lunedì , 28 Settembre 2020

Noborder incontra Blockupy II. Scioperi e lotte di rifugiati e migranti contro l’esclusione e lo sfruttamento

No Border incontra BlockupyIl 13 ottobre 2012 circa 6000 manifestanti hanno attraversato Berlino, guidati dai rifugiati auto-organizzati che avevano già messo in campo proteste locali e azioni in diverse città e una marcia di protesta attraverso la Germania durata un mese. La chiusura dei centri di detenzione, l’abolizione della legislazione sulla residenza e la fine delle deportazioni erano le loro rivendicazioni. Di rado così tante persone in tutta la Germania hanno preso le piazze collettivamente per portare avanti queste istanze. Da quel momento, la resistenza antirazzista ha guadagnato sempre più visibilità pubblica e rimane dinamica e costante. A Berlino un campeggio di protesta è rimasto in piedi persino durante l’inverno, l’ambasciata nigeriana è stata occupata per la sua collaborazione con le attività di deportazione, gruppi di rifugiati si sono mossi per incontrarsi in tutti gli Stati tedeschi e varie azioni sono state organizzate. Dal 13 al 16 giugno 2013 un tribunale internazionale si riunirà a Berlino per denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani che hanno luogo ogni giorno all’interno di rapporti neocoloniali, e in quell’occasione le reti di resistenza saranno ulteriormente rafforzate.

Da Take the Square alla Strategia delle tende dei rifugiati

Esattamente un anno prima, durante la giornata globale di azione del 15 ottobre 2011, ha preso il via anche in Germania l’Occupy Camp, ispirato dalle occupazioni delle piazze del Cairo, di Madrid e di New York. Dall’autunno del 2012 a oggi rifugiati e migranti si sono serviti dello strumento politico dell’occupazione delle piazze, in Germania e altrove. Il 23 marzo 2012 manifestazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti hanno avuto luogo simultaneamente a Bologna, Amsterdam e Berlino, in ciascun caso con migliaia di partecipanti. Ad Amsterdam sono state anche occupate piazza Hague e piazza Vienna e in seguito delle chiese. I punti di partenza dei diversi gruppi che hanno organizzato queste iniziative sono stati diversi tanto quanto la loro composizione e le loro specifiche rivendicazioni. Le connessioni dirette sono limitate, ma hanno in comune l’opposizione alla privazione dei diritti e all’esclusione. E spesso le esperienze di lotta portate avanti lungo le rotte di transito dei migranti hanno avuto uno spazio nelle proteste. 

Si tratta di un aspetto importante perché questa nuova ondata di proteste e scioperi dei rifugiati e dei migranti in Europa corrisponde a lotte continue lungo i confini esterni dell’Europa. Nei centri di detenzione in Grecia, dove sono detenuti migliaia di migranti che cercano di viaggiare verso l’Europa nord-occidentale, continuano ad avere luogo raid e rivolte. Di fronte all’ufficio dell’Organizzazione dei Rifugiati delle Nazioni Unite a Tunisi i migranti in transito hanno messo in atto uno sciopero della fame per rivendicare il proseguimento del loro viaggio verso un paese disposto a riceverli. Nel mare Egeo, nello stretto di Sicilia e in quello di Gibilterra continuano i passaggi dei boat people, nonostante il pericolo e nonostante il rischio di essere respinti dalla polizia di frontiera di Frontex. La resistenza contro il regime europeo delle migrazioni è quotidiana, nel Mediterraneo come negli aeroporti, si oppone all’esclusione, allo sfruttamento, alla violenza razzista della polizia e alla detenzione. Durante Blockupy, vogliamo ancora spingere e rendere visibile questa lotta dalle molte facce per la libertà di movimento e contro tutte le legislazioni speciali razziste. Per questo facciamo appello a partecipare al blocco della Banca centrale europea il 31 maggio 2013, per prendere parte alle azioni contro quanti traggono profitto dallo sfruttamento e dalle deportazioni e alla manifestazione generale del 1 giugno.

Contro il regime dei confine, lo sfruttamento e l’adeguamento capitalistico

Il 31 maggio 2013 non soltanto la Banca centrale europea ma anche l’aeroporto (vedi il box in fondo), le torri della Deutsche Bank e alcuni negozi di catene d’abbigliamento nella via commerciale di Francoforte saranno il bersaglio di creative forme di protesta. Con l’accaparramento della terra e la speculazione alimentare la banca tedesca continua ad avere una responsabilità decisiva nell’espulsione dal Sud globale e nel suo impoverimento, e queste sono due ragioni fondamentali delle migrazioni. Catene di abbigliamento come H&M, Zara e C&A fanno profitto con uno sfruttamento massiccio che si esercita attraverso salari sul limite della sussistenza – che sia in Tunisia, in Bangladesh o in Pakistan – e attraverso il regime dei confini. Il capitale si muove verso regioni a basso salario per produrre nei settori dell’elettronica, del tessile, o di componenti meccaniche per l’industria automobilistica. Tre milioni di persone – soprattutto donne – sono sfruttate in condizioni di lavoro bestiali e pericolose. Nello stesso tempo, il confine serve come un filtro per un «management delle migrazioni» che attraverso l’Europa dirige giovani lavoratori migranti a bassi salari verso settori stanziali: l’edilizia, l’agricoltura, la cura domestica, le pulizie, la gastronomia e l’industria del sesso, dove è necessario lavoro a basso costo e dove dislivelli salariali e disciplina sono estorti grazie alle legislazioni sul lavoro migrante. Persone che hanno residenza o un permesso di lavoro e che devono fare a meno dei benefici sociali si trovano fuori legge e senza difese. E quelli che non vogliono mettere a rischio il loro status legale o vogliono migliorarlo devono dare prova di un reddito, non importa quali siano le condizioni di lavoro. Questo è vero per i migranti provenienti da paesi non europei ma anche per i cittadini europei, specialmente se vengono da paesi come la Romania o la Bulgaria.

All’ombra delle Torri

Non solo nell’area di Rhine-Main migliaia di persone, pseudo-autonomi o con un contratto illegale temporaneo, sono sottoposti a dure condizioni di lavoro, ma spesso sono anche truffati e privati dei salari promessi da un sistema corrotto di subappalti e caporalato, senza alcun servizio sociale. Quelli che per primi e più di tutti traggono profitto da questa situazione sono le grandi imprese, le cui offerte speciali si basano su queste catene di subappalto per lo sfruttamento dei migranti. È quindi necessario creare un caso mediatico efficace e incoraggiare il supporto diretto a questi lavoratori e lavoratrici.

Nel novembre 2012, tredici lavoratori rumeni impiegati nella costruzione di case di lusso nel quartiere dell’Europa a Franforte con le loro azioni di protesta e con l’aiuto del progetto sindacale «Mobilità equa» [Fair Mobility] sono riusciti a ottenere il pagamento dei loro salari negati. Ad aprile 2013 lo sportello di supporto sindacale MigrAr ha sostenuto un lavoratore migrante che aveva avuto un incidente mentre prestava un servizio di pulizia, e a cui erano state in un primo momento negate le cure necessarie. Il trattamento medico di emergenza di cui aveva bisogno poteva essere ottenuto solo attraverso il supporto di uno scandalo mediatico. Si tratta solo di due esempi che portano alla luce la punta dell’iceberg, la vita quotidiana prodotta da forme di lavoro precarie all’ombra delle torri della banca, un lavoro senza il quale la tanto vantata economia dei servizi sarebbe da lungo tempo collassata.

Grecia, il laboratorio della crisi

La Grecia è diventata il terreno di sperimentazione degli attacchi della crisi neoliberista. I programmi di austerità dettati dall’Unione Europea hanno determinato un massiccio svuotamento dei diritti e un impoverimento di grandi parti della popolazione: abolizione della sicurezza sociale essenziale, sfratti, tagli salariali e una crescente esclusione razzista di migranti e rifugiati sotto i colpi di raid e internamenti. Nell’Europa della crisi, la rivendicazione di uguali diritti ottiene sempre più spesso come risposta un’uguale precarizzazione, aggiustamenti verso il basso anziché verso l’alto. Oggi non devi essere un «clandestino» per vederti rifiutato il diritto alle cure mediche essenziali, o per non essere in grado di nutrire i tuoi figli adeguatamente.

«Village of all together» è il nome di un’iniziativa sull’isola di Lesbo fondata in supporto delle famiglie particolarmente colpite dai dettati dell’austerità. Quando nell’ottobre del 2012 i rifugiati sono approdati sulle coste dell’isola e lì sono rimasti completamente privi di supporto, l’iniziativa ha aperto un punto di accoglienza auto-organizzato. Mentre in tutta Europa i nuovi arrivati sono illegalizzati e confinati, questo progetto mostra ben più della semplice possibilità di organizzare diversamente il transito. Anziché permettere alle autorità di mettere le persone le une contro le altre, nuove alleanze e nuove forme di solidarietà sono state create in risposta agli attacchi sociali. Quando un fenomeno come questo potrà avere luogo in Germania?

Abbiamo cominciato sui confini, ora siamo al centro delle questioni sociali

La nuova qualità della negazione dei diritti e dell’incremento della precarietà ci mette di fronte a domande nuove: come viviamo, specialmente qui in Europa? Che cosa dobbiamo cambiare? Di quali diritti vogliamo appropriarci? Quali nuove alleanze tra uomini e donne precari devono essere create? Che cosa deve essere questa Europa, perché noi vogliamo farne parte? Stiamo parlando dell’Europa o di diritti globali? Vogliamo tenere queste domande aperte in tutti i piccoli ambiti di sperimentazione delle nostre vite quotidiane, in tutte le piccole e grandi lotte per il diritto di restare e contro le deportazioni, nelle discussioni che riguardano la partecipazione e la dignità, i salari, la rendita, la salute, l’istruzione e ogni bene pubblico; nelle nostre lotte quotidiane per la sopravvivenza, nei nostri circoli di amici, nelle iniziative auto-organizzate. Abbiamo cominciato sui confini e ora siamo al centro delle questioni sociali. Questo è un invito a essere parte della ricerca comune: per un’Europa che accolga le persone, per un’Europa dove lottiamo insieme per i diritti sociali globali.

Promotori:

Action-alliance against deportation – Rhine-Main, Transact, No one is illegal – Hanau and Darmstadt, Networks Welcome to Europe and Afrique-Europe-Interact, Caravan Munich, Abolish Borders Berlin

 

Iniziative sulle migrazioni durante Blockupy II:

Martedì 20 maggio: iniziativa di informazione regionale – All’ombra delle Torri: lavoro precario a Francoforte, la resistenza e il supporto dei migranti;

Venerdì 31 maggio: partecipazione al blocco della Banca europea seguito da azioni sulla Deutsche Bank, le catene di abbigliamento, la principale via commerciale (Zeil) e l’aeroporto (Blockupy Deportation Airport);

Sabato 1 giugno: intervento dei rifugiati auto-organizzati durante la manifestazione generale e blocco antirazzista nella prima parte del corteo.  

Box: Blockupy Deportation Airport

Venerdì 31 maggio, il giorno dei blocchi, diversi gruppi invitano a partecipare a una manifestazione che si terrà presto il Terminal 1 dell’aeroporto di Francoforte. Sosteniamo questa iniziativa che dovrebbe essere legata più direttamente alle proteste contro la crisi e alla resistenza contro il regime dei confini. Al momento del loro arrivo migliaia di migranti fanno esperienza dell’aeroporto di Rhine-Main come di un collo di bottiglia fatto di controlli razzisti e di internamenti, oppure come l’ultimo passaggio prima della deportazione. L’ingiustizia quotidiana di queste esclusioni e deportazioni riflette un sistema moderno di Apartheid che, in primo luogo, nega la libertà di movimento delle persone provenienti dal Sud globale. L’aeroporto è tanto un checkpoint quanto una piattaforma di deportazione e quindi la scena del crimine di un regime di confine repressivo, che è stato sostenuto in tutta l’Europa anche dal governo tedesco fino all’abolizione di fatto del diritto di asilo avvenuta vent’anni fa. Per questo, rimarrà sempre un posto in cui interverremo per bloccare direttamente le deportazioni, e per denunciare i corresponsabili che beneficiano di queste politiche, dalla polizia federale alle compagnie aeree che mettono in atto le deportazioni.

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