∫connessioni precarie

Un movimento tra due scioperi

Sezione

A che punto è il movimento dello sciopero che all’inizio dell’autunno ha manifestato in massa il suo rifiuto del genocidio a Gaza e della guerra? Se dovessimo giudicare dal numero di scioperi generali convocati negli ultimi due mesi e da quelli che ci attendono nelle prossime settimane, la situazione sembrerebbe eccellente. Non sempre, però, le stesse cose ritornano.

Una pretesa politica e un’unità perduta

Non ci riferiamo al fatto che lo spirito del 3 ottobre, l’unità di scopo tra le sigle sindacali, è svanito e ognuno ha chiamato il proprio sciopero. C’è chi lamenta l’indifferenza di Landini e della Cgil alle sorti e alle ragioni dell’eccedenza autunnale e chi lamenta lo strappo dell’Usb nella convocazione dello sciopero e il suo tentativo di sovradeterminare e intestarsi l’intero movimento. Ognuno dei due sindacati ha obbedito alla propria natura e in effetti questo gioco delle parti poteva ampiamente essere messo nel conto. Eppure, la richiesta di una data unitaria che nelle settimane passate è salita dall’interno del movimento dello sciopero dice qualcosa che va oltre le dispute sindacali e ha un significato profondamente politico. 

L’insorgenza sociale che abbiamo visto negli scioperi e nelle piazze per la Flotilla e per Gaza ha trovato nella sospensione della produzione l’elemento chiave per esprimere forme di rifiuto, insubordinazione e dissidenza. Nello sciopero si è manifestata la possibilità collettiva di diventare potere, una forza sociale capace di avanzare la pretesa di rifiutare la guerra, di affermare che non è inevitabile accettarne i sacrifici e che è persino possibile farne un terreno di lotta. Il movimento dello sciopero non ha cercato cinghie di trasmissione più o meno istituzionalizzate, centrali organizzative da cui dipendere o di cui diventare l’appendice sociale. Semmai, a quelle centrali ha chiesto un appoggio tecnico, una convocazione ufficiale necessaria a liberarne la potenza. Qui sta il dato politico di quel movimento. La richiesta di indire unitariamente lo sciopero generale è stata segnata dall’esigenza di dare continuità a una forza collettiva e a una pretesa che, per quanto a volte enigmatica, stava iniziando a prendere forma.

Se l’eccedenza non c’è, rimane il movimento dello sciopero

Il 28 novembre e il 12 dicembre non avremo uno sciopero unitario, ma non per questo dobbiamo sentirci orfani. Lo ripetiamo: il 3 ottobre è stato sì possibile grazie alla forza organizzativa dei sindacati, ma è soprattutto il frutto della forza sociale del movimento dello sciopero, che si stava già esprimendo nelle settimane precedenti e avrebbe gonfiato a dismisura la piazza nazionale per la Palestina del giorno successivo. Si possono lamentare, comprendere, criticare le diverse scelte sindacali, ma la domanda vera è: c’è ancora quella forza? È sufficiente continuare a ripetere che bloccheremo tutto, mettere insieme l’infinita serie di no che danno il nome ai diversi movimenti, per prorogare quella forza? D’altronde la situazione complessiva sta rapidamente cambiando, quando in Ucraina è in corso un altro tentativo di pax trumpiana, quella stessa pace che ha declassato il genocidio a Gaza a una sorta di sterminio minore che, nell’indifferenza, continua a mietere centinaia di morti.

Mettiamoci allora alle spalle il lutto dell’unità perduta: l’eccedenza, l’insorgenza sociale, non dipende dalle congiunture sindacali, che sono rare quanto certe congiunture astrali. L’eccedenza non si può convocare a comando. Chi pensa di avere in mano la bacchetta magica delle piazze è costretto a scontrarsi con una realtà recalcitrante ad aspettative poco ponderate. Non basta neanche fare della generalizzazione dello sciopero il surrogato di un’eccedenza che, proprio perché è tale, c’è quando c’è. Non si può cioè continuare a scommettere sul carattere informe e indifferenziato del movimento dello sciopero, lasciando che l’imperativo della pratica metta in secondo piano o addirittura cancelli il problema irrisolto del discorso politico che dovrebbe sorreggere e motivare ogni pratica e produrre iniziativa. Il movimento dello sciopero, eccedente o meno, è fatto di soggetti reali e differenti, che sono scesi e scenderanno in piazza con parole e bisogni propri, che non si lasciano unificare a forza di slogan.

Affidarsi allo spontaneismo e restare messianicamente in attesa del prossimo passaggio dell’eccedenza non è però una soluzione. Se la sua forza dirompente non si è più manifestata dopo il 3 ottobre, rimane il frastagliato movimento dello sciopero con la sua pretesa politica. Questo movimento si presenterà alla prova del 28 novembre così come a quella del 12 dicembre. Non si tratta però di misurare gli scioperi in gradi di purezza ideologica o di rappresentatività sociale, per poi partecipare a entrambi con più o meno imbarazzo. Il problema dei due scioperi, la domanda che dobbiamo porci attorno alle due date, è di segno diverso: in che modo siamo in grado di riarticolare il rifiuto della guerra e del suo mondo? Quali spazi di politicizzazione dello sciopero nella produzione e riproduzione sociale siamo in grado di aprire in modo che esso non serva solo a rivendicazioni dannatamente importanti, ma politicamente limitate?

Fanno la guerra e la chiamano pace

Oltre le ipoteche elettorali di qualche partito, siamo in grado di far emergere dentro ai due scioperi un punto di vista generale, dove il rifiuto del genocidio in Palestina, della guerra e del riarmo sia allo stesso tempo in grado di connettere le lotte contro le politiche economiche, sociali e patriarcali di questo governo? Questa connessione non può essere attivata automaticamente ripetendo le forme e gli slogan del 3 ottobre. Il problema che abbiamo davanti è come articolare la radicalità della pretesa politica che, con l’opposizione al genocidio in Palestina, ha riconosciuto nella guerra lo scenario politico che motiva ogni forma di comando sul lavoro sociale. E si tratta di una pretesa che va oltre i confini nazionali di una manovra finanziaria, come indicano gli scioperi che si moltiplicano in ogni angolo d’Europa – dal Belgio alla Germania, dal Portogallo alla Grecia – segnando l’indisponibilità del lavoro vivo ad accettare i sacrifici che la guerra reclama.

Per quanto tremendo possa sembrare, oggi non possiamo accontentarci della pace. Dobbiamo rifiutare la continuazione sotto altra forma delle guerre presenti. In Palestina una pace predatoria che combina le mire di Israele con le aspirazioni del capitale globale pretende di sopprimere quella che senza alcun pudore viene definita la questione palestinese, facendo della Striscia di Gaza terra di conquista e di accumulazione, mentre donne e uomini palestinesi continuano a morire e la Cisgiordania è diventata la nuova ossessione del governo di Tel Aviv. In Ucraina si sta abbattendo un’altra pace presidiata da Trump, che promette allo stesso capitale globale una ghiotta occasione di ricostruzione, il cui valore è stimato dalla Banca Mondiale in oltre 500 miliardi di dollari, alla faccia di quelli che dicono che in Ucraina si giocano le sorti della libertà occidentale.

Nell’Unione Europea la parola d’ordine della pace attraverso la sicurezza si sta traducendo in investimenti militari per 800 miliardi, accompagnati dalle retoriche militariste sul sacrificio, la necessità di prepararsi a perdere i propri figli, le donne che devono stare al loro posto e i migranti che devono stare fuori dall’Europa, ma in verità anche dentro, basta che lavorino accettando un salario a tempo. La logica dei prestiti che deve finanziare il riarmo europeo significa un’ulteriore compressione della spesa sociale con un corrispondente incremento della coazione al lavoro. Sta a noi trovare il modo di combattere questo nesso mortifero tra guerra e sfruttamento che Stati e capitale hanno trovato il modo di chiamare pace.

Guerra e intensificazione del comando sul lavoro vivo, del controllo sulla libertà di movimento, sulla riproduzione sociale, sulla libertà sessuale di donne, uomini e persone lgbtqi+ sono parti inscindibili del problema che abbiamo davanti. È questo che rende la finanziaria di quest’anno profondamente diversa da quelle degli scorsi anni che hanno ugualmente meritato il loro sciopero autunnale. La manovra del governo Meloni è infatti scritta con la guerra sullo sfondo, punta a rassicurare i ceti benestanti che sono ormai il suo fido blocco sociale, mentre defiscalizza gli straordinari per allungare la giornata lavorativa di chi con il salario normale non riesce più a vivere e inchioda le donne al lavoro riproduttivo e al lavoro povero. Eppure, non è possibile indirizzare semplicemente contro la finanziaria il movimento del 3 ottobre.

Dare respiro al movimento

L’unità del movimento dello sciopero non è scontata ed è possibile solo se si assume il difficile punto di vista del carattere generale del movimento e non delle sue componenti più o meno organizzate. A noi sembra che ciò che tiene insieme le istanze emerse in questi mesi, la generalità di questo movimento, sia il rifiuto della guerra, e che questo rifiuto vada messo al centro passando attraverso le complicazioni e le differenze che lo caratterizzano. Per questo non è possibile spostare senza residui il movimento dello sciopero da un obiettivo all’altro. Non perché non ci siano tutti i possibili motivi per opporsi, ma semplicemente perché un buon motivo non basta per garantire una mobilitazione di massa. La stessa tenuta delle mobilitazioni per la Palestina o di quelle contro la violenza patriarcale – sempre urgenti – risente della difficoltà di tradurre l’urgenza in presenza politica nelle piazze.

Il problema dei due scioperi non sta allora in quale sciopero scegliere. Le differenze ci sono e non è difficile vederle. Il punto è se riusciamo a dare parole e voce, in queste giornate e oltre a queste giornate, a una pretesa politica che faccia della guerra un terreno complessivo di lotta: per una vita che non dipenda da giornate lavorative senza fine, che non dipenda da padri, padroni e mariti violenti o di cui essere la caregiver, per una vita che non dipenda da un permesso di soggiorno e neanche dalla possibilità di passarla o perderla al fronte. Dell’eccedenza non possiamo pretendere l’eterno ritorno, ma possiamo dare respiro al movimento dello sciopero, perché non sia confinato dentro alle scadenze sindacali.

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