Da sempre gli Stati fanno la guerra. È nella loro costituzione, anche quando le loro costituzioni la ripudiano. È ciò che li fa apparire sovrani, anche quando la loro sovranità è a pezzi. Una guerra richiede però delle ragioni o, almeno, esige lo sforzo di fabbricarne una, come sapeva perfino un uomo non proprio perspicace come George W. Bush. Le ragioni presentate da Donald Trump per giustificare la guerra in Iran, però, sono così tante che sembrano prive di una ragione generale. Mettere fine al programma nucleare di Teheran, indebolirne l’apparato militare, restaurare la monarchia, sottoporre la scelta della Guida suprema al placet trumpiano, appropriarsi del petrolio iraniano, sostenere le rivolte popolari, fermare un attacco atomico sul suolo Usa: sono ragioni che si sovrappongono senza alcuna logica, mentre la guerra sfugge di mano al comandante in capo che pretendeva di esserne il signore assoluto.
Dove regnano molte, contraddittorie, ragioni, latita la razionalità di uno Stato che muove guerra senza avere i mezzi per governare il disordine che ne deriva. Quel disordine così diventa globale e Hormuz ne è solo l’immagine di superficie. Tante ragioni, nessuna ragione, insomma. Ossia, nessun piano coerente di azione, nessuna ponderata analisi dei mezzi in vista di fini che si moltiplicano perché nessuno è in fondo realistico, nessuna contromisura politica capace di mitigare seriamente gli effetti economici della guerra, nessuna credibile via di uscita. Da questo conflitto emergono solo le velleità imperialistiche statunitensi, fondate sull’illusione ottica di uno Stato tornato nel pieno della sua sovranità, ma che in verità non è capace di arruolare forze economiche che allo Stato si richiamano solo all’occorrenza, perché inseguono le proprie più materiali e tangibili ragioni lungo le catene transnazionali del valore.
Da un lato un ammasso di ragioni che non collimano, dall’altro, pile di cadaveri e decine di migliaia di sfollati in Iran e in Libano. In mezzo l’irrazionalità di questa guerra, dei governi che l’hanno mossa e di quelli che non la contrastano. Si potrebbe dire che tutto sommato la strategia di Tel Aviv sia l’unica a seguire una propria razionalità: indebolire il principale sponsor dell’Asse della Resistenza per realizzare il piano di un ‘Grande Israele’, anche a costo di seminare il caos in tutta la regione. Non a caso, anche ora che si parla per l’ennesima volta di tregua, Netanyahu si è affrettato a dichiarare che, in ogni caso, non si fermerà. Ciononostante, missili e droni iraniani bucano ogni giorno gli scudi spaziali di Tel Aviv, mentre il genocidio a Gaza, le violenze dei coloni israeliani e i disegni di annessione della Cisgiordania non hanno ancora piegato la volontà di restare di donne e uomini palestinesi.
Oggi le uniche certezze della guerra sono il compattamento delle forze sociali pro-regime in Iran e l’intensificazione del militarismo e della repressione per serrare i ranghi di una società, quella iraniana, che nei mesi scorsi aveva visto l’irruzione di movimenti in grado di far tremare il potere teocratico degli ayatollah, con buona pace di coloro i quali affidavano dialetticamente la liberazione del paese alle bombe statunitensi. Una dialettica fondata sulla guerra non è mai una buona dialettica. Succede allora che dalle sue ragioni mal poste emergano scenari catastrofici che non possiamo più liquidare come distopie o brutti ricordi dell’austerità. Siano esse l’estensione mondiale del conflitto, la stagflazione, le pompe di benzina a secco o gli aeroporti chiusi, le catastrofi possibili sono molte e di intensità diversa, ma tutte insieme concorrono a definire un immaginario sempre più condiviso tra segmenti sociali impauriti da una guerra di cui nessuno sa prendere le misure.
Ciò che alle nostre latitudini è ancora un inquietante orizzonte di aspettative, sia pure nutrito dalle prime allarmanti notizie provenienti dagli aeroporti italiani, altrove è già diventato esperienza concreta fatta di morte, distruzione, razionamenti di carburanti e di cibo. Ogni guerra si muove sul bilico della catastrofe. Questa guerra è espressione di un disordine transnazionale che porta il nome di Terza guerra mondiale: la guerra in cui in nessun luogo il lavoro vivo è al sicuro dalle catastrofi che essa porta con sé.
Droni iraniani, pescatori thailandesi, facchini indiani
Se Stati Uniti e Israele volevano un conflitto su scala regionale, Teheran ha scommesso sul carattere mondiale di questa guerra: quando il territorio nemico è un bersaglio troppo lontano, basta colpire e far saltare gli snodi di un’economia mondiale sempre più integrata, nonostante anni di pandemia, dazi, illusioni sovraniste e annunci di reshoring mai realizzati e per lo più irrealizzabili. Nella Terza guerra mondiale, i conflitti seguono le regole del transnazionale, ossia di dinamiche selvagge e senza regole, non degli Stati che quei conflitti li ingaggiano. Sta qui l’irrazionalità di un’amministrazione che pretende di governare una guerra che eccede il suo potere di intervento e di controllo.
Tra missili e droni che solcano i cieli del Medio Oriente e si schiantano su quartieri residenziali, ospedali, palazzi del potere, basi e installazioni militari, scuole e università, pozzi petroliferi, imbarcazioni commerciali, la guerra prende vita propria e si muove fuori controllo lungo le supply chains dei carburanti fossili, dei fertilizzanti e di tutte le merci che gravitano attorno al Golfo Persico, hub di primo rilievo per il commercio globale e finanziario. Attraverso le catene del capitale transnazionale la guerra si diffonde e penetra ovunque, anche lontano dalle aree del conflitto.
Se dal cielo della geopolitica scendiamo sulla terra dei rapporti materiali, vediamo infatti che ogni colpo in più sparato in questa nuova guerra rischia di mandare sul lastrico un pescatore in Thailandia, un contadino in Punjab, un trasportatore in Pakistan, oltre a colpire duramente le già precarie condizioni di vita di milioni di uomini e donne che in queste aree vivono di fabbrica, di un lavoro informale dai contorni assai estesi, e riproducono la loro vita in condizioni sempre più incerte. Sud e Sud-Est asiatico, insieme al Corno d’Africa, sono le aree del pianeta più esposte alle fluttuazioni delle forniture di petrolio, gas naturale e fertilizzanti che transitavano dallo Stretto di Hormuz.
Si tratta in larga misura di paesi che dispongono di scarse riserve energetiche e di risorse limitate per reggere le impennate dei prezzi di energia e generi alimentari. Se sei un facchino di Amazon in uno stabilimento di New Delhi e fino a un mese fa con il tuo salario riuscivi a mantenere la tua famiglia nell’Uttar Pradesh, ora ti devi accontentare di un pasto al giorno, devi razionare il poco gas rimasto per cucinare, rischiare di svenire al lavoro per il caldo crescente, mentre la tua famiglia deve stringere ulteriormente la cinghia perché non può più fare affidamento sui tuoi risparmi ormai volatilizzati.
D’altra parte, la guerra in Iran colpisce il lavoro vivo del Sud e Sud-Est asiatico due volte, perché da quest’area proviene in larga misura la forza-lavoro migrante impiegata nei paesi del Golfo oggi sotto attacco. Impiegati nell’edilizia, nella sanità, nel lavoro domestico e nella logistica, gli oltre 30 milioni di donne e uomini migranti che lavorano nel Golfo non hanno neanche rifugi dove proteggersi dai droni e dai missili iraniani. Non casualmente, ne sono anche le principali vittime. A rischio, però, sono anche i loro salari miseri e precari e le rimesse destinate alle famiglie rimaste a vivere in India, Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Filippine, vale a dire nei paesi che maggiormente stanno vivendo sulla propria pelle gli effetti materiali e sociali della guerra: è il circolo vizioso di questa guerra mondiale contro il lavoro vivo.
C’è però anche un altro tassello che non dobbiamo perdere di vista. Le e i migranti del Golfo sono spesso sprovvisti del passaporto, confiscato dal loro datore di lavoro: non possono dunque tornare a casa, né migrare altrove. E, poi, migrare dove? Ovunque, gli Stati stanno indurendo le condizioni di accesso e si stanno dotando di strumenti sempre più feroci per governare movimenti migratori che per via della guerra assumono sempre più le forme di movimenti di lavoro profugo. Mentre si avvicina il settantesimo anniversario dei Trattati di Roma, ha un che di sinistro che il Parlamento europeo saluti l’approvazione del regolamento comunitario in materia di immigrazione come il nuovo agghiacciante inizio dell’«era delle deportazioni».
Non che sia una novità che il cuore di tenebra dell’Europa batte in vagoni piombati e campi di concentramento che la nostra luminosa civiltà ha disseminato nel mondo intero. Di nuovo c’è però che, mentre il riarmo arranca, le politiche contro i migranti si rivelano l’asse più solido e affidabile della strategia di difesa europea. Se la militarizzazione dell’Europa rimane il sogno indicibile di Ursula von der Leyen, il militarismo rimane una risorsa a buon mercato per governare il lavoro vivo.

Stati a capacità limitata e l’eterogenesi dell’imperialismo
Fa parte della saggezza popolare l’idea che per i poveri la guerra non finisca mai. In effetti, neanche i confini geografici sono in grado di mettere fine agli esiti di una guerra mondiale che si accanisce con particolare crudeltà ovunque fiuti l’odore del lavoro povero. La Terza guerra mondiale grava sui prezzi di carburanti e bollette e allunga la propria ombra minacciosa su salari e posti di lavoro, spettro di una crisi dai contorni ancora non chiari ma che evoca la poco rassicurante immagine della stagflazione. La Terza guerra mondiale si fa sentire anche nei palliativi che gli Stati stanno impiegando per frenare la crescita dei prezzi dell’energia. Misure come la riduzione delle accise o il rilascio delle riserve strategiche di petrolio per fermare la corsa dei prezzi dei carburanti e dei costi dell’energia sono inefficaci e gli Stati non hanno strumenti adeguati a fronteggiare gli effetti di una guerra fuori controllo.
Non si tratta solo del fatto che dall’ormai arcinoto Stretto di Hormuz passa il 20% del GNL mondiale e il 34% del greggio venduto sul mercato globale, la cui carenza può essere coperta solo in minima parte dal rilascio delle riserve strategiche statunitensi. Il punto è che più a lungo dura la guerra, più alta è la probabilità che si esauriscano i depositi di stoccaggio del petrolio rimasto bloccato nel Golfo in attesa che lo Stretto di Hormuz venga riaperto. Una volta esauriti, l’unica soluzione possibile sarà chiudere i pozzi, con lo spiacevole inconveniente che per farli ritornare a livelli di produzione ottimali potrebbero volerci anni. Mentre dà l’illusione di una sovranità ritrovata, la guerra mostra la realtà operativa di Stati a capacità limitata, alla disperata ricerca di misure per mitigare la crisi in corso e impegnati a strumentalizzare gli scenari catastrofici all’orizzonte per garantire quel po’ di governabilità necessaria alla tenuta di un quadro sociale in fibrillazione.
Non saranno però dei palliativi a sanare l’irrazionalità di questa guerra, che rende evidenti i disallineamenti tra Stato e capitale anche negli Stati Uniti. Trump può spacciare lo sfondamento della soglia psicologica dei 100 dollari a barile come un guadagno netto per le grandi compagnie petrolifere statunitensi, ma certo non per l’elettorato statunitense che a novembre potrebbe fargli pagare il conto di una benzina che ha già superato i 4 dollari al gallone.
In ogni caso, al di sotto delle sue boutades si agita una diversa verità. Non solo perché la più grande compagnia petrolifera statunitense, Exxon, è fortemente esposta in Medio Oriente e il destino dei suoi affari è appeso alle sorti dello Stretto di Hormuz. Oltre a questo, ad approfittare degli effetti della guerra in Iran sono paradossalmente i grandi colossi cinesi dell’elettrico come BYD e CATL, il cui valore di mercato è cresciuto di svariati miliardi di dollari nel solo mese di marzo in risposta all’aumento dei prezzi dei combustibili fossili. Questo non significa certo un ritorno in grande stile della transizione ecologica, visto il diffuso ricorso al carbone per compensare le carenze di gas e petrolio. Piuttosto, che ad avvantaggiarsi della guerra Usa siano i capitali cinesi ci lascia apprezzare l’eterogenesi dei fini dell’imperialismo o, più seriamente, ci fa riconoscere che nella Terza guerra mondiale il disallineamento tra Stati e capitali è tale da suggerire l’archiviazione di quella categoria. L’imperialismo è destinato a fallire, nonostante l’ambizione a farlo great again.
D’altra parte, chi pure non ripropone la categoria di imperialismo, ma parla di regime o economia di guerra sembra cercare un piano, una logica, una razionalità preordinata dentro questa guerra che allo stato dei fatti non ne ha alcuna. C’è chi ha addirittura ipotizzato una sorta di «caos ordinato», come strategia di egemonia elaborata dai neoconservatori statunitensi fin dal 1992. La realtà è più triviale, ma non per questo meno seria. Gli Stati si rivelano ogni giorno incapaci di sintetizzare le molte ragioni della guerra in una razionalità coerente e pertanto di tradurre il militarismo in un coerente paradigma di riorganizzazione della società. Non sono in grado di costruire un consequenziale regime di guerra, facendo l’interesse del capitale in modo lineare. D’altronde, quale capitale? Non c’è nessun capitale collettivo, ma frazioni di capitale che inseguono ciascuna il proprio interesse nel mercato mondiale.
Il cosiddetto complesso militare-digitale non fa eccezione. Ben più di quelle in Ucraina e in Palestina, la guerra in Iran sta creando dei colli di bottiglia nelle supply chain che ricordano la crisi pandemica. Il che significa che, per i capitali che competono su quel mercato, i costi rischiano di crescere e non di poco. Al tempo stesso, chi vede nella guerra il nuovo spazio di accumulazione del capitale non si accorge che nemmeno il colosso statunitense della difesa Lockheed Martin è in grado di fornire a Stati Uniti e Israele i missili intercettori necessari a difendere Tel Aviv e le monarchie del Golfo da droni iraniani, che costano poco più di un’utilitaria. Incrementare in maniera consistente la produzione di missili intercettori, che costano svariati milioni di euro ciascuno, è diseconomico, a meno di non scatenare una guerra totale della durata di alcuni anni. Uno scenario evidentemente poco allettante.
Tutto questo non significa che la spesa militare non sia lievitata negli Stati Uniti come in Europa. Ma trattare la guerra come un fattore di ordinamento e di razionalizzazione dei processi di accumulazione e circolazione non permette di coglierne l’irrazionalità: essa è generata dal disordine e finisce per produrre altro disordine. Non significa che non ci sia qualcuno che dal disordine trae profitto, come dimostrano le vicende del capitale ‘verde’ cinese, ma i processi capitalistici in atto devono ancora trovare un profilo netto che difficilmente si stabilizzerà attorno a uno schema di economia di guerra dal sapore novecentesco.
Venti di guerra e il rifiuto delle catastrofi
L’impossibilità da parte degli Stati di avere il controllo su una guerra già mondiale, la difficoltà di disinnescarne gli effetti economici e sociali e di costruire attorno alla guerra un regime di accumulazione capitalistica portano a uno step ulteriore il processo di socializzazione della guerra. La crisi energetica si scarica infatti su segmenti sociali già impoveriti dal ciclo di inflazione che si è aperto col secondo lockdown ed è stato approfondito dalla guerra in Ucraina. Questo ciclo non è mai stato assorbito fino in fondo da una corrispondente crescita del potere d’acquisto per le classi salariate. Il che è certamente vero per paesi come l’Italia dove i salari sono di fatto rimasti al palo, ma anche per gli Stati Uniti, dove i salari sono cresciuti sensibilmente, ma non tanto da reggere gli aumenti del costo delle abitazioni e dei generi alimentari.
Il vento che soffia da Hormuz non solo ha già fatto aumentare i prezzi dei carburanti, che a breve si scaricheranno sui trasporti delle merci e sui biglietti aerei, ma anche i prezzi dei fertilizzanti, di cui sentiremo gli effetti con il prossimo raccolto. È il vento della guerra che in modi e con intensità diverse si avverte ormai dappertutto. Che questo vento debba essere fermato è un’esigenza che si sta radicando tra le lavoratrici e i lavoratori, tra i migranti, tra coloro che più ne stanno sentendo gli effetti e vivono sulla propria pelle l’irrazionalità della guerra. Quest’esigenza non è ancora un programma politico, ma stabilisce l’urgenza non rinviabile di mettere un freno alle catastrofi che la guerra porta inesorabilmente con sé.