∫connessioni precarie

L’articolazione del No. Rifiuto di massa e crepe del blocco autoritario

Sezione

Trump annuncia la distruzione di una civiltà millenaria, poi offre una tregua. La tregua non dura il tempo di un espresso. A Hormuz lo stretto si stringe: il petrolio, i fertilizzanti, le rotte su cui viaggiano merci e lavoro oscillano al ritmo di una guerra che nessuno sa come spegnere. Il Libano conta le macerie, l’Iran i crateri, entrambi contano i civili caduti, Israele dichiara che andrà avanti comunque. Nel cielo della politica mondiale non c’è nessun grande codice da decifrare per cogliere un qualche ordine latente. Nessuna grammatica delle potenze, nessun accordo, nemmeno tacito, su dove finisce il lecito e dove comincia l’inammissibile. C’è un selvaggio disordine transnazionale che mette a soqquadro il mondo. Se, fin dal primo carro armato entrato in Ucraina, l’abbiamo battezzata Terza guerra mondiale non è stato per farci profeti di sventura, ma perché, sotto le bombe o lontani da esse, in qualsiasi angolo del mondo, lungo ogni filiera produttiva ‒ pur con intensità, costi e violenza che dipendono da dove sei, da chi sei, da quanto conti ‒ nessuno è al riparo. La guerra ti riguarda: il tuo lavoro, il tuo salario, il posto che hai nel mondo.

La situazione è grave, e non per questo è meno irrazionale. Occorre però sfuggire alla tentazione di ascrivere tutto alla follia, all’idea del pazzo che si aggira con il mitra in mano sparando alla cieca. Il disordine della Terza guerra mondiale non è vuoto: nel suo grande vortice Stati e capitali si muovono per mettere pezze, per cucire con la forza brandelli di logica su ciò che non riescono a governare. Dove la guerra è combattuta, si perpetua col genocidio, con l’occupazione coloniale, con una violenza sempre più normalizzata. Dove la guerra non si combatte, la si prepara. Alle nostre latitudini il militarismo si afferma come nuova ragion d’essere della società: come governo della scienza, come una nuova politica industriale, amministrativa, culturale.

Nel disordine della guerra gli Stati cercano l’occasione per affrontare con metodi più brutali problemi che non hanno mai smesso di considerare “emergenze”. Il neoliberalismo ha sempre avanzato producendo crisi e proponendosi come soluzione. La guerra non promette soluzione alcuna: è l’emergenza sufficiente per legittimare la radicalizzazione del comando sul lavoro vivo, cercando di soffocare ogni sua insubordinazione. La guerra basta. La guerra avanza. Allora si allunga la giornata lavorativa, si comprimono i salari, si smantella il welfare, si restringe il diritto di sciopero: mentre si continua a discutere del futuro dell’Unione, la guerra ha già prodotto una ristrutturazione del regime del salario in Europa. Il nuovo pacchetto europeo sull’immigrazione – presentato come l’inizio dell’“era delle deportazioni” – seleziona, disciplina, espelle. Per i migranti la violenza è routine: i muri, i cadaveri che riempiono il Mediterraneo, i centri di detenzione esternalizzati in Albania, i CPR in costruzione in Italia. Un pezzo della politica della Terza guerra mondiale si gioca sulla loro pelle.

La situazione è grave, eppure siamo già dentro la politica del transnazionale come soggetti che giocano la propria parte, non solo come vittime passive o sacrificali. Il lavoro vivo è parte in causa della Terza guerra mondiale ed è la sua prospettiva, non quella geopolitica, che permette di leggere episodi recenti di rifiuto di massa dell’autoritarismo, ovvero della politica della guerra nelle società.

Nelle strade americane, da Minneapolis – dove lo sciopero generale ha tenuto testa alle squadre dell’ICE – alle migliaia di città che hanno detto No a Trump mentre a Londra, Roma e decine di altri luoghi si manifestava; nelle piazze iraniane dove uomini e donne hanno ancora sfidato il regime che non è riuscito a soffocare il grido di Jin, Jiyan, Azadî, che continua ad alzarsi nonostante si stia provando a reprimerlo con il sangue; nelle piazze serbe, dove da mesi un movimento di massa tiene testa a Vucic; in Ungheria, dove un’affluenza che non si vedeva dalla caduta del Muro ha spazzato via il governo di Orban; in Italia, dove milioni di persone hanno detto No a Meloni: in luoghi e in forme diverse, con motivazioni non sovrapponibili, un rifiuto di massa, una volontà collettiva di non subire passivamente le politiche di guerra, di genocidio, di impoverimento, è tornata a manifestarsi. Una volontà che non appartiene a nessuna sigla e che nessuna sigla riesce davvero a contenere, che attraversa composizioni sociali diverse, che sorprende chi pensava di averla convocata e chi pensava di poterla ignorare. Il blocco delle destre sembrava monolitico. Non lo era. Di fronte a queste masse l‘amministrazione statunitense litiga con i leader europei che aveva corteggiato e persino Meloni ha dovuto rivedere la propria posizione. La rottura con il mondo cattolico ha aperto una crepa che nessuna retorica identitaria riesce a chiudere. E in Ungheria, dove Vance era andato di persona a sostenere Orban e Trump aveva telefonato durante i comizi, la destra internazionale ha perso. Le crepe, nel disordine, sono spazi in cui è possibile produrre altre fratture.

Le manifestazioni che il 25 aprile hanno visto centinaia di migliaia di persone sfilare in molte città sono parte dell’affermazione di questo stesso rifiuto collettivo: un movimento del No che scende in piazza in massa e cerca ancora la sua forma ed espressione politica. Come quella del 28 marzo a Roma, queste manifestazioni hanno visto insieme strutture sindacali e associazioni, migranti, precari, operai, militanti, studenti e studentesse, donne e transfemministe: una composizione larga ed eterogenea che ha espresso un rifiuto dell’autoritarismo come forma di comando sociale, senza cedere alle letture campiste. Queste piazze non hanno un programma comune definito ma stanno indicando una soglia: il militarismo e la sua violenza hanno un limite, e questo limite possiamo imporlo con le nostre forze e la nostra organizzazione. Ma la forma in cui le mobilitazioni dell’ultimo periodo sono state convocate ci pare raccontare una storia conosciuta: una convergenza di strutture che ha raccolto un rifiuto senza misurarsi con i nodi che lo attraversano. Ci si difende richiamandosi alla costituzione in mancanza d’altro, in assenza di un discorso capace di trasformare il rifiuto dell’autoritarismo in un movimento di politicizzazione contro la guerra. Non si tratta solo dei sentieri angusti della politica istituzionale e delle sue doti elettorali, ma del fatto che i riferimenti alla questione democratica rischiano di proiettarci nel registro in fondo statico e autocelebrativo del resistenziale. Come abbiamo visto anche nelle piazze del 25 aprile, i nodi che bloccano la crescita di un movimento contro la guerra vanno però affrontati, pena l’eterno bisogno di convocarsi all’ombra di miti lontani che ciascuno rilegge a modo suo. Una base elettorale o riferimenti culturali apparentemente condivisi non sono un movimento sociale. Quelle piazze contenevano qualcosa di più e di diverso: soggetti, posizioni, ragioni che non si lasciano unificare a forza e che chiedono invece di essere articolate. È di questa articolazione del No che abbiamo bisogno.

Il movimento dello sciopero dello scorso autunno non c’è più. Quel movimento ha detto cose chiare: non solo piazza, ma sciopero. Non solo attivismo democratico, ma rivendicazione del rifiuto della guerra e del comando sociale che impone. L’eredità del “blocchiamo tutto” è l’espressione di una forza capace non solo di resistere alle condizioni imposte, ma anche di dettarne altre a governi e imprese che vorrebbero usare la guerra a pretesto per imporre un nuovo e sempre più violento regime del salario. È quella ambizione a rovesciare i rapporti di forza che dobbiamo riprendere.

Le destre scricchiolano e gli spazi che si aprono nelle crepe non vanno sprecati. Ci piacciono le piazze piene, ci piacciono le vittorie elettorali, ci piace tutto ciò che sposta l’asse. Ma sappiamo che serve anche altro: percorsi che attraversino i luoghi di lavoro, che si costruiscano nelle reti transnazionali già esistenti, che tengano insieme ciò che la guerra divide. Il coraggio che manca è porre il problema della pace come problema politico offensivo, non come invocazione difensiva. Una pace che non si aspetta ma si costruisce e si impone, prima che governi e capitale, in Ucraina, in Iran, in Libano, nell’intero Medio Oriente come nell’Europa occidentale ce ne impongano una fatta di sfruttamento e di violenza normalizzata. Non si tratta di ricominciare. Si tratta di non tornare indietro. Il frullatore della guerra impone ogni giorno nuovi scenari, prospettive di escalation e aspettative di tregue. La guerra esprime un’urgenza che riguarda direttamente la nostra organizzazione.

I prossimi passaggi del movimento, le prossime date immaginate e quelle comandate, compreso un Primo Maggio che quest’anno si annuncia particolarmente afono, dovrebbero essere l’occasione per misurare questa capacità di articolazione del No. Non ci serve la piatta ripetizione di quello che è successo ieri o l’altro ieri. Nelle crepe del blocco autoritario si aprono spazi che esistono solo se qualcuno li attraversa. L’articolazione del No non è un esercizio di stile: è il terreno su cui trasformare il rifiuto in forza, e la forza in organizzazione.

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