mercoledì , 23 agosto 2017
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Il reddito della povertà

Il Partito Democratico assieme a Sinistra Ecologia e Libertà, che sempre assieme pretendono di comporre la faccia della sinistra in Emilia Romagna, ha lanciato la sua lotta alla povertà, sintetizzandola in un hashtag al passo coi tempi. #Lottapovertà si traduce in RES, cioè Reddito di Solidarietà, che si affianca al Sostegno di Inclusione Attiva (SIA) con il quale il governo di centro-sinistra ha esteso la celebre concessione degli 80 € in busta paga a quanti una busta paga non ce l’hanno, o che hanno un salario al di sotto della soglia di povertà. Dopo avere definito il reddito di cittadinanza una misura «incostituzionale» e «assistenzialista», Renzi ha sinistramente optato per un governo della povertà che, in nome dell’«inclusione attiva», mira a produrre una forza lavoro stabilmente agganciata alla soglia minima della sopravvivenza e, proprio per questo, altamente disponibile. Come rivendicano gli estensori della proposta di legge regionale, il RES introduce però una novità: diversamente dal SIA, esso ha un’ambizione «universalistica». Si tratta allora di capire che cosa c’è dietro a questo universalismo e quali margini offre a precarie, operai e migranti per sottrarsi al regime del salario e alla loro condizione di ordinario sfruttamento.

Il RES riprende gli stessi criteri del SIA con pochi cambiamenti, che tuttavia sono spacciati come la chiave di volta per la sua universalizzazione. Al Sostegno di inclusione attiva nazionale possono accedere i cittadini italiani, comunitari o extracomunitari con un permesso di soggiorno di lungo periodo e residenti in Italia da almeno 24 mesi. Il sussidio è erogato tramite una «carta acquisti» sulla base di requisiti come la presenza di almeno un figlio minore o disabile e di una donna incinta, un reddito annuo inferiore a 3000 € e la fruizione di trattamenti assistenziali o previdenziali. Nessun membro del nucleo familiare, infine, deve percepire NASpI o ASDI, ovvero i nuovi sussidi di disoccupazione. Diversamente dal SIA, il RES non esclude chi è in possesso di beni durevoli, come auto di grossa cilindrata di recente immatricolazione, e neppure formula delle graduatorie a punti per accedere al sostegno. Soprattutto, esso si rivolge anche a nuclei familiari «unipersonali», realizzando in questo modo il miracolo di un ‘welfare’ che continua a essere su base familiare anche quando a essere coinvolto è soltanto un individuo.

È intanto evidente che quello del RES è un universalismo dalla pelle bianca: a essere esclusi sin dal principio sono tanto i migranti arrivati negli ultimi due anni – sottoposti a un diverso regime di governo e di «coazione al lavoro volontario» –, quanto quelli che, pur risiedendo in Italia da ben più di 24 mesi, non hanno un reddito sufficiente a garantirsi un soggiorno di lungo periodo e devono quindi accontentarsi di un permesso temporaneo e precario. In altri termini, coloro che – per le loro condizioni di reddito – potrebbero richiedere di beneficiare del RES in realtà non possono farlo perché non hanno un permesso di soggiorno di lungo periodo il quale, d’altra parte, sempre più spesso è ritirato proprio perché i migranti non raggiungono il reddito sufficiente a mantenerlo. Per i migranti il RES è una sorta di comma 22 del reddito. Fatto salvo il razzismo istituzionale di cui è espressione, il RES effettivamente allarga la platea dei potenziali beneficiari, stabilendo in ultima istanza come criterio di selezione soltanto quello della più nera indigenza. In questo modo, esso evita uno dei più sinistri effetti del SIA, ovvero quello di trattare la disabilità o la maternità come condizioni di estrema necessità e disagio, cui non sono destinate prestazioni sociali generalmente accessibili ma solo un intervento straordinario. Al di là dell’estensione dei possibili beneficiari, tuttavia, il RES come il SIA è l’altra faccia dello smantellamento del welfare. Esso è una misura universale solo perché stabilisce un’uguaglianza nella miseria e nel bisogno incastrando i poveri in una posizione di minorità sociale, obbligandoli cioè a una soggettività che è docile, proprio perché è ‘misera’, in grado cioè di rivendicare solo misure di risposta al bisogno.

Proprio per questo quella minorità è immediatamente una subordinazione politica: la condizione dirimente per ottenere tanto il SIA quanto il RES rimane infatti la sottoscrizione di un «patto» con il quale ciascun beneficiario si impegna a cercare attivamente un lavoro, a mandare i figli minori a scuola, a curare la propria salute e praticare la prevenzione, a prendersi cura del proprio alloggio. Al costo di soli 80 € per ciascun «beneficiato», tramite i servizi sociali lo Stato e le istituzioni regionali definiscono le condizioni politiche per la messa al lavoro coatta di uno specifico segmento del lavoro vivo. Come già accaduto ai migranti, ora questi poveri devono pagare il prezzo della propria «inclusione attiva» attraverso un lavoro che, ben lungi dall’emanciparli universalmente dalla loro condizione, come raccontano gli illuminati estensori della proposta, li obbliga a contrarre un debito pressoché inestinguibile di deferenza e di subordinazione.

È allora evidente che il RES – al pari di altre misure promosse a livello regionale, come in Friuli Venezia Giulia – è parte integrante del regime del salario, che presuppone e rafforza. Il «patto» che questi lavoratori indigenti sono obbligati a stipulare con le istituzioni li vincola ad accettare qualunque lavoro o a partecipare a specifici piani formativi (come tirocini gratuiti) per intascare la loro quota mensile di inclusione e solidarietà. Questi indigenti sarebbero altrimenti poveri improduttivi, diversi dai lavoratori poveri che comunque un salario già ce l’hanno, e sembra che sia arrivato il momento per lucrare anche sulla loro condizione. La loro solidarietà obbligatoria, infatti, apre le porte a forme di «volontariato» o «attività socialmente utili» che, mentre suppliscono a un insieme di servizi non più sovvenzionato dalla spesa pubblica, impongono forzatamente le condizioni attraverso le quali ripagare il debito individuale per la sopravvivenza. Davvero per una miseria, con calcolo sinistro che sfrutta la miseria, si potranno tenere aperti musei, custodire edifici, pulire e mantenere strade, insomma, si potrà fare tutto ciò che viene di norma trascurato per lasciar spazio al solo profitto. In questo modo, le istituzioni divengono sempre più chiaramente funzioni dell’organizzazione neoliberale del lavoro.

Come avviene con il compte personnel de activité previsto dalla loi travail francese, e al di là del loro tributo alla famiglia come unico legittimo ambito di riferimento dell’ordinamento sociale, misure come il RES si stanno affermando a livello europeo e sanciscono definitivamente la rottura del nesso tra lavoro e diritti trasformando la possibilità di accesso alle prestazioni sociali in un’impresa individuale, come individuale dev’essere il «patto» di inclusione che le sostiene. Quando si tratta di lavorare le famiglie scompaiono e ognuno deve garantire la propria individuale disponibilità allo sfruttamento. D’altra parte, la proliferazione di sperimentazioni «amministrative» di misure di reddito pone dei problemi seri anche a chi in questi anni ha usato la rivendicazione di un reddito incondizionato per immaginare forme di sottrazione alla coazione del salario. La produzione di gerarchie per via amministrativa che lo Stato mette in atto nel momento in cui diventa erogatore di «potenziali» prestazioni sociali in forma monetaria rischia di costringere anche le posizioni più radicali sul medesimo piano politico delle istituzioni: più che mettere in discussione – o tantomeno sovvertire – la condizione di povertà, ai movimenti non resta che forzare i confini di un universalismo costruito a misura del regime del salario. Per questo, l’esigenza di formulare rivendicazioni «universali» deve essere articolata in termini di potere e su una scala transnazionale. La sola rivendicazione di un reddito di cittadinanza rischia di essere costantemente neutralizzata dai meccanismi amministrativi che governano il welfare, così come rischia di essere completamente svuotata dalle condizioni presenti del regime del salario. Per questo il Transnational Social Strike rivendica un salario minimo, un welfare e di un permesso di soggiorno valevoli sul piano europeo per spezzare il circuito di impoverimento e di coazione del lavoro che si produce all’intreccio tra salario, reddito e mobilità. Queste rivendicazioni possono essere universali nella misura in cui sono di parte, ovvero perché aggrediscono le condizioni politiche dello sfruttamento dando espressione al rifiuto della povertà espresso da precarie, operai e migranti in ogni parte d’Europa.

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