martedì , 27 Ottobre 2020

Occupy Sandy

di FELICE MOMETTI

Occupy-Sandy-300x224Domenica mattina. Davanti alla chiesa episcopale di san Luca e Matteo a Brooklyn ci sono centinaia di biciclette. Sono quelle degli attivisti di Occupy Sandy, gli unici rimasti in campo a due settimane dall’uragano che ha devastato mezza New York. La campagna elettorale è finita, le troupe televisive se ne sono andate, è tornata l’energia elettrica  nel distretto finanziario di Manhattan quindi, di conseguenza, l’emergenza è finita. Non la pensano così le centinaia di migliaia di abitanti di Red Hook, Rockaway, Coney Island. Guarda caso tra le zone più colpite di New York dove i redditi sono più bassi. Infatti gli aiuti governativi hanno seguito altre strade, più mediatiche e redditizie dal punto di vista politico. La chiesa di Brooklyn è stata trasformata in un gigantesco magazzino di stoccaggio di generi alimentari durevoli, vestiario, gruppi elettrogeni, computer, materiale edile. Decine  e decine di auto, furgoni, piccoli camion arrivano carichi di aiuti che vengono scaricati e inventariati e subito dopo caricati su altrettante auto, furgoni e camion verso le destinazioni assegnate. All’ingresso c’è il punto di accoglienza dei volontari che si registrano e scelgono il gruppo – logistica, autisti, comunicazione, social network ecc. – di cui far parte. Molte le facce già viste lo scorso anno durante l’occupazione di Zuccotti Park. Non siamo qui a fare la carità e nemmeno della generica solidarietà, dicono. Probabilmente Occupy Sandy era la forma più naturale che poteva darsi  Occupy Wall Street nella difficile situazione che vivono molti abitanti di New York abbandonati dallo Stato, dal Governo e pure dal «nuovo» Presidente una volta rieletto. In questi ultimi mesi Occupy Wall Street è stato attraversato da dibattiti laceranti tanto da comprometterne la capacità di iniziativa. Non è stato in grado di trasformarsi, di superare la forma del grande contenitore. Si è frammentato in una miriade di gruppi che si occupano di sfratti e pignoramenti, di non pagare il Debito, di diritti LGBT, di sostegno ai picchetti di lavoratori che aprono vertenze con aziende e centri commerciali. E anche in gruppi distinti che si ritrovano per discutere come ricomporre un quadro unitario del movimento.

Occupy Sandy potrebbe essere una delle risposte alla crisi che attraversa il movimento a New York, dice Yotam, uno dei volti più noti di Zuccotti Park. Si sperimenta l’autorganizzazione non solo nella raccolta degli aiuti ma anche e soprattutto,  e qui sta la vera sfida, nella distribuzione. Questa non avviene in modo casuale, senza criterio. Si sono scelte le zone più popolari, si sono organizzati punti di distribuzione autogestiti, ci sono assemblee di quartiere e di caseggiato in collegamento con Occupy Sandy che raccolgono le richieste e stabiliscono le priorità. Una solidarietà che alimenta la soggettività sociale. Anche questo è una modo per continuare la lotta iniziata lo scorso anno. Noi non siamo la Croce Rossa e nemmeno la Fema, continua Yotam. La Federal Emergency Management Agency meriterebbe un capitolo a parte. Un’agenzia governativa di protezione civile che aveva dato una pessima prova di sé sette anni fa in occasione dell’uragano Katrina, che aveva devastato New Orleans,  che si è ripetuta in queste settimane. Il motivo è semplice. Il concetto di protezione civile si è man mano spostato verso quello di sicurezza nazionale dove uragani e terremoti sono equiparati al terrorismo internazionale e al contrasto della cosiddetta immigrazione clandestina. Per fare un esempio la Fema gestisce ora circa 800 campi per migranti irregolari. Gli equivalenti dei CIE italiani. In poche parole da struttura di pronto intervento in caso di disastri naturali è progressivamente diventata un’organizzazione paramilitare di contrasto al terrorismo ed alle migrazioni. Pensa, dice un altro attivista con un’ espressione tra il beffardo e l’arrabbiato, la Fema ci ha contattato per sapere di cosa avevano bisogno gli abitanti di Rockaway. Questo dice tutto. Prima di venir via dalla chiesa-magazzino chiediamo: «Ci sono notizie da parte dei sindacati?» Nessuna. «E dalle organizzazioni politiche della sinistra? Ancora meno».

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