lunedì , 24 Giugno 2024

Europa in guerra: le elezioni europee e il compito dei movimenti sociali

di PERMANENT ASSEMBLY AGAINST THE WAR

L’Europa è in guerra. I paesi europei sono stati coinvolti in numerosi conflitti in passato e sono coinvolti nella politica della NATO. Esiste un rischio concreto di escalation e di conflitto aperto con la Russia in qualsiasi momento. Ma non dobbiamo sottovalutare il cambiamento a cui stiamo assistendo oggi: l’UE e gli Stati europei sono impegnati nella fornitura di armi e soldati all’Ucraina e nel sostegno a Israele nella realizzazione del genocidio a Gaza e ora stanno spingendo per estendere ulteriormente la portata degli armamenti europei utilizzati per respingere l’invasione russa. Mentre alimenta il fuoco delle guerre a ridosso dei suoi confini, l’UE è scossa al suo interno da cambiamenti drammatici. L’accelerazione del militarismo in Europa agisce su tutti i livelli, con effetti sociali che vanno ben oltre i suoi confini istituzionali.

Dicono che dobbiamo abituarci a una nuova era, quella di una “preguerra” anziché di un “dopoguerra”. I politici europei sembrano concordare sul fatto che la guerra è un orizzonte ineludibile e che i sacrifici – economici, sociali, umani – sono necessari. E anche coloro che dichiarano di voler garantire la pace, favoriscono ulteriormente militarismo e nazionalismo.

Questa narrazione approfondisce e accelera tendenze già esistenti: nelle scuole si attivano progetti per avvicinare i bambini alla cultura militare; operazioni di propaganda pubblicizzano l’arruolamento nell’esercito come qualcosa di “pulito” e orientato alla parità di genere; la ricerca è dirottata per promuovere la convergenza di università ed eserciti; nei parlamenti si torna a parlare di reintrodurre la leva militare in paesi in cui era stata sospesa o abolita; si parla di mappare i rifugi anti-bomba. La logica del “non c’è alternativa” è aggiornata all’Europa in guerra secondo gli imperativi del militarismo.

Questo non significa che abbiamo di fronte uno scenario omogeneo, e fa differenza se si vive o meno in UE. In Grecia, la militarizzazione esiste fin dai tempi della dittatura, alimentata dalla costante minaccia di una nuova guerra con la Turchia, e anche durante la crisi finanziaria e le politiche di austerità una massiccia quantità di fondi pubblici sono stati destinati al settore militare, e vige la leva obbligatoria di almeno 12 mesi. Le trasformazioni attuali non sono quindi una novità assoluta, ma un inasprimento di una realtà già esistente: maggiori investimenti sono ora destinati alla guerra ad alta tecnologia, ispirata al modello dell’esercito israeliano, a beneficio delle classi dirigenti, mentre i migranti sono trattati come “nemici della nazione”. In Romania, come in altri paesi dell’Europa centro-orientale, il militarismo diventa fonte di investimenti per le imprese transnazionali che approfittano dei bassi salari e dell’opportunità di ottenere un posto al sole nel complesso militare-industriale europeo. L’economia viene ristrutturata a lungo termine per trasformare il paese in un avamposto militare che fornisca risorse e forza lavoro per le operazioni NATO. L’espansione dell’UE attraverso l’integrazione di altri paesi dell’Europa orientale viene perseguita trasformando la Romania in una grande base militare per la guerra a venire. Nei paesi più vicini alle zone direttamente toccate dalla guerra in Ucraina, come la Polonia, i discorsi sull’introduzione della coscrizione obbligatoria e sull’opportunità di un intervento diretto nel conflitto si fanno sempre più forti, e si moltiplicano iniziative per rafforzare il confine orientale.

La svolta bellica sta anche ridisegnando le relazioni tra l’UE e i paesi vicini. In Turchia Erdogan sta usando la legittimazione globale del militarismo per attaccare il popolo curdo e gli oppositori politici. Nel Regno Unito i massicci investimenti militari vanno di pari passo con la militarizzazione delle frontiere contro i migranti per mantenere la promessa della Brexit.    

Nonostante le differenze, tuttavia, ci sono tendenze comuni che fanno pensare a uno scenario da terza guerra mondiale. La guerra è diventata il pretesto per cancellare le misure adottate durante e subito dopo la crisi pandemica per sostenere i salari e i redditi, e per dirottare la spesa pubblica dalla sanità, dall’istruzione e dal welfare, all’esercito. Il lavoro essenziale che aveva acquisito centralità politica durante la pandemia è ora trasformato in fonte di manodopera a basso costo, usa e getta per oliare gli ingranaggi di una macchina di morte in fieri. I tagli generalizzati al welfare e le privatizzazioni a favore dell’esercito implicano anche un rafforzamento della famiglia come centro di una riproduzione sociale privatizzata, finanziata esclusivamente dai salari di lavoratrici e lavoratori e dal lavoro delle donne – perlopiù non pagato o svolto da lavoratrici domestiche migranti. La svolta militaristica si lega alla riaffermazione delle gerarchie e della disciplina sessuale.

In più, la produzione coordinata di armi è diventata il cuore del programma politico delle politiche industriali europee. Insieme all’appello al sacrificio, tutto questo avrà un impatto sulle condizioni di lavoro di milioni di persone, abbassando i salari e rafforzando i differenziali salariali e le gerarchie tra le diverse regioni europee. Allo stesso tempo, gli investimenti nel settore militare stanno ridisegnando i movimenti del capitale a livello transnazionale. Non solo gli investimenti in armi e tecnologie correlate, ma anche la prospettiva di distruzione è allettante per le speculazioni del capitale che sta scommettendo sulla futura ricostruzione in Ucraina e a Gaza. Dove noi vediamo morte, distruzione e genocidio, loro vedono un’opportunità per fare soldi.

Lo stesso vale per la crisi climatica. Nessuno credeva che la sbandierata transizione verde potesse risolverla. Il greenwashing è stato usato a lungo per giustificare una maggiore accumulazione di capitale e investimenti in risorse inquinanti, ma ora le politiche verdi sono state completamente riformulate sulla base delle priorità militari, purché siano “strategiche”, per garantire la posizione di un determinato stato e dell’UE nella competizione del capitale transnazionale.

Nonostante l’intreccio profondo tra università, industria e forze armate sia un affare di lunga data, l’UE sta ora promuovendo attivamente la ricerca dual use e aggirando le clausole civili per la ricerca. Tutta la ricerca si sta piegando d’innanzi alle politiche di sicurezza richieste dalla guerra, che richiedono la limitazione della mobilità e degli scambi dei ricercatori per salvaguardare gli interessi nazionali. La continuazione del business-as-usual nasconde la normalizzazione dell’arruolamento di tutte le istituzioni ai fini delle politiche di guerra. Nel rafforzamento delle istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia agli stati, ai confini interni ed esterni, è in gioco il militarismo stesso come ideologia che afferma la necessità di gerarchie, disciplina e centralizzazione dell’autorità per rafforzare il programma capitalista-neoliberale, razzista e patriarcale. I paesi che si preparano alla guerra hanno bisogno di denaro, di donne pronte a riprodurre la forza lavoro della nazione, di studenti disciplinati nelle scuole e nelle università. Con poche eccezioni, gli studenti che prendono parola contro la privatizzazione delle università e il massacro di Gaza vengono picchiati e repressi.

In questo contesto, bisogna riconoscere che le trasformazioni in corso sono state anticipate da una lunga guerra contro i migranti. Le politiche migratorie sono state a lungo un laboratorio di militarizzazione e repressione. Ma la svolta verso il militarismo sta ora contribuendo a vendere il razzismo istituzionale come necessario per proteggere i confini dalle “minacce ibride”. È in corso un inasprimento delle politiche migratorie, che porta al rafforzamento dello sfruttamento, della detenzione e dei respingimenti dei migranti. Il patto UE su migrazione e asilo, la firma da parte del Regno Unito della famigerata legge sul Ruanda, l’accordo tra Italia e Albania, la continuazione delle politiche di morte nel Mediterraneo, sono tutti elementi che parlano di una nuova ondata di esternalizzazione delle politiche di sicurezza europee che sta avendo un enorme impatto ben oltre i suoi confini.

Di fronte a tutto questo è più che mai urgente impegnarsi a riflettere insieme su cosa fare per rompere la gabbia che si sta saldando intorno a noi. Come Transnational Social Strike Platform e Assemblea Permanente contro la Guerra, abbiamo costruito un’iniziativa che ha rappresentato, nonostante alcuni limiti e difficoltà, un punto di riferimento per coloro che lottano contro la guerra e la spirale di morte, sfruttamento, razzismo e patriarcato che porta con sé. Ci siamo schierati contro la guerra, non con i fronti di guerra, rifiutando di essere assorbiti dalla logica che la guerra riproduce. In questa direzione, abbiamo fatto circolare informazioni e notizie, costruito connessioni e facilitato la comunicazione politica tra coloro che rifiutano la guerra in Ucraina e in Russia e coloro che manifestano nelle università europee e americane; abbiamo fatto da cassa di risonanza in occasione dello sciopero contro il genocidio in Cisgiordania; abbiamo raccolto le voci israeliane contro la guerra; abbiamo sostenuto le acampadas e aderito alle manifestazioni contro la politica omicida di Israele; abbiamo costruito un coordinamento e dato visibilità ai movimenti dei migranti che attraversano le frontiere e lottano contro il razzismo. Per più di due anni, come TSS e PAAW, ci siamo impegnati a costruire una politica transnazionale di pace che può emergere solo da questi momenti concreti di comunicazione e di lotta.

Con i nostri collettivi e e le nostre organizzazioni abbiamo sperimentato in generale un’enorme difficoltà a superare le attuali situazioni di stallo e a costruire una prospettiva che non finisca nelle trappole geopolitiche. Abbiamo visto il nazionalismo e il razzismo riprodursi nei movimenti sociali che identificano, ad esempio, tutti gli ebrei con la politica omicida del governo israeliano, tutti coloro che hanno protestato contro il genocidio a Gaza come “antisemiti”, o che accusano chi si oppone agli investimenti militari di essere sostenitori di Putin.

Interminabili dibattiti sono state dominati dalla logica amico/nemico. Per affrontare l’Europa in guerra dobbiamo superare queste trappole e logiche e guardare alle tendenze, alle linee di frattura e ai conflitti che possano definire un programma comune contro la guerra, nonostante le differenze nazionali e locali.

Con l’attacco di Israele su Gaza, la guerra tra Russia e Ucraina viene talvolta dimenticata dai movimenti. La paura per il possibile allargamento del conflitto è diffusa soprattutto tra coloro che vivono nell’Europa dell’Est, più vicina al campo di battaglia, e un sentimento di inevitabilità sembra vincere sulla spinta a organizzarsi per cambiare questa situazione. Allo stesso tempo, come mostra la protesta dei camionisti, vediamo che un numero crescente di ucraini stanno rifiutando di arruolarsi, contestando il discorso guerrafondaio e costringendo il governo ad adottare una dura legge sulla coscrizione. Allo stesso tempo, la rabbia sta alimentando il sostegno alla Palestina e contro il genocidio compiuto da Israele a Gaza, con un effetto contagio che ha investito le università. Nonostante tutte le contraddizioni, le diffuse e variegate mobilitazioni che rivendicano il disinvestimento dall’economia militare e la trasparenza nell’uso dei fondi delle università stanno aprendo delle crepe nella logica di guerra.

Prendere parola contro la guerra, promuovere una visione transnazionale e una comunicazione oltre i confini, connettere lotte e soggetti attraverso i fronti, lottare contro la guerra e il militarismo, vuol dire lottare per ottenere diverse condizioni di riproduzione sociale, contro lo sfruttamento, il patriarcato e il razzismo, per salari migliori, per un conflitto di classe climatico.

Nessun internazionalismo aggiornato può nascere seguendo vecchi modelli o basandosi su analisi geopolitiche; non è possibile accumulare forza solo a livello locale. Con le elezioni europee all’orizzonte, il rischio è quello di trovarci di fronte a un mix di nuove politiche di guerra e un’accelerazione dell’ascesa delle destre, che si nutrono di militarismo, portando a un’ulteriore compressione degli spazi di lotta. Rompere i fronti di guerra e praticare una politica transnazionale di pace per mantenere aperti spazi di organizzazione e di lotta è il compito urgente che dobbiamo continuare a portare avanti.

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