sabato , 5 Dicembre 2020

Lo sciopero delle donne in Polonia: libertà di abortire, libertà dallo sfruttamento

Intervista a MAGDĄ MALINOWSKĄ e MARTĄ ROZMYSŁOWICZ (Workers’ Initiative, Polonia)

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Pubblichiamo un’intervista a Magda e Marta di Workers’ Initiative sullo sciopero delle donne polacche contro la sentenza del Tribunale costituzionale che ha vietato l’aborto anche in caso di malformazione del feto. Dopo settimane di proteste di massa, il Parlamento ha deciso di ritardare la trasformazione della sentenza in legge, ma molti ospedali stanno già applicando le regole più restrittive. La lotta non è quindi finita: ogni lunedì si svolgono raduni e manifestazioni per chiedere l’aborto libero e legale. Come abbiamo discusso durante la prima assemblea pubblica di E.A.S.T., il divieto di aborto sta avvenendo nel mezzo di una pandemia in cui le donne pagano il prezzo più alto: c’è un chiaro legame tra la negazione della loro libertà di non essere madri e il fatto che siano bloccate in quei lavori essenziali senza i quali questa società finirebbe per crollare. Di fronte a questo, solo uno sciopero essenziale può aiutarci. Nonostante scioperare sia quasi illegale in Polonia, lo sciopero delle donne ha rappresentato un’opportunità di politicizzazione per giovani, donne e uomini, e un passo cruciale, nel 2016 come oggi, per affrontare il legame tra le limitazioni alla libertà delle donne e lo sfruttamento sul posto di lavoro. Il movimento dello sciopero è riuscito anche a “entrare nei magazzini”, come dimostra il recente sciopero nel magazzino di Amazon vicino a Wrocław, uno sciopero spontaneo che non sarebbe avvenuto senza il richiamo all’insubordinazione diffuso dalle proteste delle donne.

***

Dopo che il Tribunale Costituzionale ha dichiarato l’aborto incostituzionale in caso di malformazione del feto, tutta la Polonia è stata scossa dalle proteste. Potete raccontarci delle proteste in corso e di quali saranno i prossimi passi?

Marta: Le proteste si stanno svolgendo in tutto il paese, in 400 città e anche in piccoli villaggi delle campagne, anche nelle zone più conservatrici del paese. Si dice che le proteste più ampie abbiano coinvolto più di 100.000 persone (come quella del 30 ottobre a Varsavia). Questa è stata chiaramente una sollevazione delle generazioni più giovani, donne e uomini, che costituiscono la maggioranza di chi protesta nelle strade. Ovviamente questo sta succedendo durante l’emergenza Covid-19, durante il picco dei contagi in Polonia (circa 25.000 al giorno a questo punto) e i giovani nelle strade sono evidentemente meno spaventati dal virus rispetto ai più anziani. Il governo ha passato una serie di norme che rendono illegali gli assembramenti di più di 5 persone, quindi tutta la protesta è stata anche una sfida a questo divieto.

L’associazione per lo “sciopero delle donne” è stata la più grande organizzazione a convocare le proteste e in alcuni luoghi, come a Varsavia, a fornire le infrastrutture necessarie. Nei giorni scorsi, hanno annunciato che stanno creando un consiglio consultivo per lo sciopero delle donne sul modello di quello creato in Bielorussia. Attualmente, i membri del consiglio sono in gran parte il riflesso di vecchie élite (un ex ministro del lavoro, un ex membro del parlamento, alcune intellettuali e attiviste). Le donne della zona di Poznań hanno reagito a questa situazione riunendosi e formando consigli alternativi con le loro richieste. Vedremo come evolverà la situazione.

Mercoledì 28 ottobre è stato indetto uno sciopero contro la sentenza del tribunale, che ha ricordato lo sciopero delle donne avvenuto durante la Protesta in nero del 2016. Potete dirci qualcosa sulla partecipazione allo sciopero e sul significato dello sciopero per la lotta contro il divieto di aborto e per la libertà delle donne?

Magda: Come nel 2016, non è stato registrato ufficialmente alcuno sciopero, quindi è difficile parlare di numeri. Sappiamo però che quel giorno decine di migliaia di persone si sono presentate alle manifestazioni. Solo a Poznań, circa 40.000 persone sono scese in piazza. Più del doppio rispetto al 2016. Sono stati organizzati “scioperi” in città così piccole che nessuno se lo sarebbe aspettato. Uomini e donne si sono dovuti prendere il giorno libero per partecipare alla manifestazione.

Le piccole aziende quel giorno non hanno operato. Come la volta precedente, in molti luoghi di lavoro, asili, università, scuole, ospedali, industrie, le donne hanno lavorato vestite di nero e hanno pubblicato foto che mostravano il loro sostegno e la loro solidarietà a chi è sceso in strada.

Marta: Dal punto di vista legale, chiamare uno sciopero generale in Polonia è impossibile. Nel nostro sindacato abbiamo risposto a questa chiamata incoraggiando le persone a prendere giorni di malattia, congedi o per donare il sangue per non andare al lavoro. So che molti dei nostri iscritti hanno usato una di queste opzioni per andare a protestare.

Magda: Sì, a livello formale, nessun gruppo di dipendenti ha organizzato uno sciopero. Tuttavia, è di grande importanza che dal 2016 le donne di vari orientamenti politici abbiano definito sciopero la loro partecipazione alla “Black protest”. In questo modo, vogliamo sottolineare il ruolo delle donne nello sviluppo del capitale, l’importanza del lavoro riproduttivo non retribuito e una potente volontà di rifiutare il servizio gratuito e la sottomissione alla politica e al capitale.

Come è cambiata la composizione e l’estensione della protesta rispetto alla Protesta in nero del 2016? Quali sono le differenze più significative?

Marta: Queste proteste sono diverse da quelle del 2016 perché i loro slogan sono più radicali, e perché le loro richieste sono più sociali ed economiche. “Fanculo PiS [il partito al potere]” e “vaffanculo” sono gli slogan principali gridati per le strade. In ogni protesta nelle diverse città viene chiaramente identificata la dimensione di classe del divieto di accesso all’aborto. Le donne sanno che questo divieto riguarderà le donne povere, non le donne ricche. Noi, in quanto donne appartenenti a un sindacato abbiamo partecipato e a volte organizzato queste proteste con richieste economiche concrete perché, per essere libere, le donne hanno bisogno di essere meno legate al lavoro e hanno bisogno di una maggiore indipendenza economica. Dal mio punto di vista c’è stato un cambiamento rispetto al 2016, perché le donne e gli uomini che oggi sono in strada vogliono risposte socio-economiche concrete per agire collettivamente in modo da rendere la nostra vita migliore. Le richieste che abbiamo proposto includono la riduzione dell’orario di lavoro a 7 ore al giorno, l’eliminazione dei contratti precari e delle agenzie di lavoro interinale, più alloggi pubblici, il mantenimento delle conquiste sociali che siamo stati in grado di ottenere dal governo, come il programma di welfare 500+ per le famiglie con bambini [beneficio esente da tasse di 500 PLN (circa 120 euro) al mese per il secondo e gli eventuali figli consecutivi fino al raggiungimento dei 18 anni di età], un’età pensionabile più bassa per le donne e un aumento costante del salario minimo.

Mentre scrivo, sono passate circa due settimane dall’inizio dello sciopero delle donne. Qualche giorno fa, gli autisti dei muletti in uno dei magazzini di Amazon vicino a Wrocław hanno smesso di lavorare per tre minuti. 115 lavoratori hanno fermato i loro muletti (si tratta di un grande magazzino per articoli), si sono riuniti in un unico luogo, hanno suonato il clacson e hanno gridato la richiesta di un bonus di 2000 zloty (circa 450 euro) per tutti i lavoratori. Il turno di notte li ha seguiti e ha interrotto il lavoro per un’ora. Si tratta di interruzioni del lavoro spontanee che non si erano mai verificate prima. Anche se le richieste dei lavoratori non sono le stesse delle donne, per me è evidente che il loro sciopero è un prolungamento, o un effetto delle proteste nelle strade. “Fanculo il governo” ha permeato i muri dei magazzini. Spero che nelle prossime settimane ci siano ancora altri scioperi e altre rivendicazioni socio-economiche.

Magda: Come ha detto Marta, è significativo che moltissimi giovani, adolescenti, partecipino a queste proteste. Sono estremamente impegnati, fanno striscioni, inventano slogan e travestimenti, cantano canzoni, sono molto vivaci e attivi nelle proteste. È un bene che questa esperienza rimanga tra i giovani. Purtroppo, lo slogan dominante è diventato “Fuck PiS” e “Fuck out”, uno slogan molto comodo per i media e le vecchie élite politiche che non vogliono grandi cambiamenti se non un cambiamento delle persone al potere. È stato facile spingere i giovani su questi binari. Nel 2016 abbiamo gridato “sciopero delle donne ora”, ricordando regolarmente il contesto economico del divieto di aborto. Abbiamo sviluppato le idee di cui parla Marta al Congresso Sociale delle Donne, che è stato creato sulla base dell’energia nata nel 2016. Da allora, abbiamo costantemente cercato di porli al centro dell’attenzione. La situazione attuale è molto più difficile perché questa volta è stata presa la decisione di restringere il diritto di aborto. Di conseguenza le proteste durano molto più a lungo, sono più numerose e più intense, così come la rabbia delle donne nei confronti delle autorità e un profondo desiderio di cambiamento. Se, tuttavia, l’unica conseguenza delle attuali manifestazioni sarà il ripristino del vecchio potere e la rimozione del PiS, negheremo un’enorme possibilità di reali cambiamenti materiali. L’unica cosa che rimarrà è la consapevolezza che il nuovo governo agirà con la sensazione che, se ci farà incazzare, rovesceremo anche loro.

La sentenza del Tribunale arriva durante la seconda ondata della pandemia, che sta colpendo le donne in modo particolarmente duro. Quali sono i principali problemi che specificamente le donne stanno affrontando durante la pandemia?

Magda: Soprattutto, le donne hanno carichi di lavoro molto maggiori. Le scuole sono state chiuse, quindi più responsabilità sono ricadute sulle loro spalle. Inoltre, sono state colpite di più proprio le industrie femminilizzate: gastronomia, industria alberghiera, turismo, istruzione, servizi come la cosmesi. Sorprendentemente, secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica (GUS), la disoccupazione ufficiale tra le donne non è aumentata, ma è leggermente diminuita. Questo dato non rispecchia l’esperienza delle donne, che si lamentano dell’aumento delle mansioni, dell’aumento dell’orario di lavoro senza un aumento di stipendio o addirittura con una riduzione dello stipendio, o della perdita del lavoro. Forse la diminuzione della disoccupazione ufficiale riguarda in larga misura le donne che prima lavoravano nell’economia sommersa, ad esempio nella gastronomia, mentre erano formalmente disoccupate, ma che durante la pandemia hanno dovuto accettare un altro lavoro, assumendo un impiego ufficiale, ad esempio nella produzione o nella logistica, dove stanno ancora assumendo.

Vedete un legame tra l’intensificarsi dello sfruttamento delle donne che lavorano in settori essenziali – operatrici sanitarie, addette alle pulizie, lavoratrici della logistica e dell’agricoltura – e questo aperto attacco alla libertà sessuale e all’autodeterminazione delle donne?

Magda: Certo. Per le donne questo significa una maggiore obbedienza a diversi livelli. Maggiore sottomissione e insicurezza sociale significano maggiore sfruttamento. Questo vale non solo per le donne, ma per le famiglie proletarie in generale. È noto che sono soprattutto le famiglie della classe operaia ad avere un accesso limitato agli aborti all’estero o alle pillole. Allo stesso tempo, sappiamo tutti che nessuno ci sosterrà se mettiamo al mondo un figlio disabile. Abbiamo vinto il programma 500+, ma non basta. Negli ultimi vent’anni, i governi che si sono succeduti in Polonia hanno fatto molti tagli, che hanno colpito soprattutto le donne. Questa politica è stata perseguita sia dai liberali, sia dai conservatori, sia dai socialdemocratici. Negli anni ’90, il 75% degli asili nido e il 40% degli asili, dei circoli e delle mense sono stati chiusi. Di anno in anno, il funzionamento del servizio sanitario è stato limitato e le risorse per l’edilizia sociale e comunale sono state privatizzate, portando a un enorme aumento degli affitti. Sono stati tagliati i sussidi e vari tipi di sostegno sociale, come il sovvenzionamento di locali in cui poter mangiare a basso costo, i sussidi per le famiglie con bambini, ecc. L’intero stato sociale è stato smantellato nel corso degli anni. Allo stesso tempo, i sussidi per le imprese sono aumentati, sono state introdotte molte possibilità di esentare il capitale dalle tasse. In sintesi, non abbiamo sicurezza sociale, abbiamo pensioni da fame, il servizio sanitario pubblico è in uno stato deplorevole, il costo della vita è alto (i prezzi nei negozi sono simili a quelli degli altri paesi occidentali) e i salari in Polonia rimangono bassi. Lavoriamo troppo duramente per sopravvivere, spesso con gli straordinari. I polacchi primi in Europa per il numero di ore lavorate al mese. È difficile per noi lottare per avere salari migliori perché siamo stati privati del diritto di scioperare legalmente, molti diritti sono stati tolti ai sindacati, il diritto del lavoro cambia continuamente a svantaggio dei dipendenti e le istituzioni che potenzialmente dovrebbero sostenere il mondo del lavoro rimangono passive. Con un’enorme quantità di lavoro a contratto, non possiamo permetterci una babysitter, un asilo privato (solo il 5% dei bambini in Polonia può trovare posto in un asilo pubblico), cibo in un bar, lezioni supplementari per i bambini, ecc. Siamo noi che ci assumiamo tutte queste responsabilità educative e di cura. Non solo per i bambini, ma anche per gli anziani, per i quali non è garantito nulla, né posti negli ospedali né nelle case di cura. Di conseguenza, tornate dal lavoro, abbiamo molti altri compiti da svolgere. Questo è il contesto in cui siamo costrette a partorire bambini disabili. E questo è sostenuto dal partito che, non molto tempo fa, voleva privare i bambini disabili della possibilità di andare in una normale scuola pubblica. L’estate scorsa si è scatenata un’ondata di proteste perché avevano peggiorato le regole per ottenere aiuti finanziari per bambini disabili e chi si prende cura di loro, che erano già miseri. Costringendo a vivere nella paura e nel degrado, l’estremo eccesso di lavoro non favorisce lo sviluppo di una società sana ed egualitaria. Porta piuttosto all’esclusione politica e sociale. Non saremo mai d’accordo con questo.

 

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