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India: ripensando a una «cittadina ignota»

India-ripensando-a-una-cittadina-ignota-300x195di ISHITA DEY – Delhi, 29 dicembre 2012

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La manifestazione prevista a Delhi per il 27 dicembre si è trasformata in una veglia, in cui il dolore e la rabbia si sono intrecciati nel ricordo della giovane donna violentata lo scorso 16 dicembre, morta due giorni fa. Dalla capitale bloccata, Ishita Dey ci parla ancora una volta di quanto sta accadendo in India. Le sue parole per una «cittadina ignota» evocano lo scenario di una guerra sessuale contro le donne, combattuta non solo attraverso le più brutali aggressioni, ma anche con le armi leggere imbracciate da eminenti esponenti del governo e dei partiti, fieri rappresentanti di un patriarcato che si esprime attraverso operazioni di «polizia morale» nei confronti delle donne. Questa cittadina rimane ignota, anche se potremmo facilmente conoscere il suo nome così come quello di molte altre donne violentante e molestate. Non sarà però il milite ignoto di questa guerra. Non sarà l’eroina da celebrare, perché è la dimostrazione più viva della crisi dei rapporti patriarcali che innervano la stessa cittadinanza democratica. Le parole di Ishita raccontano perciò di una determinazione silenziosa e inarrestabile, che spinge migliaia di donne e uomini nel centro della città, malgrado i tentativi del governo di bloccare la protesta. E mostra con ciò il volto maschile dello Stato e il paradosso in cui inevitabilmente si trovano quanti invocano pene esemplari per i crimini sessuali e una maggiore «protezione» per le donne, la cui posizione di bersagli e vittime è, in questo modo, inavvertitamente riaffermata. D’altra parte in India come in Italia c’è chi pensa che siano le donne stesse con il loro abbigliamento a scatenare la violenza. Le donne che attraversano le strade di Delhi e dell’India, però, non accettano di essere bersagli e neppure vittime. Mentre rivendicano di essere considerate come esseri umani, e non come madri, sorelle e figlie, quelle donne pretendono «libertà, libertà dalla polizia morale, libertà dal patriarcato». Quelle donne indicano la strada.

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Siamo state svegliate dalla notizia della morte di una studentessa di 23 anni, dopo la violenza di gruppo subita su un autobus in movimento, a Delhi. Siamo terribilmente arrabbiate, sconvolte, cariche di emozioni diverse. È estremamente personale, e sento un terribile senso di perdita, paura, dolore. Mia madre ha detto: «avrebbe potuto immaginare, quando è uscita il 16 dicembre, che sarebbe stato il suo ultimo film?». Quando mi sono risolta a rompere il blocco delle emozioni, ho deciso di unirmi alla veglia a Jantar Mantar.

Oggi le organizzazioni studentesche, i gruppi della società civile che hanno continuato a stare allerta, sono stati costretti a confinare la loro protesta a Jantar Mantar. Lo Stato ha deciso di limitare le proteste e le manifestazioni pacifiche applicando la sezione 144 del codice di procedura penale, e oltre a questo ha chiuso dieci stazioni della metropolitana. Mentre il treno sfrecciava attraverso una stazione che connette all’area centrale di Delhi, un passeggero ha commentato: «perché chiudere le stazioni della metropolitana? Non è un modo di controllare le proteste: Jisko jana hain wo log paidal chalk e jayenge [chi vuole arrivarci, camminerà]».

Siamo stati testimoni di questa determinazione tra i manifestanti, che hanno sfidato la chiusura delle stazioni e hanno raggiunto l’India Gate e altri luoghi per unirsi alla protesta. Il 27 dicembre 2012 la manifestazione verso l’India Gate è stata fermata a una certa distanza dal luogo d’arrivo. Il nostro cammino è stato interrotto da un consistente dispiegamento di forze di polizia che ci ha dato il benvenuto bloccandoci alle barricate. Mi sono detta «Wow, non sapevo neppure che esistessero forze di polizia così imponenti per “proteggerci”».

Oggi, studenti e individui che reggevano cartelli e manifesti hanno camminato verso Jantar Mantar, e la gente si è unita per il lutto. Mentre alcuni portavano cartelli che invocavano la pena di morte, il sentimento generale era che la gente sia stanca di leggere report sulla violenza sessuale nel paese, e che qualcosa sia andato storto. Sì, qualcosa è andato storto nel modo in cui è avvenuta la socializzazione tra uomini e donne. Una morte come questa, ancora una volta, mostra che abbiamo fallito collettivamente come società nella capacità di garantire uguali diritti a donne e uomini, e soprattutto nel sostenere le donne come esseri umani, non come madri, sorelle, figlie.

Anche mentre il 2012 arriva alla fine e manifestiamo con slogan come «Mahilaye mange Azadi, Moral policing se Azaadi, Patriarchy se Azadi / le donne pretendono libertà, libertà dalla polizia morale, libertà dal patriarcato», gli attori dello Stato continuano a essere sordi.

Sordi, perché non lontano da Delhi una ragazza di 18 anni si è suicidata questa settimana per l’inerzia della polizia. Questa non soltanto ha steso il primo rapporto investigativo dopo 14 giorni, ma ha continuato a molestare la ragazza convocandola presso la stazione di polizia, di sera, per chiederle di raccontare l’incidente.

Come se questo non bastasse, il nostro rappresentante eletto del Bengala occidentale, Abhijeet Mukhergee, ha commentato le proteste a Delhi dicendo che si trattava di donne «vistose e imbellettate», e non di studentesse. Trattenetevi mentre leggete, c’è di più dal Bengala. Il leader del Partito comunista indiano-marxista, Anisur Rahman, ha ridicolizzato la donna primo ministro, e la decisione del governo guidato da Mamata Banerjee di concedere un risarcimento economico alle vittime di crimini come la violenza sessuale e la tratta. Ha affermato: «abbiamo detto a Mamata Banergee, nel corso dell’assemblea, se il governo pagherà per risarcire le vittime di stupro, qual è il tuo prezzo? Se tu venissi stuprata, quale sarebbe la multa da pagare?».

La lista dei modi in cui le donne vengono rese oggetto, mercificate e sottoposte a una vera e propria polizia morale è senza fine; e i politici reagiscono così alla violenza sessuale che attraversa tutti gli Stati indiani. Se questo non bastasse, abbiamo un altro rappresentante delle brigate della polizia morale che ha detto che le gonne dovrebbero essere bandite dalle scuole di Jaipur, «per ridurre le occasioni di scherno e molestia».

Così, la morte di una cittadina ignota di 23 anni, ancora una volta, porta con sé tutto questo…  la vera fotografia dell’«incredibile India».

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