’accordo di varie pagine a cui tutti i Turchi devono acconsentire prima di entrare nel sito specifica che il Turco non è né un dipendente del committente né di Turco meccanico. Amazon sostiene che il suo ruolo si limita alla «funzione di un elaboratore di pagamenti che serve per facilitare le transazioni tra i committenti e i fornitori» e dichiara che non è «responsabile per le azioni di nessun committente o fornitore». L’accordo avvisa: «come committenti o fornitori utilizzate il sito a vostro rischio e pericolo». Dopo che gli era stato ricordato che Amazon non ha nessuna responsabilità legale, un Turco truffato ha espresso il suo stupore per il fatto che l’azienda possa trarre profitto da comportamenti che essa stessa ospita affermando nello stesso tempo che non è perseguibile per questo: «è come dire che qualcuno sta gestendo un mercato schiavistico sulla mia proprietà e mi stanno pagando, ma io non ho responsabilità».

A parte una manciata di aziende che gestiscono piattaforme di lavoro nella folla, nessuno conosce realmente chi fa la folla. Lo studio più recente di demografia dei Turchi, realizzato nel 2010, ha messo in luce che la grande maggioranza dei Turchi – il 57% – è composta da americani, seguiti dagli indiani con il 32%. I Turchi americani hanno spesso un’educazione superiore, il 63% ha una laurea, rispetto alla media nazionale del 25%. L’età media è bassa, intorno ai 30 anni, e il 69% sono femmine. Il bacino di forza lavoro-folla è cresciuto considerevolmente da quando Amazon ha creato la piattaforma e il mercato del lavoro a un costo estremamente basso sembra poggiare sulla competizione dovuta alla sovrabbondanza di lavoratori disponibili.

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Lilly Irani non è d’accordo con la descrizione che Amazon fa del suo ruolo nel mercato del lavoro. È una degli sviluppatori, insieme a Six Silberman, di Turkopticon, un plug-in e un forum che consente ai Turchi di dare un voto ai committenti e scambiare importanti informazioni su di loro al fine di «segnalare ed evitare committenti disonesti». Irani afferma che uno dei problemi fondamentali con Turco meccanico e altri siti di lavoro nella folla è che non sono dei mercati neutrali, come pretendono, ma sono costruiti secondo un modello di sfruttamento che privilegia i committenti. Un esempio è il fatto che il Turco non ha voce sulle condizioni del rapporto di lavoro – uno squilibrio che è particolarmente pronunciato nel meccanismo che permette ai committenti di «accettare» o «rifiutare» il lavoro di un Turco. Questi termini meritano le virgolette perché il committente vede e riceve il prodotto del lavoro indipendentemente dalla scelta che fa. Se il committente «accetta» il lavoro, tiene il prodotto del lavoro e paga il Turco. Se il committente «rifiuta» il lavoro, tiene lo stesso il prodotto senza pagare il Turco. Il committente non deve fornire una motivazione per il rifiuto e non c’è nulla che un Turco possa fare per mettere in discussione la decisione se non chiedere spiegazioni e sperare in una risposta.

«Rifiutando» un lavoro, il committente non solo priva il Turco del pagamento, ma influenza anche la sua reputazione online. I Turchi sono anonimi, identificati solo da una lunga stringa di numeri e lettere, perciò tutto quello che hanno è la loro reputazione sul Turco meccanico. Costello racconta che, all’inizio, ha fatto migliaia di HITs di qualsiasi tipo per costruire il suo tasso di approvazione, per raggiungere un livello che poi, comunque, poteva essere abbassato facilmente. «Se hai un tasso del 99.8% di approvazione e poi lavori per un bastardo che rifiuta 500 dei tuoi HITs sei fregato. Per ogni rifiuto, devi avere altre 100 HITs approvati per raggiungere il tasso che avevi precedentemente. Sai quanto tempo ci vuole? Possono volerci mesi oppure anni».

Forum online e siti di lavoratori come Turkopticon, TurkerNation, mturkforum, CloudMeBaby e Reddit sono diventati i luoghi principali in cui la forza lavoro-folla parla delle proprie condizioni di lavoro. Tuttavia, l’anonimato del lavoro da Turco e l’individualizzazione di Internet hanno spesso reso quelle piattaforme improduttive per l’organizzazione dei lavoratori in proporzione diretta a quanto sono invece produttivi per la crescita del lavoro nella folla.

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Alcuni riformisti benpensanti immaginano che trasformazioni che rendano la vita degli operai-folla migliore possano avere origine solo dai provvedimenti di qualche datore di lavoro magnanimo. […] Questa visione è ora messa in discussione da quella che potrebbe essere la prima class-action di questo genere a essere trattata dal tribunale della California. Christopher Otey e Mary Greth, per conto proprio e «della forza lavoro più grande del mondo» sostengono che gli operai-folla non sono semplicemente dei liberi professionisti, ma dipendenti dell’azienda di lavoro nella folla. Otey e Greth hanno eseguito «mansioni semplici e ripetitive online per il beneficio di CrowdFlower». Per i loro sforzi sono stati pagati meno di 2/3 dollari che, secondo il direttore di CrowdFlower, è quanto i lavoratori comunemente guadagnano. Otey e Greth sostengono che i lavoratori guadagnano, invece, tra 1 a 2 dollari all’ora, e che alcuni sono compensati con crediti-gioco online, denaro virtuale e capacità video potenziate.

La class-action potrebbe coinvolgere anche 4 milioni di lavoratori e diventare potenzialmente una delle più grandi class-action su questioni di lavoro nella storia. Se i querelanti avranno la meglio, saranno categorizzati come dipendenti della compagnia di lavoro nella folla piuttosto che come liberi professionisti, e spetterebbero loro i benefici e le protezioni che i dipendenti ricevono. Ciò includerebbe un salario minimo, gli straordinari pagati, protezioni contro le discriminazioni, il diritto di rivolgersi a un sindacato, l’indennità di infortunio, indennità di disoccupazione per i licenziamenti, alcune protezioni contro i delatori ecc. Il caso ha dovuto fare i conti con molti degli ostacoli che una causa così ambiziosa non può che incontrare. Tuttavia, mentre questo articolo viene dato alle stampe una proposta di accordo è stata sottoposta all’approvazione dei giudici. Se questi riterranno che i termini dell’accordo sono adeguati per tutti i membri della classe, allora è probabile che un altro caso dovrà considerare se ai milioni di lavoratori-folla spettino o meno le protezioni e il salario di lavoratori dipendenti.

[…]

Miriam Cherry, che prima della proposta di accordo stava organizzando un gruppo di discussione tra docenti di diritto del lavoro, ha paura che il giudice possa non comprendere il lavoro nella folla e che possa dichiarare che i lavoratori sono di fatto appaltatori. Tuttavia, Miriam teme anche che un giudice o il legislatore introducano regole che cancellino il lavoro nella folla. […] «Io dipendo da questo sistema – dichiara Jones – e se la causa si conclude ai danni di CrowFlower, questo potrà davvero spazzare via il mercato del lavoro nella folla».

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