∫connessioni precarie

Trump, il Venezuela e i disagi dell’antimperialismo

Sezione

Dopo aver bombardato Iran, Iraq, Siria, Somalia, Yemen e Nigeria, il “pacifista” Trump ha attaccato il Venezuela e rapito il suo presidente Nicolas Maduro. Lo ha fatto per imporre un’inversione di rotta rispetto alle politiche di gestione statale delle materie prime, petrolio in testa, inaugurate da Chavez venticinque anni fa, e con questo contrastare l’influenza russa e soprattutto cinese in America Latina. L’operazione militare speciale voluta dal governo Trump rende evidente il carattere poco più che formale di ogni appello al diritto internazionale. Essa si inserisce pienamente nella Terza guerra mondiale, iniziata con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, perché trova le sue motivazioni nel tentativo arrogante e disperato di affermare la supremazia statunitense all’interno di un disordine transnazionale sempre più difficile da governare.

La celebrazione dell’irresistibile forza statunitense conferma che il militarismo orienta le scelte della Casa Bianca: l’azione militare è legittimata esplicitamente come il modo per garantire sicurezza e profitti agli Stati Uniti e a coloro che si sottomettono alla loro pretesa di egemonia sull’emisfero occidentale. È questo uno dei principi chiave della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale trumpiana. Per questo l’operazione militare in Venezuela va ben al di là dell’obiettivo di regime change, che giorno dopo giorno appare sempre meno rilevante e sempre meno necessario di fronte alla disponibilità a cooperare del governo di Caracas, come va ben oltre la negazione dei principi della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione dei popoli già traballanti da tempo nel diritto internazionale.

Nel disordine transnazionale, non è più nemmeno necessario invocare l’esportazione della democrazia, che per l’Occidente contemporaneo sembra essere diventata un reperto d’antiquariato, per giustificare la guerra. Né serve più nascondersi dietro il vangelo del progresso, della civiltà o della modernizzazione per dispiegare la violenza brutale a cui l’Occidente ha abituato il mondo per secoli. Sono caduti i vecchi paraventi retorici e la guerra viene apertamente rivendicata in quanto tale, cioè come una possibilità sempre praticabile per impadronirsi di territori e risorse altrui e come strumento per assicurare la valorizzazione del capitale. Lo Stato trumpiano si comporta così come il più classico degli Stati imperialisti, promettendo ai singoli capitalisti nuove opportunità di valorizzazione e regolarità dell’accumulazione, in una fase segnata da instabilità e imprevisti caratteristici di una guerra mondiale che è impossibile governare veramente.

Dobbiamo allora chiederci: questo rigurgito di imperialismo corrisponde a un suo ritorno in grande stile o non è forse una postura, una mossa ideologica intrisa di militarismo, senza una base materiale che gli dia effettivamente corpo? Se ci sono delle continuità con l’imperialismo dell’Ottocento e del primo Novecento e con il neocolonialismo del secondo Novecento, «ultimo stadio dell’imperialismo» secondo la definizione del leader indipendentista ghanese Kwame Nkrumah, vi sono anche delle evidenti differenze. Le grandi imprese petrolifere si sono dimostrate fin da subito lente se non addirittura recalcitranti ad accodarsi ai piani imperiali di Trump, e la convinzione con cui questi ha affermato che sarà lui a decidere in Venezuela non risolve il problema delle garanzie istituzionali, finanziarie e politiche che le compagnie pretendono per fare i loro investimenti.

Le proiezioni imperiali di Trump e il surplus di comando politico che deve invocare quanto più è evidente la sua inefficacia non offrono insomma un affare sicuro al capitale – come avveniva nell’imperialismo classico ma anche nel neocolonialismo –, non per via di una transizione ancora incerta ai vertici del governo di Caracas, ma perché nessuno Stato, neanche quello statunitense, dispone oggi della capacità di domare il disordine transnazionale e imporvi un controllo politico stabile. Non c’è più l’Impero guglielmino capace di mobilitare il capitale industriale e finanziario tedesco nella sua politica di potenza in Africa e in Asia, ma neanche lo Stato di De Gaulle che con una mano abbandonava l’Algeria e con l’altra accompagnava le compagnie energetiche francesi nel mezzo del Sahara per sfruttarne i giacimenti di petrolio, secondo il più classico modello neocoloniale. Non c’è neanche più lo Stato di Bush jr. che con le operazioni di polizia internazionale poteva ancora ambire a restaurare un ordine e una pace intrisi di terrore nel mercato globale. Queste forme di Stato sono state inghiottite dai gorghi del disordine transnazionale e difficilmente ne riemergeranno.

Per quanto si atteggi a capitalista collettivo, è dunque lecito dubitare che oggi lo Stato trumpiano possa davvero riuscire a funzionare come tale, visto il carattere compiutamente transnazionale del capitale e il potere infrastrutturale che si dispiega all’interno di filiere produttive globali. Al di là dell’evidente postura imperialistica degli Stati Uniti, un allineamento tra lo Stato – in questo caso gli Stati Uniti – e le grandi imprese capitalistiche non è per niente scontato. Anche per questo l’amministrazione Trump deve alzare il mento e mostrare i muscoli, dichiarando di avere il potere di asservire ai propri disegni un capitale transnazionale che ormai da tempo si serve all’occorrenza dello Stato, conservando sempre ampi margini di autonomia. Si mostra anche così quella stessa ideologia militarista che alimenta il disordine mondiale della guerra, mentre all’interno dei confini nazionali dovrebbe servire a compattare interi blocchi sociali che cominciano a sfaldarsi o a sollevarsi come è accaduto a Minneapolis, a New York, a Portland e in altre città statunitensi contro la violenza impunita delle squadracce dell’ICE.

Il prezzo che il militarismo trumpiano sta facendo pagare al lavoro vivo negli Usa è altissimo. Lo smantellamento di ciò che rimane dei contenuti sociali del vecchio Stato novecentesco e la sua sostituzione con uno Stato libero di agire con il suo apparato militare richiedono la completa disponibilità al lavoro di uomini e donne ormai privati, fra le altre cose, della contrattazione collettiva, perfino in quei luoghi di lavoro in cui continuava, malconcia, a sopravvivere. Rassegnarsi ai tempi bui non è mai una soluzione e occorre semmai guardare a tutti quei soggetti che si muovono al di sotto delle pretese imperiali trumpiane, dentro e contro le contraddizioni e i limiti del suo militarismo, per scorgere il profilo di un’opposizione sociale plausibile la cui immagine viene oggi schermata da un’esibizione muscolare di forza in America Latina e domani, chissà, in Groenlandia.

Sottolineare le contraddizioni del presunto imperialismo non significa infatti aspettare che l’opposizione a Trump la facciano le grandi imprese transnazionali, che troveranno come sempre spazi nei quali allargare i loro bilanci. Nel contesto della crisi climatica, il capitale che Trump vorrebbe guidare sta mostrando tutta la sua irrazionalità laddove si rifiuta di abbandonare o ridimensionare il fossile. Se a proposito del Venezuela Trump parla solo di petrolio, non può sfuggire che tutte le sue minacce ai paesi dell’America Latina fanno parte tanto di una traiettoria di scontro globale con l’ascesa cinese, quanto di una sorta di guerra di accerchiamento ai governi progressisti del Brasile, della Colombia e del Messico. Trump e il trumpismo cercano di chiudere i conti con quei governi che effettivamente sono intervenuti sulla distribuzione della ricchezza e su gerarchie secolari innestando processi di politicizzazione di massa.

Dal nostro punto di vista, però, si tratta anche di fare i conti con tutti i limiti di quelle esperienze e con le contraddizioni e polarizzazioni che hanno innescato nella loro stessa base sociale, per non arrenderci a quella che oggi altrimenti rischia di apparire come una totale impotenza politica di fronte all’ascesa violenta e incontrollata della destra in paesi come il Cile, la Bolivia e l’Argentina. Dal punto di vista del lavoro vivo, oggi non è possibile difendere l’indifendibile Maduro o rimpiangere il progetto bolivariano di Chávez. Per questo, al di là della combinazione del puzzle geopolitico in America Latina e senza indulgere nella nostalgia, a noi interessa riaffermare la prospettiva di donne, precari, operai e migranti, anche ora che essa sembra scomparire di fronte all’apparentemente incontrastata supremazia della violenza armata, dell’autoritarismo statale, del militarismo e del patriarcato.

Si tratta di sapere che lì ci sono movimenti operai, femministi e indigeni che non si adeguano allo stato di cose presenti. Si tratta di stare dalla parte dei minatori dell’Arco Minero dell’Orinoco, che già con il decreto 2248 Maduro aveva dato in pasto all’ipersfruttamento e alla violenza sessuale, al lavoro schiavile e a quello minorile alimentati dalle multinazionali statunitensi, canadesi, russe e cinesi, e che certo non vedranno le loro condizioni migliorare sotto il nuovo corso trumpiano. Sotto la superficie di un bolivarismo in bancarotta, che ha pagato la recente crescita economica venezuelana con la compressione dei salari operai, c’è un conflitto sociale per migliorare le condizioni di vita e di lavoro che, nel settore pubblico come nel privato, ha sfidato la repressione del governo e oggi rappresenta l’unica opposizione credibile ai piani trumpiani.

Si tratta, allora, di schierarsi dalla loro parte e da quella delle decine di migliaia di migranti venezuelani presenti sul suolo statunitense che, già privati da Trump delle garanzie di permanenza, si chiedono che ne sarà del loro permesso di soggiorno, ora che il Venezuela è destinato a tornare un paese libero dall’odioso “dittatore”. Lo spettro della deportazione lascia intendere molto chiaramente quale sia uno dei principali bottini di questa guerra, tanto più che la Sicurezza Nazionale esige che il governo in carica a Caracas, qualunque esso sia, gestisca i flussi migratori dal Venezuela in ossequio al principio di profittevole sicurezza.

La lente dell’antimperialismo ci aiuta davvero a comprendere questi movimenti e cosa hanno in comune con quelli che, da questa parte dell’oceano, si oppongono faticosamente all’Europa in guerra, e con quelli che negli Stati Uniti rifiutano le politiche di Trump? Noi ne dubitiamo, perché essa finisce per riprodurre la logica della geopolitica campista, impedendoci di assumere fino in fondo il carattere transnazionale che anche le lotte sociali oggi devono avere per dispiegare il loro carattere politico. Il disordine transnazionale vanifica ogni speranza di un socialismo in un solo paese, o in una sola regione, di un internazionalismo che nutre false speranze in Stati ‘resistenti’ o evoca alleanze tra popoli che non sono invincibilmente uniti, ma attraversati da fratture e differenze che possono essere riarticolate solo su un piano transnazionale. Quello posto dal transnazionale non è solo un problema quantitativo, di scala, ma qualitativo: cambia la natura del rapporto sociale di capitale dentro, fuori e oltre i confini degli Stati e richiede, dunque, una nuova struttura organizzativa dei rapporti di classe, non più ricomponibili in alcun ordine internazionale, nazionale, regionale, bipolare o multipolare che sia.

Le opzioni antimperialiste e campiste finiscono così per essere sempre un passo indietro rispetto a una Terza guerra mondiale che, giorno dopo giorno, corre in avanti, si intensifica e si ramifica. Non costruiremo l’opposizione a questa guerra e ai piani imperiali di Trump con l’appoggio di presunti governi dissenzienti, collocati sì fuori dall’asse occidentale ma non per questo amici, ma a partire dai movimenti e dalle lotte di donne, persone Lgbtq+, migranti, operai, studenti, lavoratrici e lavoratori che già esistono o sono in formazione. Abbiamo bisogno di una politica transnazionale di pace per espandere questi movimenti e queste lotte e riarticolarli in un più ampio spazio politico, in cui comunichino e si riconoscano tutti quei soggetti che, in ogni luogo, stanno pagando i costi militari e sociali della guerra mondiale in corso. Una politica, cioè, capace di opporsi a una guerra non localizzata in un solo punto ma che pretende di saturare le intere nostre vite, lasciandole appese al filo di un bombardamento sui campi di battaglia, schiacciandole altrove negli ingranaggi di un lavoro senza sosta, impoverendole ovunque al punto che non resti più neanche l’ombra del rifiuto e dell’insubordinazione.

Questo incubo da notte trumpiana non è però ancora una realtà, né è il nostro destino. Non solo vediamo diffondersi negli Stati Uniti lampi di opposizione all’attuale amministrazione, ma in Palestina come in Ucraina, in Iran come in Venezuela, uomini e donne non hanno mai smesso di lottare contro il “doppio assedio” di chi porta la guerra e lo sterminio dall’esterno e di chi, dall’interno, vorrebbe neutralizzare ogni forma di lotta che non sia subordinata alla logica di sangue e oppressione della guerra medesima. Questa è la strada tracciata da chi in questi anni è sopravvissuto e ha resistito a missili, droni e cecchini. Ci sembra, però, una strada da percorrere anche per chi, da questa parte del mondo, dentro un’Europa in guerra, sta lottando in forme più o meno organizzate contro il militarismo e le sue logiche.  

Articoli ∫connessi

We are happy to share the English translation of our book, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le...

Da Minneapolis arrivano le immagini di un nuovo omicidio da parte degli agenti federali schierati...

Deportazioni, lavoro migrante e lotta di classe a Los Angeles Mentre si diffondono da Minneapolis...

We are happy to share the English translation of our book, Nella Terza guerra mondiale....

Da Minneapolis arrivano le immagini di un nuovo omicidio da parte degli agenti federali schierati...

Deportazioni, lavoro migrante e lotta di classe a Los Angeles Mentre si diffondono da Minneapolis...

LEGGI ALTRO DA editoriali

A che punto è il movimento dello sciopero che all’inizio dell’autunno ha manifestato in massa il suo rifiuto del genocidio...

Chi in questi giorni ha scioperato ed è sceso in piazza per la Flotilla e...

Il movimento che accompagna la Global Sumud Flotilla è un movimento già nato, che pure...

A che punto è il movimento dello sciopero che all’inizio dell’autunno ha manifestato in massa...

Chi in questi giorni ha scioperato ed è sceso in piazza per la Flotilla e...

Il movimento che accompagna la Global Sumud Flotilla è un movimento già nato, che pure...

Iscriviti alla newsletter

Ricevi gli aggiornamenti su articoli ed eventi al tuo indirizzo email.