martedì , 18 Giugno 2019
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Roma, Atene, Francoforte. L’insubordinazione di un continente

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Roma, Atene e Francoforte sono per noi parte di un unico problema. I tre processi che le collegano sono evidentemente di differente intensità e portata, eppure le intersezioni sono evidenti. I termini del problema sono chiari. La soluzione è difficile, nonostante si presentino finalmente e concretamente elementi di una possibile controegemonia in Europa. Roma ha ospitato il secondo Strike Meeting, con lo scopo ambizioso di produrre un processo organizzativo in grado di stabilire delle connessioni non occasionali tra tutte le realtà che il 14 novembre hanno mostrato la possibilità di uno sciopero politico. Precarie, operaie e migranti senza alcuna mediazione istituzionale hanno dimostrato che lo sciopero è tuttora qualcosa di diverso da uno strumento puramente rappresentativo. Atene è in questo momento il nome dell’Europa, il nome che noi vogliamo imprimere a un terreno di scontro sul quale intendiamo lottare contro l’austerity non solo per rimediare alle miserie del passato, all’oppressione di anni di impoverimento sistematico, ma soprattutto per stabilire le coordinate presenti e future dell’Europa. Francoforte è il punto di arrivo di un lungo percorso di lotta dentro e contro l’Europa dell’austerity e della finanza e, allo stesso tempo, il luogo di un esperimento che può segnare l’inizio di un processo nuovo e diverso.

Questi tre processi sono i termini del nostro problema, grazie ai differenti piani d’azione che pretendono. La sola prospettiva che ci interessa è quella di spingerli contemporaneamente in avanti, fino a farli diventare un unico processo. Il solo programma che ci interessa è quello che punta a portare le lotte contro il debito, contro l’impoverimento, contro lo sfruttamento del lavoro nel cuore dell’Europa, sfidandola nella sua attuale costituzione materiale. La sola soluzione che ci interessa è quella che coglie l’occasione dell’Europa per affrontare i propri problemi territoriali e particolari. E qui cominciano le difficoltà.

Roma

Il titolo del report dello Strike Meeting di febbraio dichiara un’ambizione nella quale ci riconosciamo pienamente: conquistare l’organizzazione. Che per ora si tratti più di un progetto che di un processo reale non diminuisce la rilevanza della sfida. Il contenuto e le forme sono ancora incerti rispetto alle possibilità di questa conquista e quindi anche rispetto a ciò che si dovrebbe conquistare. Ci sono però alcune campagne di indiscutibile importanza politica a ridosso delle quali il progetto organizzativo potrebbe prendere forma. La richiesta di un salario minimo orario di 15 euro, a partire dai lavoratori delle cooperative sociali, la rivendicazione di un fisco equo perché finalmente libero dal privilegio neoliberale che si è consolidato nel tempo, la pretesa di un permesso di soggiorno minimo di due anni indipendente da lavoro e reddito per i migranti sono il modo di rendere praticabili le parole d’ordine che abbiamo portato in piazza a novembre: salario minimo, reddito e welfare europei. Esse indicano una direzione autonoma delle lotte dando volti specifici alla precarietà. Questi tre specifici segmenti del lavoro – lavoratori a basso salario, lavoratori autonomi o parasubordinati, migranti – possono orientare tutte le lotte. Senza evidentemente esaurire lo spettro della precarietà, essi possono indicare una direzione delle lotte nel momento in cui il Jobs Act si sta incaricando di cancellare definitivamente la distinzione tra garantiti e non garantiti. Già ci sono migliaia di licenziamenti, e molti di più ce ne saranno, da parte di imprenditori che vogliono godere del nuovo regime del salario con le possibilità che offre di abbassare il costo del lavoro e aumentare il suo sfruttamento complessivo. Non si tratta quindi più di «organizzare l’inorganizzabile», non si tratta nemmeno di appropriarsi di uno spazio ignorato sistematicamente dai sindacati confederali. Si tratta di rivolgersi finalmente a tutti i lavoratori e le lavoratrici sapendo che stiamo indicando un terreno di lotta che li riguarderà tutti tanto nel settore pubblico quanto in quello privato. Contemporaneamente, si tratta di affermare che le lotte per la casa, i servizi e per le infrastrutture sociali hanno bisogno di connettersi con questo piano se vogliono avere la forza necessaria per affermare un modello differente.

Questa situazione mostra un’evidente sproporzione tra quello che abbiamo e quello ci manca. L’ambizione di realizzare un processo organizzativo che non risulti dalla semplice sommatoria dell’esistente e l’esigenza di riconoscere nell’esistente differenze specifiche che non possono essere magicamente annullate non significa obbligarsi allo stallo e neppure alla cautela delle continue mediazioni. Significa piuttosto dimostrare il coraggio e la lucidità per compiere un salto che ci permetta di essere all’altezza della nostra scommessa. C’è evidentemente un problema di «sindacalizzazione diffusa e di massa», ma probabilmente essa non deve risolversi nell’organizzazione delle vertenze, ma puntare immediatamente alla costruzione di un quadro comune. Non si tratta di supplire a un sindacato inesistente, ma di andare oltre la mera rivendicazione sindacale, sapendo che in questa fase essa è indispensabile. Abbiamo scritto altre volte che il sindacato è per i lavoratori una tattica fondamentale di conflitto. Si tratta però di una tattica che non esaurisce la sfida dell’organizzazione. Proprio per questo essa può essere un rilevante punto di passaggio, ma non una risposta complessiva alla nostra ambizione organizzativa per connettere le diverse situazioni. Con tutte le evidenti difficoltà di diffusione e di partecipazione, i laboratori per lo sciopero sociale potrebbero essere i luoghi dove questa sfida viene raccolta. Lo possono essere se si fanno carico di portare avanti un piano generale, evitando che ogni ipotesi organizzativa sia sottoposta a vincoli locali, venga subordinata a vecchi equilibri tra aree di movimento e sindacali, o si risolva nel costruire in continuazione mediazioni tra le moltissime e legittime vertenze che in ogni luogo si stanno portando avanti. Si tratta probabilmente di andare oltre la divisione del lavoro tra vertenze sindacali e lotte politiche, in modo da impedire che le prime si ripieghino su se stesse, venendo catturate dalle condizioni a cui devono dare risposta. Se, come dimostrano gli ultimi anni, nessuna vertenza e nessuna campagna è stata davvero in grado di generalizzarsi, dovremmo cercare di ripensare radicalmente quella che un rivoluzionario russo del secolo scorso chiamava la «coppia partito-sindacato», sapendo che, come molte altre, è una coppia in crisi per colpa di entrambi i partner. Prendere semplicemente parte per uno dei due, pensando in questo modo di superare i limiti dell’altro, non risolve la questione.

Molti di questi ragionamenti li abbiamo già condivisi nei due atti dello Strike Meeting. Nel momento in cui lo sciopero sociale comincia però a suscitare più di qualche interesse nel resto d’Europa, non è proponibile riflettere su ipotesi organizzative completamente legate all’esperienza italiana. Dobbiamo sapere che le nostre ambizioni devono attraversare l’Europa.

Atene

Atene è il nome che noi in questo momento vogliamo dare all’Europa, perché la lotta contro il regime dell’austerità ci obbliga a ripensare il rapporto tra movimenti e istituzioni. Atene impone un’apertura di fase nella quale la lotta contro la precarietà non è puramente difensiva. Non si tratta più di difendere spazi, ma c’è la possibilità concreta di aprire spazi e di organizzare tempi che sfuggono completamente alla logica della finanziarizzazione della società. Con Atene si è aperto uno scontro di potere che è qualcosa di diverso dalla resistenza. Comprenderne la portata è ancora più importante oggi che, passato l’entusiasmo o la paura del primo momento, tornano a galla vecchi discorsi e si preparano antiche rivincite. Da giorni e forse per molto tempo ancora assistiamo e assisteremo a continui tentativi di cancellare le misure sociali promesse dal governo di SYRIZA. Ciò che sembra essere stato concesso viene subito cancellato. D’altronde la lotta per il potere non si risolve in una scaramuccia e nemmeno sono possibili battaglie campali. Sono perciò ancora più distanti le posizioni di coloro che vorrebbero esibire una forza che non c’è, pretendendo che lo Stato nazionale faccia quello che non può più fare. La situazione greca non ha e non può avere quella dimensione solo nazionale a cui il regime neoliberale europeo vorrebbe relegarla. E lo stesso vale per l’eventuale vittoria di Podemos. In entrambi i casi siamo di fronte all’evidenza che l’Europa è il terreno minimo di lotta. Alcuni fanno fatica a capire ciò che le istituzioni finanziarie e politiche europee capiscono e temono: tanto Atene quanto Madrid sono parte di un conflitto che coinvolge tutta l’Europa. L’aporia greca crea una tensione che mostra l’azione violenta di rapporti di forza che investono finalmente le istituzioni e non solo le esistenze di milioni di persone. Anche un’espressione come deficit democratico, a lungo usata in modo neutro per indicare i limiti istituzionali dell’UE, oggi fa paura perché indica direttamente lo scarto tra le scelte politiche compiute in questi anni e la possibilità di una loro radicale messa in discussione. Dentro questo campo politico non si tratta di vincere tutto e subito, così come non si tratta semplicemente di mettersi in fila per votare. Non ci appassionano i tentativi di imitazione di chi si tiene altrimenti a prudente distanza dai movimenti, di chi pensa di trovare la rivincita per le sue sconfitte. Ma ci pare altrettanto sconcertante chi non vuole in nessun caso assumersi il rischio politico di mettere in gioco esperienze e pratiche dentro a uno scenario in movimento. Guardare ad Atene significa applicare anche al rapporto tra movimenti e istituzioni l’ambizione che ci vuole far conquistare un’organizzazione che non può essere solo un agire regolato ma neanche il suo opposto, una magmatica sfera pubblica più o meno radicale sempre in procinto, anche suo malgrado, di essere rappresentata più o meno fedelmente: di fronte abbiamo la possibilità di una tumultuosa rottura delle regole e dei confini.

Francoforte

Anche per questo, il passaggio di Francoforte del prossimo 18 e 19 marzo non è solo un’altra scadenza, un’occasione di visibilità, che ci permette di uscire almeno temporaneamente dalla difficoltà di conquistare la nostra organizzazione. Almeno a partire dall’assemblea lanciata da Blockupy a Bruxelles a settembre, stiamo cercando di portare in Europa le parole d’ordine del salario minimo, del permesso di soggiorno minimo, del reddito e del welfare europei emerse dallo Strike meeting, e di rilanciare lo sciopero sociale transnazionale come prospettiva capace di rovesciare i rapporti di forza che tengono in scacco milioni di precarie, operai, migranti. La nostra proposta si è però trovata di fronte le possibilità e i limiti di una specifica forma organizzativa, quella della coalizione: la necessità di tenere insieme anime diverse ha creato contemporaneamente le basi per l’unico spazio politico di movimento realmente transnazionale oggi esistente in Europa e i limiti alla sua capacità di produrre un’iniziativa politica autonoma, di stabilire un percorso politico prioritario sul quale spingere le energie delle sue singole parti, senza il timore di perderle. Non è un caso che il processo organizzativo si sia focalizzato in questi anni sul blocco dell’inaugurazione della nuova sede della BCE: un obiettivo altamente simbolico, ma anche sufficientemente «vuoto» da poter essere riempito da ciascuno dei significati più diversi. L’esito delle elezioni greche del 25 gennaio ha però cambiato decisamente questo scenario: ci permette di fare del grattacielo della BCE non più semplicemente un simbolo dell’illegittimità democratica delle politiche di austerity, ma la controparte di una politica dei governati che pretende di declinare il problema della democrazia europea a partire dalla lotta di classe. Per questo, al di là dell’evento del 18 marzo, da tempo atteso e preparato, la conquista dell’organizzazione passa per il 19, quando si incontreranno non soltanto attivisti provenienti da tutta Europa, ma anche quei lavoratori che fanno ogni giorno esperienza delle catene transnazionali dello sfruttamento e che hanno mostrato, con le loro lotte, la necessità di accumulare forza contro l’oppressione quotidiana dell’austerity e contro la precarietà che essa ha imposto a milioni di uomini e donne come presente insuperabile. Non solo: durante i lavori della giornata s’incontreranno le protagoniste e i protagonisti delle lotte – nel settore del tessile, della logistica – che negli ultimi anni hanno mostrato praticamente la portata globale delle produzioni europee e le opportunità di organizzazione contro di esse. Francoforte sarà soprattutto un segnale lanciato all’Europa, indicherà la possibilità dell’insubordinazione di un continente che volevano ormai sottomesso al dominio finanziario del capitale.

Francoforte per noi sarà l’incrocio di strade che partono da Roma, Atene e Madrid e che lì ci riporteranno. Ci interessa l’estensione europea del Social Strike, perché ci interessa la possibilità di portare l’Europa in Italia. È questo che può forse consentirci di ricominciare a parlare di sciopero – una parola paradossalmente assente dal Secondo Strike Meeting – non come un feticcio, ma come una possibilità organizzativa concreta per la quotidiana insubordinazione – ora isolata e frammentata – del lavoro. Portare l’Europa in Italia può consentirci di aprire e attraversare una comunicazione politica precaria che abbia la pretesa di essere qualcosa di più della semplice contestazione e opposizione alle misure di governo o ai vecchi e ai nuovi fascismi, qualcosa di più dell’illusoria pretesa di riprodurre quello che è accaduto in Grecia e potrebbe accadere in Spagna stabilendo una qualche alleanza con un ceto politico residuale o con qualche piccolo partito più o meno esistente. Anche quando si parla di coalizioni è bene prima di tutto guardare dentro la scatola nera, sapendo che l’aggettivo sociale non è garanzia di nulla. Non è l’opposizione a un avversario che garantisce la vittoria, ma la capacità di produrre un’iniziativa autonoma che sottragga a quell’avversario la centralità che pretende ed esercita. Ciò vale tanto in Italia quanto in Europa. Portare l’Europa in Italia significa allora avere il coraggio di stabilire delle priorità politiche e dei punti di programma che forse non terranno insieme tutti, come mediazioni al ribasso prodotte per garantire la tenuta di una coalizione, ma che potrebbero spingere in alto l’iniziativa delle realtà quotidianamente impegnate a porre argini all’impoverimento e alla precarietà. La nostra ambizione non ha confini.

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