domenica , 12 Luglio 2020
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Ore di lavoro potenzialmente infinite. Intervista a una maestra sull’insegnamento pandemico

Pubblichiamo l’intervista a Martina Manni, maestra precaria in una scuola elementare, che ci racconta come è mutata la sua condizione lavorativa e quella di numerose colleghe con lo scoppio della pandemia e l’introduzione della didattica a distanza (DAD). In assenza di infrastrutture pubbliche idonee, la DAD è stata in primo luogo scaricata sulle insegnanti, che hanno dovuto farsi carico con i propri mezzi della gestione emergenziale della didattica. Il diverso accesso agli strumenti informatici sia da parte delle insegnanti, sia da parte delle bambine e dei bambini, manifesta disuguaglianze che la DAD ha inevitabilmente rafforzato, facendo gravare sulle maestre e le madri, principalmente coinvolte nell’affiancamento dei figli e spesso impegnate a loro volta nello smartworking, l’impegno e la fatica di compensare queste situazioni. La didattica a distanza ha esteso indefinitamente il tempo di lavoro delle donne come insegnanti, come madri e come smart-workers, sia perché ha allungato la giornata lavorativa sia perché ha determinato la sovrapposizione tra lavoro produttivo e riproduttivo. Essa ha rinsaldato la divisione sessuale del lavoro, mentre il tempo variabile a disposizione delle famiglie rispecchia le differenze di reddito e tra i lavori svolti dai genitori, tanto più se il genitore è solo uno o, più spesso, una. Se è ormai certo che la DAD sarà parte integrante dell’insegnamento anche a emergenza superata, resta da vedere quali lotte saranno in grado di mettere in campo le lavoratrici della scuola, e tutte le donne coinvolte nelle trasformazioni che essa impone, per contrastare l’imposizione coatta di questa messa al lavoro senza fine.

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Che lavoro svolgi e in quale contesto?

Sono un’insegnante assunta tramite MAD (Messa A Disposizione), l’ultima ruota del lungo carro delle assunzioni precarie, con un contratto annuale che scadrà a giugno. Ho conseguito la laurea quinquennale in Scienze della Formazione Primaria lo scorso settembre e ho cominciato a lavorare dopo tre settimane in una scuola primaria statale situata in un quartiere, per così dire, della «Milano bene»; tutti i bambini e le bambine della mia classe sono di estrazione sociale medio-alta, ad eccezione di un bambino che ha una situazione familiare molto diversa rispetto al resto del gruppo. Io insegno otto materie: troppe per riuscire a gestirle tutte come vorrei.

Normalmente a quanto ammontano le ore settimanali di lavoro e che differenze hai riscontrato con l’introduzione della didattica a distanza (DAD) imposta durante la pandemia?

Quando lavoravo nella scuola in presenza, conoscevo il monte ore da svolgere in classe con i bambini e le bambine (22 ore), le ore di programmazione (2), quelle di attività collegiali. Oltre a queste ore in presenza, conoscevo anche indicativamente le ore di lavoro da svolgere a casa, per la ricerca e l’autoformazione, per riflettere sull’andamento della classe e per progettare di conseguenza le attività educativo-didattiche o per correggere gli elaborati. Queste ore non erano contrattualmente stabilite in maniera precisa, ma comunque avevo scadenze e tempistiche definite: banalmente, volevo che certe attività fossero pronte per un determinato giorno. Come tutte le docenti, ho sempre lavorato anche da casa. Indicativamente lavoravo 40 ore a settimana. Adesso, per me come per tutte le altre docenti, è cambiato tutto, le ore lavorative sono letteralmente duplicate e le trascorriamo esclusivamente davanti al pc, spendendo una quantità enorme di tempo e di energia mentale. Personalmente, finisco tardissimo di lavorare, e così molte colleghe con le quali mi sono confrontata. Ogni giorno ricevo e faccio chiamate, discuto, mi confronto e spero che le altre condividano idee con me, faccio ricerca, progetto, preparo, correggo. Arrivo a pranzo e mi sento sempre in ritardo su quello che dovrei fare, mi costringo a mangiare in fretta per rimettermi al più presto davanti al computer. Le mie giornate le definirei alienanti, le ore lavorative sono potenzialmente infinite. Nel corso delle mie giornate, aggiorno continuamente il registro elettronico perché tutto deve essere documentato. La nostra dirigente ha permesso l’avvio di incontri insegnanti-bambini via video dopo quasi due mesi dall’inizio del lockdown. La piattaforma era già decisa (Zoom), così come le modalità: lezioni a classe intera sui soli «argomenti affrontati sul registro elettronico», non è possibile introdurne di differenti. Fare lezione in questo modo è un delirio e questa imposizione è cambiata in seguito alle critiche di diverse insegnanti. All’inizio, ogni docente faceva lezione una volta a settimana ma da due settimane gli «incontri» sono due. La mia classe è stata suddivisa a metà, per un totale di quattro lezioni settimanali. Questi meeting dovrebbero durare un’oretta, ma i miei ultimi incontri sono durati due ore. Già ora, comunque, vediamo i bambini e le bambine più spesso, a volte quasi ogni giorno, a causa del demenziale obbligo di mettere i voti finali, malgrado la situazione. Specifico che «stare» con la classe su Zoom è completamente diverso dallo starci a scuola: questi incontri online richiedono uno stato di tensione continua, poiché dobbiamo gestire tantissime cose contemporaneamente, e si concludono sempre, ineluttabilmente, con il mal di testa. Io credo che noi insegnanti dovremmo riconoscere e prendere coscienza che quello che stiamo svolgendo è un tipo nuovo di lavoro.

Com’è cambiato il carico di lavoro e quali sono i principali problemi riscontrati?

Naturalmente, il carico lavorativo è molto diverso rispetto a prima. Visionare ogni giorno una trentina di mail facendo le correzioni sui documenti Word o su Paint con il mouse è un’attività che richiede molto tempo e concentrazione. È un lavoro stressante soprattutto se, come me, possiedi un computer fatiscente. I problemi sono principalmente tre: la qualità della didattica, i mezzi tecnologici a disposizione e, conseguentemente, le ripercussioni sulla salute. Creare video con un pc come il mio, per esempio, non è facile, anche se all’inizio ne ero entusiasta: pensavo che non sarebbe stato troppo complicato per chi ha un po’ di dimestichezza con la tecnologia. Il problema è che non sono in grado, sebbene ci abbia riflettuto a lungo, di trovare soluzioni efficaci per semplificarmi il lavoro. Il decreto 22 dell’8 aprile precisa che il personale docente «assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione», scaricando quindi tutti gli oneri sulle lavoratrici. Molte mie colleghe hanno tablet e pennino o una tavoletta grafica. Mi dicono: ‘ma guarda che trovi delle tavolette buone a massimo 60 euro’. Ma io non voglio spenderli. Altra considerazione che mi è stata fatta è che dalla mia webcam si vede male e l’audio del computer è scadente. Vedo insegnanti che fanno video meravigliosi con sfondi di case fantastiche e con materiali impensabili. Io mi sono trasferita in una nuova casa tre settimane prima della chiusura delle scuole e qui non ho praticamente nulla se non il minimo necessario, inoltre la mia connessione internet funziona malissimo. Sono problemi che condivido con molte altre precarie: anche se abbiamo gli stessi doveri delle insegnanti di ruolo, siamo escluse dal bonus docenti di 500 euro. Tutto ciò è amareggiante perché so che se fossi stata a scuola avrei avuto molti più materiali per la didattica. Dagli scambi che ho avuto con altre docenti, mi sono resa conto di come la maggior parte delle mie difficoltà siano comuni a molte di loro. Se l’inadeguatezza dei mezzi tecnologici non è sentita da tutte, il problema più condiviso è la gestione del lavoro in generale. Passiamo le nostre intere giornate, chi più e chi meno, davanti al computer, ma ci ritroviamo sempre con tante cose non fatte, come ad esempio valanghe di compiti da correggere: in poche parole, o lavori troppo o lavori male! Inoltre, abbiamo dovuto rivedere il nostro modo di lavorare, che prima si basava anche e specialmente sulla relazione diretta, soprattutto perché abbiamo a che fare con bambini e bambine. Questo della mancanza del rapporto umano, dell’affetto, dell’abbraccio, del sorriso è un problema che noi maestre stiamo percependo molto, ed è difficile capire come mantenere questa connessione emotiva a distanza. Insegnare non è depositare in banca nozioni, e la complessità della relazione tra me e la classe non può in nessun modo essere compensata in maniera virtuale da un rapporto che fondamentalmente è unidirezionale.

In questo momento sono emerse limpidissime le disparità presenti tra alunni, tra insegnanti e tra insegnanti e alunni. C’è un divario enorme nella possibilità che le persone hanno di accedere alle risorse e questo non permette a bambine e bambini di «fare scuola a casa» allo stesso modo. Molte famiglie non hanno la connessione a internet, o non hanno più di un computer in casa; magari ne hanno due ma hanno quattro figli, e spesso anche i genitori devono fare smart-working. Lungi da me considerare la classe come luogo neutro e che elimina le differenze, ma ora è molto peggio e spero che tutte e tutti ci renderemo conto, alla fine di questa situazione, di quanto le differenze possano provocare discriminazioni. Nella mia situazione, che è una situazione fortunata perché tutti i miei alunni dispongono di pc e connessione, emerge comunque il problema dei bambini e delle bambine che sono seguiti dai genitori e quelli che non lo sono.

Quali considerazioni faresti in merito alla salute?

In questa situazione, mi chiedo che tutele io abbia in materia di sicurezza sul lavoro, non essendo sul mio posto di lavoro e utilizzando i miei personali dispositivi. All’inizio, correggevo le immagini che mi arrivavano scrivendoci sopra con il touchpad del computer, non avendo nient’altro a disposizione. Dopo un mese e mezzo mi sono comprata un mouse, perché avevo (e ho tutt’ora) forti dolori al polso destro, a causa dell’inverosimile modalità di correzione. Lo trovo ingiusto, perché se in futuro dovessi avere qualche tipo di problema articolare, per esempio, sarebbe soltanto un problema mio, avvenuto in casa mia e a causa di dispositivi miei: la responsabilità e gli oneri sarebbero solo miei. In aggiunta a questo, io soffro anche di cefalee, e stare davanti a uno schermo da mattina a sera diciamo che non è proprio un’occupazione consigliata.

Prima hai parlato del ruolo svolto in diversa misura dai genitori. Qual è il tuo rapporto con loro e fra loro e l’attività didattica?

Per fare un esempio, tre bambini della mia classe – che non hanno alcun tipo di difficoltà nell’apprendimento scolastico – hanno aperto un indirizzo e-mail personale per autogestirsi nella comunicazione, dal momento che i genitori non hanno tempo di seguirli. Ebbene, con loro abbiamo grandi difficoltà a comunicare, perché non hanno familiarità con l’uso della posta elettronica e quasi sempre non leggono le nostre mail. L’uso di internet e del mezzo informatico è infatti quasi sempre, anche in minima parte, mediato dall’adulto. In particolare, nel processo di comunicazione con la classe e con le insegnanti, bambini e bambine si ritrovano a essere dipendenti dai genitori, o meglio dalle madri (dire genitori non è esatto). Questa condizione è discriminante per quei soggetti che non possono essere seguiti a casa, o non possono esserlo come necessiterebbero. Io e la mia collega abbiamo aperto un indirizzo e-mail condiviso per scambiarci i materiali con la classe. A eccezione di quei tre bambini, tutti gli altri componenti del gruppo utilizzano le mail delle madri. Alcune volte sono i bambini e le bambine a scriverci da quegli indirizzi, ma la maggior parte delle volte sono le madri stesse. Quello che ho notato è che dall’inizio di questa situazione io non ho mai ricevuto una mail da un padre. Magari, a casa, alunni e alunne sono sostenute anche dai padri, questo io non lo so; quello che so è che a gestire la comunicazione sono esclusivamente le donne. La DAD ha fatto emergere in maniera lampante questa divisione dei ruoli, come se l’insegnamento e la comunicazione con le insegnanti (anch’esse rigorosamente donne) fossero doveri propri delle madri.

Com’è cambiato il rapporto tra tempo libero e lavorativo con l’introduzione della DAD?

Questa situazione ha fatto sì che non ci sia più divisione tra tempo del lavoro e tempo del non lavoro. Il lavoro è sempre con te, si fa fatica a distaccarsene. Già prima dedicavo parecchio tempo alla scuola, perché sono appassionata a ciò che faccio, mi piace, mi diverte. Avevo però del tempo vuoto, o del tempo che dedicavo ad altro. Ora, stando sempre a casa, si è creata una malsana commistione tra lavoro e gestione della casa e tempo personale; è come se mi fossi ripiegata totalmente sull’insegnamento. La testa fa ancora più fatica di prima a staccarsi dal pensiero della scuola e sembra di esserne immerse tutto il giorno, anche secondo altre colleghe. Ad un certo punto, o riesci ad autoimporti in maniera ferrea di staccare del tutto o potenzialmente potresti continuare all’infinito, perché la mole di lavoro pare inesauribile. Al momento, il mio tempo libero è pochissimo, se per tempo libero intendiamo un tempo in cui non si pensa ad attività legate alla scuola. Razionalmente so bene che il mio lavoro può piacermi quanto mi pare, ma che non può venire prima di tutto il resto e che dovrei salvaguardare il tempo dedicato a me. Lo stesso mi dicono altre colleghe, che magari hanno anche parenti anziani dei quali prendersi cura o figli. Per fare un esempio, la dirigenza scolastica ha organizzato dei corsi a partecipazione formalmente volontaria ma sostanzialmente obbligatoria che, pur non essendo ogni settimana, vengono svolti sempre di sabato: due di questi incontri saranno dalle 8:30 alle 10:30 e dalle 13:30 alle 15:30. Tanto, anche se è sabato, siamo tutte a casa, no?

Durante la pandemia, il governo ha rilasciato diverse dichiarazioni celebrando gli sforzi delle insegnanti per garantire la continuità didattica. Che cosa ne pensi?

Il lavoro di insegnante di scuola primaria viene spesso considerato, nell’opinione pubblica, come un impiego semplice da praticare, come se le maestre fossero «mammine che devono solo prendersi cura di docili esserini in crescita». Anche per questa considerazione collettiva il mestiere della maestra elementare è sempre stato svalutato in termini salariali, anche rispetto ad altre categorie di insegnanti. Ora rimango esterrefatta, oltre che infastidita, di fronte agli elogi della ministra Azzolina al nostro operato e alla nostra dedizione. La ministra ha voluto rincuorare l’Italia facendo sapere, in televisione, che «i dati che ci sono stati restituiti dai Dirigenti Scolastici, che ringrazio, sono confortanti. […] Il personale scolastico, mosso da un orgoglio enorme, si è messo a lavorare più che poteva e va ringraziato per questo». Ecco, vorrei dire alla ministra che l’ultimo sentimento che provo in questo momento è l’orgoglio.

Io e altre colleghe, precarie e di ruolo, vogliamo un maggiore riconoscimento dell’enorme responsabilità che abbiamo nei confronti di bambine e bambini e del tantissimo tempo che dedichiamo alla scuola fuori dal nostro monte ore, non solo in questa situazione di pandemia. Ad esempio, ci calcolano due ore di programmazione settimanale, ma in realtà sono molte di più e vorremmo venissero tenute in considerazione. A differenza di altri posti di lavoro, noi non abbiamo gli straordinari: li facciamo però quotidianamente, svolgendo molte più ore di quelle per le quali siamo pagate. Un problema a questo proposito è l’opinione pubblica, poiché la maggior parte delle persone pensa che una volta uscite dall’aula noi abbiamo finito di lavorare, ma non è per nulla così. In questi giorni mi sembra addirittura che questa convinzione sia andata peggiorando: quanto ci vorrà mai a fare poche ore di lezione online e assegnare compiti? Io e altre maestre vogliamo che questa professione venga riconosciuta nella sua importanza, nel suo valore, nelle sue responsabilità, nel suo reale carico lavorativo e nel suo effettivo monte ore, non solo a parole e non solo in questa situazione emergenziale. È giusto che io debba svolgere tutto questo lavoro extra, ricevendo in cambio solo i ringraziamenti della ministra alla mia categoria?

Credi che questa forma lavorativa o alcune delle novità con essa introdotte saranno mantenute al termine dell’emergenza?

Proprio perché si continua ad affermare che la DAD sta «funzionando alla grande», il Ministero ha già proposto di ripartire così dal prossimo settembre. Molte di noi ormai pensano che la didattica a distanza non sarà solo uno strumento utilizzabile in questo stadio emergenziale, ma che dall’emergenza si voglia far nascere la regola. Ad esempio, la nostra dirigente ha deciso di far partire a fine aprile un corso per tutte le docenti. La formazione riguarda l’uso didattico della piattaforma Google Suite e l’ultimo incontro è previsto per il 6 giugno, a scuola terminata. Il che fa intuire che la formazione sia stata organizzata in prospettiva di un futuro utilizzo della piattaforma e della didattica a distanza.

 

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