domenica , 25 Ottobre 2020

Tra migrazione e precarizzazione. Diario di un viaggio in cinque città tunisine

Tra migrazione e precarizzazionedi HAGEN KOPP – Kein Mensch ist Illegal, Hanau, con gli attivisti di Afrique-Europe-Interact e Welcome to Europe

Intro1

Questo diario frammentario è stato scritto alla fine di gennaio, cioè prima dell’assassinio del leader dell’opposizione di sinistra Chokri Belaïd avvenuto il 6 febbraio 2013 a Tunisi, e prima dello sciopero generale e delle proteste di massa che sono seguite a quell’evento in molte città della Tunisia. Gli sviluppi delle ultime settimane non sono perciò inclusi. Eppure, chi legge questo testo può senz’altro percepire grazie al racconto di due rivolte locali la latenza di una sollevazione più grande e con ciò il potenziale di una «seconda rivoluzione». Nel corso del nostro viaggio, abbiamo potuto (di nuovo) vedere che la protesta contro la povertà e lo sfruttamento, la lotta per salari migliori, per la libertà e la dignità sono molto vive in Tunisia. E pensiamo che al centro della nostra considerazione, della nostra solidarietà e della nostra ricerca di punti in comune debbano stare queste rivendicazioni sociali – e non la polarizzazione mediatica tra il partito di governo islamico e l’opposizione laica.

Intro2

Dal 25 dicembre 2012 al 4 gennaio 2013 una piccola delegazione delle reti Afrique-Europe-Interact e Welcome to Europe è stata ancora una volta in Tunisia. L’obiettivo di questa visita era approfondire i contatti già esistenti e trovarne di nuovi, per sondare se e in che misura sia realizzabile l’idea – nata nel contesto di Boats4People[1] – di una carovana attivista per il diritto alla libertà di movimento nell’autunno del 2013[2]. Il nostro tour un po’ improvvisato attraverso molte città della Tunisia si è trasformato in un viaggio a tappe impressionante e ricco di stimoli «tra migrazione e precarizzazione». Siamo entrati in contatto con un vasto spettro di lotte sociali diverse che offrono molteplici punti di connessione per il progetto della carovana.  E ovunque abbiamo incontrato, il più delle volte casualmente, gente del posto che ha manifestato un vivo interesse a partecipare. In questo diario di viaggio sono raccontate alcune delle nostre tappe e il loro specifico terreno di lotta.

Tunisi – 25.12.2012

A uno straniero la Medina, la parte vecchia di Tunisi, appare come un labirinto sconcertante, con i suoi innumerevoli vicoli e negozietti. Abbiamo seguito, meglio che potevamo, attraverso la folla il nostro conoscente fino al punto di incontro di «Article 13». Questo è il nome di un nuovo collettivo di giovani attiviste di Tunisi che si riferisce al paragrafo della carta dei diritti umani che attribuisce a ciascuna persona il diritto di lasciare la sua terra di provenienza. Nel cortile coperto della casa dove ci siamo incontrati sono appese fotografie dei giorni della rivoluzione del dicembre 2011, quando cortei di manifestanti contro il regime di Ben-Ali si formavano nella Medina. «Article 13» è composto soprattutto da giovani donne, in gran parte studentesse, che hanno già accumulato esperienze in altri gruppi di difesa dei diritti umani. Prima del nostro arrivo avevano già discusso alcune questioni sul progetto della carovana: tra le altre cose hanno espresso la volontà di inserire come tema non solo il «diritto di partire» ma anche il «diritto di restare». L’auto-organizzazione in loco e alternative alla migrazione rischiosa oltre mare dovranno essere discusse in workshop e assemblee. Inoltre in alcune città che sono state proposte come tappe per la carovana hanno a disposizione buoni contatti. Così abbiamo elaborato in poco tempo un piano di viaggio per i giorni successivi e un’attivista di «Article 13» decide di unirsi a noi nel viaggio.

El Fahs – 27.12.2012

Nessun lavoro, nessuna prospettiva. Tutti i 13 uomini che, grazie a un nostro conoscente, abbiamo incontrato in un bar a El Fahs sono d’accordo sul fatto che loro appena possibile vogliono andarsene: come Harragas[3] verso l’Italia, in ogni caso verso l’Europa. Alcuni hanno già tentato più volte di partire, ma hanno dovuto interrompere la traversata o hanno fallito in altri modi. Ma non lasciano alcun dubbio sul fatto che ci riproveranno.

Se si guarda al rapporto tra numero di abitanti e numero di migranti questa piccola città circa 70 chilometri a sud di Tunisi è nei primi posti della lista dei luoghi da cui i tunisini e le tunisine sono emigrati negli ultimi due anni. Eppure non è stato tanto questo dato statistico a spingerci a prendere in considerazione questo luogo come una delle tappe della carovana. Abbiamo seguito, piuttosto, la notizia di una sollevazione locale a El Fahs nel settembre del 2012, scatenata da una tragedia navale vicino a Lampedusa[4]. Ottanta persone, tra cui donne e bambini, sono sparite – probabilmente affogate. Solo in 58 sono sopravvissuti. Né il governo italiano né quello tunisino hanno reso pubblici i nomi dei sopravvissuti, o le cause del disastro, anche se ovviamente le guardie costiere di entrambi i paesi sapevano dell’esistenza della nave e sarebbero potuti intervenire per salvare delle persone. L’ennesimo caso di una politica del «lasciar morire» per disincentivare dalla migrazione? Solo a El Fahs 10 famiglie hanno perso dei loro parenti. La notizia si è diffusa come un lampo e la partecipazione è stata grande perché «quasi ogni famiglia ha un figlio migrante[5]. Vista l’inerzia e l’evidente politica di disinformazione dei governi, in migliaia a El Fahs il 9 e 10 settembre hanno eretto – nel vero senso della parola – delle barricate. Uno sciopero generale ha bloccato completamente la piccola città, e le strade di ingresso e di uscita sono state a loro volta bloccate. Negli scontri connessi alla protesta tre stazioni della polizia e la sede locale del partito di governo sono stati dati alle fiamme. Per ristabilire «calma e ordine» sono state chiamate delle unità speciali di polizia da Tunisi. Alla fine della nostra visita abbiamo anche parlato con la madre di un ragazzo scomparso. Il suo uomo era in viaggio verso Tunisi, dove intendeva fare delle ricerche e organizzarsi insieme ad altri coinvolti. Non volevano rinunciare a trovare quel loro figlio che era partito per cercare una vita migliore perché lì non c’era né lavoro né la possibilità di un salario.

Siliana – 28.12.2012

Già mentre chiedevamo le prime informazioni sulla strada, ci siamo trovati in un’interessante conversazione. In risposta alle nostre domande sugli avvenimenti delle scorse settimane, un ragazzo ci ha indicato con orgoglio le tracce di incendio ancora ben visibili all’incrocio della strada. Delle barricate sono state erette di fronte alle sedi governative a Siliana. È passato ormai più di un mese da quando, a novembre del 2012, il nome di questa piccola città a 120 km a sud di Tunisi ha ottenuto una certa visibilità nei media internazionali. Ciò è accaduto perché qui per un’intera settimana si è scatenata un’accanita protesta di massa e uno sciopero generale «contro la povertà e la disoccupazione», come un telegiornale tedesco ha riportato in maniera stranamente accurata. In migliaia sono riusciti a ottenere la deposizione del governatore (del nuovo partito di governo En-handa) corrotto e odiato. La sede del governatore è stata assediata per più giorni, e le manifestazioni sono finite in scontri in strada con i gruppi di polizia mandati da Tunisi. La polizia ha utilizzato proiettili contro i dimostranti, su Facebook sono circolate le fotografie delle gravi ferite prodotte, il più delle volte sugli occhi.

Già nel dicembre del 2010 Siliana fu uno dei primi luoghi dove si svolsero grandi manifestazioni e azioni di lotta sociale. Il consiglio di auto-amministrazione locale che allora era stato creato si è sciolto dopo la rivoluzione, ma le persone sono rimaste «vigili sui mutamenti percepibili anche nella quotidianità sociale»[6]. La nuova sollevazione a novembre a Siliana si era allargata alle città vicine dell’agitato entroterra tunisino quando il sindacato UGTT, che aveva giocato un ruolo chiave nello sciopero generale locale così come nell’organizzazione della protesta, ha negoziato con il governo centrale un «accordo per la pacificazione della situazione». Il governo ha acconsentito al ritiro del governatore e ha promesso «misure per il miglioramento della situazione economica regionale». È prevedibile che queste promesse non verranno mantenute: già a dicembre, infatti, i dipendenti pubblici a Siliana sono entrati in sciopero della fame a causa dei cattivi salari.

In un altro incontro per strada a Siliana abbiamo saputo che il salario dei 3000 dipendenti dell’industria tedesca Dräxlmayer, che nella zona industriale di Siliana produce cavi di cablaggio anche per le migliori industrie automobilistiche tedesche[7], è al limite del salario minimo ufficiale tunisino di 250 Dinar (125 euro). Il 90% di loro sono donne, dai 19 ai 30 anni, molte delle quali provengono dalla periferia ancora più povera della città e vengono qui sfruttate  attraverso un sistema di tre turni per un salario che non è sufficiente per sopravvivere nemmeno in Tunisia. La sede Dräxlmayer di Siliana è parte di una catena di forniture just-in-time insieme ad altre filiali in Tunisia, ma anche in Egitto e in Europa dell’Est. Finora la produzione è stata appena toccata dalle sollevazioni e dagli scioperi – rivolti principalmente contro il governo – sia nel 2010/2011 sia nel novembre del 2012[8]. Data la difficoltà di procurarsi un salario, il potenziale di ricatto della direzione dell’azienda contro le lavoratrici e i lavoratori è alto: chi si lamenta, viene subito mandato via. La direzione, per armarsi contro ogni eventualità, ha nondimeno elaborato un piano dettagliato di reazione alla crisi.

Regueb – 29.12.2012

La nostra quarta tappa si trova a qualche ora di macchina a sud e dista solo 40 chilometri da Sidi Bouzid, il luogo dove il 17 dicembre 2010 è cominciata la rivoluzione tunisina e con ciò la primavera araba. Nel dicembre 2010 a Ragueb si sono tenute subito manifestazioni di solidarietà che hanno con altrettanta rapidità incontrato la repressione violenta del regime e le prime vittime.

Ci siamo trovati con un nostro «vecchio» amico che avevamo conosciuto durante un viaggio a tappe in Germania l’anno scorso. Come rappresentante dell’Union des diplomés chômeurs (Unione dei disoccupati diplomati), che hanno contribuito in maniera decisiva alla rivoluzione tunisina, è stato uno dei principali relatori all’assemblea di apertura di Blockupy a Francoforte a Maggio 2012[9]. Quando lo abbiamo informato telefonicamente della nostra visita e gli abbiamo accennato del progetto della carovana, si è dimostrato subito interessato. Ha organizzato per noi un incontro con 15 attivisti di diverse iniziative e organizzazioni: dei sindacati, delle organizzazioni studentesche, del partito di sinistra Front Populaire, di Red-Attac e degli intellettuali critici.

Ci siamo presentati e abbiamo esposto ai nostri interlocutori il progetto della carovana. Questo ha innanzitutto sottoposto noi e il nostro progetto a una serie di domande molto critiche: perché volete protestare qui con noi, quando il problema in realtà risiede in Europa? La brutale politica dell’immigrazione e il razzismo vengono dall’Europa, perché non fate lì la carovana? Come possiamo sviluppare una collaborazione alla pari considerato il divario di ricchezza tra Europa e Africa? La libertà di movimento non resta un sogno irraggiungibile? Non è il sistema capitalistico il vero problema? Al di là delle molte riserve, ci siamo trovati d’accordo su alcune cose: concordavamo sul fatto che l’alta disoccupazione e le forme di lavoro in gran parte precarie in Tunisia sono da considerare anche sullo sfondo degli iniqui rapporti tra Nord e Sud e che c’è naturalmente un diritto alla migrazione. Contro la convenzione in programma tra UE e governo tunisino per l’inasprimento dei controlli sulle migrazioni ci dovremmo organizzare tra noi e ciascuno fare pressione sul proprio governo.

Non siamo riusciti a discutere fino in fondo molti degli argomenti emersi in questo incontro. Ma poiché tutti i presenti si sono dimostrati interessati, abbiamo deciso che continueremo a discuterne al Forum Sociale Mondiale a Tunisi alla fine di marzo 2013.

Choucha – 31.12.2102

La prima volta che siamo stati nel lager dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), vicino al confine con la Libia, era il maggio del 2011 e da allora abbiamo avuto contatti regolari con i rifugiati e i migranti e ci siamo attivati per garantire ascolto e visibilità alle loro rivendicazioni, alle «voci da Choucha». Nell’ultimo dell’anno abbiamo incontrato in una tenda trasformata in un bar otto rappresentati di diverse comunità. Quello che ci siamo trovati di fronte era un misto di disperazione e risolutezza. Il retroscena è il fatto che a Choucha si trovano oltre ai circa 1000 rifugiati riconosciuti dall’UNHCR che attendono i luoghi di nuovo insediamento, circa 300 di loro non hanno quella prospettiva perché non sono riconosciuti dall’UNHCR come rifugiati. Per forzarli a un rimpatrio «volontario» verso le loro terre di origine, l’UNHCR ha ridotto dal Novembre 2012 le razioni di cibo e nega loro ogni assistenza sanitaria. Coloro che sono colpiti da questa politica hanno cercato con lettere e delegazioni ai responsabili a Tunisi di ottenere la riapertura delle loro procedure legali e la fornitura dei servizi di base. Ma finora l’UNHCR non si è mosso e perciò sono in programma nuove azioni di protesta. Il progetto che sembra favorito dai rifugiati auto-organizzati è una grande manifestazione di più giorni davanti all’UNHCR a Tunisi, che dista però 500 chilometri. Circa 100 dei rifugiati respinti, tra cui anche famiglie, avevano intenzione di partecipare, ma il trasporto e l’alloggio nella capitale avrebbero comportato dei problemi logistici. Noi abbiamo potuto solo assicurare che avremmo preso parte alla campagna di solidarietà e per quanto possibile contribuito anche finanziariamente alla riuscita della protesta.

Postilla

Durante la notte del 27 gennaio più di 90 rifugiati finanziati attraverso donazioni hanno viaggiato verso Tunisi e hanno iniziato il lunedì successivo una protesta di cinque giorni di fronte all’UNHCR[10].

Tunis – 2.1.2012

Di ritorno nella capitale siamo stati invitati dalle donne del collettivo femminista italiano «Le Venticinque Undici»[11] a un incontro di parenti degli Harragas dispersi. La collaborazione tra loro è cominciata nel 2011, da quando all’inizio dell’estate dopo la rivoluzione il regime delle frontiere durato fino ad allora è crollato, Frontex e la Nato si sono schierate nel canale di Sicilia e contemporaneamente molte barche sono sparite. In qualche caso i parenti delle vittime affermano di aver riconosciuto in seguito i loro figli nei notiziari italiani. Non si fidano più del governo italiano e del proprio e hanno cominciato a organizzarsi in vari comitati.

Nel cortile interno di un albergo sono arrivate circa 50 madri, padri e fratelli o sorelle, per confrontarsi su come possono andare avanti. Il tentativo di ritrovare i dispersi attraverso un confronto delle impronte digitali di tutti i migranti registrati in Italia ha portato a scarsi risultati. Un uomo si è rivolto a noi e ci ha mostrato sul suo cellulare un breve video nel quale si vedeva suo figlio salutare da una nave. Non abbiamo capito subito che si trattava di riprese della barca che è scomparsa a settembre del 2012 nel mare a largo di Lampedusa. E poco dopo ci si è presentato il padre di un uomo la cui moglie avevamo già incontrato a El Fahs. I diversi gruppi di parenti sembrano sempre meglio organizzati, e negli ultimi due anni hanno dato vita a proteste regolari davanti ai ministeri responsabili e anche il 18 dicembre durante la giornata internazionale dei diritti dei migranti. Richiedono l’abolizione del regime europeo dei visti e criticano il loro governo per la sua collaborazione con la UE. «Noi abbiamo fatto una rivoluzione per la dignità e la democrazia», ha detto la portavoce di un gruppo di madri tunisine di dispersi già nel luglio del 2012 durante un’assemblea internazionale a Monastir, in preparazione del Forum sociale mondiale. E ancora: «Il governo non fa nulla, i nostri figli hanno fatto la rivoluzione, ma noi non abbiamo ancora nessun risposta su dove si trovino. Ci sarà una seconda rivoluzione se la situazione non cambia».


[1] Le prime azioni di Boats4People sono iniziate nel luglio del 2012 tra Sicilia, Tunisia e Lampedusa. Tra le altre tappe ci sono state Tunisi e Monastir. Vedi: http://www.boats4people.org/index.php/it/

[2] L’idea di una carovana per il diritto alla libertà di movimento è sorta da una discussione tra gli attivisti tunisini ed europei a luglio 2012 durante le attività di Boats4People a Monastir. L’ispirazione è venuta dall’esperienza della carovana Afrique-Europe-Interact, partita da Bamako verso il Forum Sociale mondiale di Dakar nel febbraio del 2011. E decisiva è stata la valutazione degli interlocutori tunisini riguardo al fatto che, benché presente nella vita di ogni famiglia tunisina, il tema della migrazione è poco discusso pubblicamente. La carovana in bus attraverso la Tunisia è in programma per l’inizio di settembre 2013. Una parte importante della sua preparazione sarà un tour di informazione e discussione a marzo, appena prima del Forum Sociale Mondiale di quest’anno a Tunisi. I partecipanti – europei e africani – cercheranno di estendere i contatti con gli attivisti e le attiviste del luogo e di sviluppare ulteriormente i contenuti fondamentali e le forme di azione. Solo dopo ci sarà un piano concreto della mobilitazione.

[3] È la parola nordafricana-araba per indicare i migranti che partono senza visto, letteralmente significa «colui che brucia il confine».

[4] Il cosiddetto «incidente di Lampione».

[5] Citato dal discorso con un contatto a El Fahs.

[6] Bernard Schmid su Labournet il 6 dicembre 2012.

[7] La Germania è il maggiore investitore straniero nel campo dell’industria delle forniture automobilistiche e con circa 280 imprese che impiegano più di 50.000 persone è nel complesso il quarto investitore straniero. Oggi la Tunisia intesse l’80% (!) dei suoi rapporti commerciali esteri con l’Europa, soprattutto Francia, Italia e Germania e in particolare le imprese europee utilizzano siti tunisini come «estensione della propria capacità produttiva» e per «lavorazione conto terzi».

[8] In altri luoghi era ed è diverso: secondo le ricerche di Stefanie Hürtgen la rabbia e le proteste si sono dirette, in maniera decisiva, a partire dalla «primavera araba» anche contro i complessi industriali stranieri. Soprattutto nel settore tessile sono state giovani donne a protestare contro le vessazioni, l’oppressione e i bassissimi salari. La collera è grande perché anche queste industrie soprattutto straniere non pagano il salario minimo, non applicano la legislazione sociale e introducono sempre più lavoro temporaneo. Il giorno dopo la fuga di Ben Ali, così le sarebbe stato riferito, a Gafsa nell’entroterra sarebbe stata bruciata una fabbrica di Benetton, e non deve essersi trattato di un caso isolato: da quel momento si è molto parlato in Tunisia dello smantellamento di complessi industriali stranieri e della necessità di «ristabilire la calma» per non spaventare gli investitori.

[9] Blockupy: sotto questo nome hanno avuto luogo dal 16 al 18 luglio 2012 nel quartiere delle banche di Francoforte, dove c’è anche la sede della BCE, una serie di blocchi e manifestazioni

[10] http://voiceofchoucha.wordpress.com,

http://chouchaprotest.noblogs.org,

http://afrique-europe-interact.net/index.php?article_id=462&clang=0

[11] Le «Venticinque Undici», chiamate così perché il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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