giovedì , 23 Maggio 2024

L’Europa in guerra: combattere il militarismo nella Terza guerra mondiale

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“Portare la guerra in casa”. Questo era lo slogan del movimento pacifista ai tempi della guerra del Vietnam. Oggi è la parola d’ordine – con tutt’altro significato – delle e dei governanti europei a ogni latitudine. E lo è letteralmente, perché la guerra dovrebbe permettere di governare la riottosa casa europea, situata in un mondo informe, un mondo di Imperi senza imperialismi e di transizioni senza egemonie. Vogliono mettere ordine dentro le società europee, in cui la crisi pandemica e quella ecologica, i movimenti delle donne e dei migranti, un diffuso rifiuto della precarietà come destino hanno aperto crepe e contraddizioni nel progetto neoliberale in affanno.

La guerra in casa è l’orizzonte aperto dal militarismo neoliberale che oggi pretende di dettare le condizioni della lotta di classe. È la riproposizione in armi di quel ‘non c’è alternativa’ lanciato contro chi continua a lottare per un altro mondo plausibile. Rimessa a nuovo e in alta uniforme, la più neoliberale delle ingiunzioni non ha più la carica progettuale affidata al mercato, sempre meno credibile nei suoi effetti taumaturgici, ma mantiene il tono sinistro delle origini thatcheriane. C’è di che aver paura quando gli strateghi dell’Europa unita ci dicono che per conservare la pace bisogna prepararsi alla guerra. Non serve per ora mobilitare e armare uomini e donne: oggi il militarismo deve portare la guerra, o almeno cercare di portarla, nelle teste di chi vive in Europa e di chi ne insidia i confini. Una volta chiusa nelle loro teste, ci si aspetta che la guerra agisca da sé, come un automatismo al sacrificio per un interesse superiore, che è il mantenimento di una pace in cui si lavora come se si stesse combattendo e si combatte lavorando a difesa della ‘nostra’ società. L’alto rappresentante della politica estera UE Josep Borrell l’ha detto chiaramente: tutti preferiamo il burro, ma se non vogliamo perdere il burro dobbiamo metterci a produrre cannoni e farlo il più rapidamente possibile.

Il militarismo è l’evidente effetto ideologico della Terza guerra mondiale in cui viviamo. Una guerra che si presenta con intensità e violenza differenti nelle diverse parti del pianeta, ma che rilegittima il ruolo degli Stati nel momento in cui essi rinunciano a ogni capacità di mediazione sociale. Se gli Stati fanno la guerra, combattere il militarismo neoliberale significa allora schierarsi dalla parte del lavoro vivo che deve portare il peso materiale della Terza guerra mondiale in Europa come in ogni altra parte del pianeta. La corsa al riarmo in questo regime ostinatamente neoliberale si traduce in un’ingiunzione a lavorare per la sicurezza esterna, senza il bisogno di una mobilitazione più o meno totale della società. Non siamo ancora in un’economia di guerra, anche se molte lavoratrici e lavoratori vivono in una condizione di povertà che li obbliga a razionare ciò che è necessario per vivere. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, la nuova politica della sicurezza in Europa e non solo pretende una più intensa coazione a lavorare per una società che esige sacrifici crescenti a lavoratrici e lavoratori in cambio di un futuro sempre più incerto e precario. Il militarismo è il supplemento ideologico che deve giustificare lo sfruttamento per coloro che lo subiscono.

D’altra parte, il militarismo rianima rottami del passato e sogni non più proibiti delle destre europee, come la coscrizione obbligatoria. Certo, per essere all’altezza del presente bisogna riverniciare il vecchio rottame, e così la Danimarca non solo reintroduce la leva obbligatoria ma la estende alle donne, mentre l’Ucraina rivende la partecipazione di donne e queer alla guerra come una prova della sua adesione alle libertà occidentali in nome delle quali dice di combattere il dispotismo orientale. Eppure, il vortice militarista che in Polonia ha portato a integrare nell’esercito 30mila reclute dai ‘Gruppi di Difesa Territoriale’, vere e proprie bande paramilitari, e il pressante richiamo degli Stati baltici a estendere all’intera Nato la coscrizione obbligatoria ci dicono che questa riverniciatura non è solo un’operazione di estetica bellica, ma il segno di una possibilità reale. Lo scenario evocato da Macron dell’invio di truppe Nato in Ucraina sta lì a confermarlo. La coscrizione rimanda a un futuro di guerra guerreggiata che non sta solo oltre confine. Essa è una scuola di obbedienza sociale, mentre nelle università si afferma la necessità del dual use della ricerca e della conoscenza, facendo della guerra un presupposto necessario del benessere. Il nuovo mantra della coscrizione è però il riconoscimento che in guerra il fattore umano non conta meno di quello tecnologico: in battaglia i droni non hanno sostituito la forza lavoro militare di uomini e donne in carne e ossa. Gli Stati fanno la guerra e per farla hanno bisogno di vite da consumare. Combattere il militarismo significa allora lottare affinché il lavoro vivo non diventi, letteralmente, lavoro morto.

Vecchio e nuovo si rincorrono nel militarismo neoliberale, che è sì una risposta alla crisi del suo ordine, ma ne è anche il sintomo. Il militarismo non è cioè solo l’ennesima astuzia del capitale che si muove verso le nuove frontiere dell’accumulazione bellica. Non viviamo più nell’epoca degli imperialismi, ma in uno spazio transnazionale fuori controllo che né gli Stati né i capitalisti in carne e ossa riescono a governare, risucchiati come sono da contingenze transnazionali dalle molte facce. Che si tratti dell’invasione di Putin, degli attacchi degli Houthi o di movimenti migratori che le stesse guerre stanno alimentando, il punto è che per una frazione del capitale gli affari proseguiranno pure, ma sotto il segno di un disordine e di un’imprevedibilità che non di rado sfuggono alla logica del profitto. Contingenza, imprevedibilità, mancanza di controllo sono i segni più vistosi della crisi che chiamiamo da tempo Terza guerra mondiale.

Più che un mero servizio all’industria bellica, il militarismo è dunque una manovra d’emergenza per tentare di restaurare un ordine interno all’Europa in guerra facendo fronte alla sua crisi. Il militarismo sovrascrive i rapporti sociali, incastonandoli in una guerra che in Europa occidentale si allunga come una possibilità spettrale e per questo sempre minacciosa e presente. Nel militarismo vive il feticismo della guerra, che vuole piegare le aspettative individuali e collettive alla forma dell’accettazione, della rinuncia, del sacrificio. Comprime fino a spezzarli gli spazi di mediazione politica, mentre cala dall’alto politiche di industrializzazione attraverso lo European Defence Industrial Strategy che mobilita capitali UE, spostati dalla ricostruzione post-Covid, per rendere il Vecchio continente nuovamente una fabbrica all’altezza dei tempi. Il militarismo legittima l’arruolamento dell’industria e della ricerca aziendalizzata delle università europee, per un nuovo complesso militare-accademico-industriale che non disponeva di finanziamenti così ingenti dai tempi della Guerra fredda. Non basta dire che l’Europa si sta preparando alla guerra. L’Europa è in guerra.

Il militarismo indurisce il comando sul sociale, chiude gli spazi di azione e le contraddizioni aperte dalla crisi pandemica e dalla crisi climatica, stabilisce un orizzonte di profitti e obbedienza, di plusvalore economico e politico. Anche se la transizione verde non diventerà completamente una transizione militare, quel verde degrada verso tonalità da mimetica. La sua rimodulazione al ribasso – visibile tanto nell’agricoltura quanto nell’industria e nel consumo privato – si giustifica in nome di una produzione per gli armamenti di cui a quanto pare l’Europa deve necessariamente dotarsi. Proprio perché incastona i rapporti sociali in una cornice di guerra, il militarismo manifesta in maniera crescente la sua bellicosità verso chi a quei rapporti sociali vuole sottrarsi. E ciò vale tanto per i migranti, ai quali i recenti accordi europei con l’Egitto assicurano il ‘diritto’ a stare al ‘loro posto’ – quello stesso buffo ‘diritto’ che in Europa viene assicurato dal permesso di soggiorno – tanto per le donne, alle quali il militarismo che taglia la spesa sociale assegna un sovrappiù di lavoro riproduttivo, di cura e difesa – anche militare – di società sull’orlo della guerra.

Portando la guerra in casa, il militarismo punta dunque a ricomporre le crisi che stanno scuotendo l’Europa, ma si scontra con un’indisponibilità diffusa alla rinuncia di sé, a vestire i panni fuori moda dell’eroe di guerra. E un’indisponibilità ancora più radicale troverà tra i ‘dannati’ delle banlieue non solo francesi, ma di tutta Europa. D’altro canto, a parte un’invocazione difensiva del ‘nostro sistema di vita’, il militarismo neoliberale non ha più né risorse né diritti da offrire. La guerra invocata è una guerra senza promesse e quindi senza futuro. È una guerra per il presente, in cui il sacrificio viene monetizzato qui e ora per sopravvivere o per non sprofondare in un orizzonte di miseria. Oggi il militarismo funziona in senso reattivo. Né potrebbe fare diversamente quando il suo gemello, il nazionalismo, per quanto riaffermato in varie forme, non sembra più in grado di produrre le mobilitazioni del secolo scorso. E questo è tanto più vero dove la mobilitazione di guerra non è solo uno spettro, ma una realtà, come ai confini della Russia. Lì Putin sta promettendo a kirghizi e indiani la cittadinanza in cambio dell’arruolamento. Una cittadinanza che però fatica a essere una giusta moneta di scambio per indossare una divisa, tanto più che essa non serve più come strumento di integrazione e ascesa sociale, ma semmai come lasciapassare per muoversi in un mondo in cui i confini sono sempre più difficili da valicare. In fondo, lo stesso fanatismo religioso non paga più come prima, se per reclutare gli attentatori di Mosca l’Isis-K ha dovuto sborsare 5mila euro a combattente.

Di fronte a tutto questo è arrivato il momento di rendere la pace efficace contro la guerra. È arrivato il momento di costruire materialmente e praticare quotidianamente l’internazionalismo, sapendo che limitare le nostre pretese alla resistenza locale sui territori è davvero ben poca cosa rispetto al quadro transnazionale nel quale siamo ogni giorno collocati. La politica transnazionale di pace, che ormai da tempo stiamo costruendo con molti altri nella Permanent Assembly Against the War, non si lascia arruolare nella logica del frontismo e dei blocchi. Si sforza di produrre processi e percorsi attraverso i fronti, anche dove le conseguenze della guerra le sta pagando una parte sola, l’unica parte con cui è giusto e doveroso schierarsi. Per stare dalla parte delle donne e degli uomini palestinesi che subiscono a Gaza e in Cisgiordania la feroce pulizia etnica di Israele non è necessario appoggiare progetti di società che sono esattamente il contrario di ciò che sosteniamo tutti i giorni. Non abbiamo bisogno di adornare la guerra di parole con la lettera maiuscola, né di alimentare il feticismo di guerra, ma di lottare contro il carico di violenza, sangue, sfruttamento e oppressione che la guerra fa calare su coloro che la subiscono. Bisogna farla finita con il pensiero che la guerra sia il modello obbligato di riferimento di ogni lotta, di ogni conflitto, di ogni contrapposizione, perché è proprio questo pensiero che finisce per legittimare il militarismo. Bisogna invece farla finita con il militarismo.

È passato poco più di un mese da quando, l’8 marzo, in tutto il mondo le donne sono scese in piazza per dire no alla guerra, che a qualunque latitudine pretende che diventino combattenti e madri della patria, se non un bottino di conquista e di violenza. Da ottobre, poi, cortei imponenti hanno invaso le strade di tutto il mondo per dire stop al genocidio, mentre all’interno delle proteste in Israele contro Netanyahu sta crescendo un fronte che contesta apertamente l’occupazione territoriale e il massacro di donne e uomini palestinesi da parte dell’IDF. Nelle scuole occupate e anche in alcune università si registra una mobilitazione come non c’era da tempo.

Una politica transnazionale di pace non può però avere a cuore una guerra sola. Il militarismo che ha preso l’Europa mostra che Gaza e l’Ucraina sono parte della stessa guerra. C’è una sola guerra in corso ed è la Terza guerra mondiale che dal Medio Oriente al Mar Rosso all’Est Europa sta dilagando ovunque, colpendo migranti, donne e un lavoro vivo che, oltre a non voler diventare lavoro morto, rifiuta anche la logica bellica del sacrificio. La Terza guerra mondiale non è una questione europea, ma l’Europa sta svolgendo al suo interno un ruolo politico di primo piano che non può essere ignorato. È contro questa guerra che dobbiamo combattere attraversando i fronti, raccogliendo le forze di chi non accetta la logica mortifera del militarismo, di chi non accetta di morire per la gloria o il profitto di altri, di chi quotidianamente pratica progetti di lotta e di pace.

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