domenica , 8 Dicembre 2019
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Oltre la clandestinità: lo sfruttamento umanitario del lavoro nelle campagne del mezzogiorno

di ENRICA RIGO e NICK DINES

Gestione umanitaria dello sfruttamento«Nei campi 12 ore senza paga: i nuovi schiavi dell’agricoltura» (La Repubblica); «Caporalato e mafie: “700mila schiavi nell’agricoltura italiana”» (Il Fatto Quotidiano). Sono solo alcuni dei titoli che, durante l’estate, ricorrono sui quotidiani italiani. I temi ai quali la rappresentazione mediatica del lavoro in agricoltura ha assegnato priorità negli ultimi anni sono l’assoggettamento schiavistico, nel quale versa la manodopera immigrata impiegata nei campi, e il caporalato, quest’ultimo spesso in collegamento alla criminalità organizzata. In questo copione al Sud d’Italia è assegnato un ruolo da protagonista. Anche quando la notizia interessa scenari generalizzati sul territorio nazionale, località quali Rosarno e Foggia vengono indicate come «casi eclatanti», riferimenti obbligati per descrivere condizioni di vita indecenti, denunciare eccessi e illegalità, suscitare indignazione.

Senza disconoscere la gravità e serietà delle questioni in gioco, la scelta delle categorie richiamate ci pare tuttavia forviante o quantomeno problematica. La subalternità e l’assoggettamento evocati dall’idea di schiavitù, associata nell’immaginario alla tratta forzata di esseri umani o al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, non restituiscono la complessità delle situazioni e delle relazioni concrete che interessano il lavoro agricolo nel Sud. Come messo in evidenza dagli osservatori più attenti, più che a una decisa alternativa tra legalità e illegalità ci si trova difronte a molteplici realtà che potrebbero essere definite di lavoro «grigio», sia dal punto di vista della disciplina dei rapporti contrattuali sia da quello degli statuti giuridici dei lavoratori migranti. Senza considerare poi che, salvo qualche eccezione, la messa a fuoco mediatica sul caporalato, sullo sfruttamento e sugli abusi subiti dai migranti lascia sullo sfondo (quando non fuori dall’inquadratura) altri attori chiave della filiera produttiva, come le aziende conserviere, le industrie di trasformazione, i consorzi di raccolta e distribuzione.

La rappresentazione del Sud come luogo di miseria e degrado, sia materiale sia morale, ha radici storiche profonde. Basterebbe ricordare Il cafone all’inferno, inchiesta sociale di Tommaso Fiore proprio sulla Capitanata pugliese, il cui titolo richiama un racconto popolare dove un cafone, finendo all’inferno, si accorge che le condizioni di vita sono migliori lì che nelle terre da cui proviene, suscitando il disappunto del diavolo stesso. Ciò nonostante, i braccianti meridionali non sono mai stati indicati come schiavi dalla storiografia colta o dalle narrazioni popolari. Pur se poveri essi vengono riconosciuti come protagonisti di uno dei movimenti di rivendicazione più significativi che ha segnato la storia sindacale. Diversamente dai protagonisti delle lotte contadine del secondo dopoguerra, i braccianti migranti che popolano oggi le campagne, oltre a essere intrappolati nell’immagine ricorrente di un Mezzogiorno dipinto come antitetico alla modernità e alla civilizzazione, vengono dissociati anche dalle connotazioni positive di questa stessa rappresentazione. Echeggiando Sayad, si potrebbe dire che i migranti esperiscono ancora una volta una doppia assenza, espulsi sia dall’immagine di una nazione civile e moderna, e quindi a pieno titolo europea, sia dalla tradizione di ribellione e dalla «semplicità» dei modi di vita che sono comunemente percepiti come costituenti del patrimonio agrario meridionale.

È tuttavia opportuno sottolineare che l’insistenza sulla deprivazione e sugli abusi subiti dai migranti impiegati in agricoltura è relativamente recente. Fino alla metà degli anni Duemila, a farla da padrone è stato infatti il discorso securitario legato alla cronaca e alla retorica dei «clandestini». Attorno alla dicotomia tra regolari e irregolari ruotava anche la lettura del lavoro nelle campagne come occupazione temporanea, appannaggio dei migranti giunti da poco in Italia, la cui aspirazione era quella di acquisire i documenti necessari per cercare lavoro nelle fabbriche del Nord. Un’immagine che certo ritraeva una realtà parziale, ma che nondimeno riconosceva il ruolo centrale dei lavoratori migranti nella mutata composizione della manodopera, anche quando etichettati in modo semplicistico come «clandestini». Al contrario, quelle che sembrano venire rimosse oggi dal crescente utilizzo della retorica umanitaria sono proprio le relazioni lavorative, la loro centralità per interpretare la realtà sociale, nonché la mutevolezza delle forme giuridiche sotto le quali talune questioni si ripropongono.

È indubbio che negli ultimi anni i confini dell’Europa abbiano subito trasformazioni profonde. Le «emergenze» (spesso dichiarate per decreto governativo) che si sono succedute a partire dalle cosiddette primavere arabe hanno messo a nudo l’inadeguatezza delle politiche europee, almeno rispetto ai fini proclamati di una gestione ordinata della mobilità umana. Come sottolineato da alcuni autori, la crescita del numero delle morti nel mediterraneo è andata di pari passo con la retorica della prossimità tra le due sponde, della mutua cooperazione, degli accordi di vicinato. Specchio della crisi istituzionale europea è, poi, il fatto che il regime di regolazione della mobilità sia diventato il terreno di rivendicazione di un rinnovato protagonismo nazionale (o nazionalista) nel controllo delle frontiere. È stato così nel 2011, quando la gestione italiana dell’afflusso di migranti innescato dalla rivoluzione tunisina ha portato alla richiesta di revisione degli accordi di libera circolazione da parte della Francia; ed è così oggi, con il ripetersi del braccio di ferro sul pattugliamento delle coste, dopo che l’Italia ha lanciato l’operazione di salvataggio Mare Nostrum a seguito del tragico naufragio di Lampedusa dell’ottobre 2013.

La spettacolarizzazione degli sbarchi e il monopolio mediatico assegnato agli aspetti umanitari delle crisi lasciano tuttavia poco spazio alla riflessione su cosa accada dopo l’arrivo dei migranti sulle coste dell’Italia e dell’Europa, e su quale impatto questi eventi continuino a produrre una volta spentisi i riflettori dell’attenzione pubblica. Se meno di dieci anni fa alcune ricerche rilevavano che oltre il 60% dei lavoratori nelle campagne del Sud era privo di permesso di soggiorno e oltre l’80% veniva impiegato senza contratto, oggi la situazione è radicalmente cambiata. Certo bisogna registrare che la maggioranza dei lavoratori proviene da paesi, come la Romania o la Bulgaria, che nel frattempo hanno fatto ingresso in Europa. Le ricerche più recenti hanno tuttavia messo in evidenza come anche i migranti provenienti dall’Africa o dal continente asiatico (di frequente oggetto dell’attenzione mediatica anche se presenti in numeri ridotti) siano per lo più autorizzati a risiedere sul territorio, pur se in virtù di un titolo che in molti casi non è stato rilasciato per finalità lavorativa. Molti sono i lavoratori titolari di un permesso per protezione sussidiaria o umanitaria, emesso in forza dell’emergenza Nord Africa che si è protratta dal 2011 al 2013, così come è sempre più frequente trovare richiedenti asilo che lavorano nei campi accanto a migranti provenienti dal Nord d’Italia che hanno perso il lavoro a seguito della crisi.

Si potrebbe certo affermare che questa stratificazione di statuti giuridici – che complica la semplice dicotomia tra migrazioni regolari e irregolari – non sia altro che il risultato della serie di eventi eccezionali che ha investito l’area euro-mediterranea negli ultimi anni. Pur senza disconoscere le ragioni di una simile affermazione, ci sembra che debba essere nondimeno registrato un cambio di atteggiamento nell’approccio securitario alle migrazioni, con una crescente estensione di quello che è stato definito come «governo umanitario» ad ambiti che ne erano generalmente esclusi, come la gestione di settori della forza lavoro e la conseguente «riduzione a profughi» dei lavoratori impiegati. Con ciò non intendiamo affermare che i migranti non incorrano più nel rischio di venire espulsi o di essere oggetto di misure restrittive, ma vogliamo piuttosto porre l’attenzione su un insieme di tendenze convergenti che vanno dalla preminenza accordata alla violazione dei diritti umani e alle situazioni che vedono i migranti come vittime di abusi e violenze, invece che alla loro tutela in quanto lavoratori; alla quota crescente di richiedenti asilo e titolari di forme di protezione internazionale impiegata come manodopera dequalificata e a basso costo; nonché all’utilizzo di misure originariamente pensate per la gestione di catastrofi naturali nella gestione dei picchi di afflusso di lavoratori durante le raccolte. Un esempio certo eclatante – sebbene ci si sia forse abituati – è quello della Protezione Civile, nata in Italia negli anni ’80 per far fronte a eventi quali i terremoti, che oggi viene impiegata per gestire le tendopoli allestite a Rosarno per «accogliere» i lavoratori o quelle approntate dai piani straordinari delle regioni Puglia e Basilicata al fine di superare le (imbarazzanti) condizioni di degrado in cui versano le baraccopoli autocostruite come il «Grand Ghetto» vicino a Foggia.

Sciopero braccianti 50La crescente commistione tra paradigma umanitario e securitario nella gestione delle migrazioni è stata messa in evidenza dalla letteratura più accorta. Nel caso del Centro di Assistenza per Richiedenti Asilo di Borgo Mezzanone gli insediamenti informali di lavoratori che circondano la struttura hanno creato un’osmosi con la vita ufficiale del centro e l’intero complesso è diventato un polo di attrazione per coloro che sono impiegati nelle campagne circostanti. Di particolare interesse sono però le modalità attraverso le quali i richiedenti asilo, che sarebbero tenuti a lasciare la struttura, «contrattano» ulteriori periodi di permanenza con gli operatori degli enti gestori. Uno dei tratti che caratterizza il «governo umanitario» ci sembra, infatti, venire espresso efficacemente dalla formula utilizzata da Michel Agier per cui «si colpisce con una mano mentre con l’altra si curano le ferite». Per dirla in altri termini, se la securitizzazione delle migrazioni si è basata sulla discutibile distinzione tra le migrazioni «buone», composte dai regolari ai quali riservare diritti, e quelle «cattive», di cui fanno parte i clandestini da espellere, il paradigma umanitario sembra muoversi piuttosto in una zona di indistinzione, per cui l’accesso ai diritti e alle prestazioni non è stabilito una volta per tutte, ma viene continuamente rinegoziato con soggetti sia pubblici sia privati. Se all’interno dei CARA si contratta il periodo di permanenza oltre i termini, negli accampamenti informali allestiti al di fuori la trattativa va dall’allacciamento ai servizi, come l’acqua o l’elettricità, alla negoziazione del posto in lista per accedere alle tendopoli autorizzate, all’ottenimento di una elezione di domicilio presso qualche associazione assistenziale al fine dell’iscrizione anagrafica, e così via. Pur se animato dalle migliori intenzioni, il dibattito sull’accoglienza dignitosa, tende a far dimenticare che trattandosi di lavoratori bisognerebbe forse parlare di politiche sociali.

L‘umanitario funziona così da potente fattore di neutralizzazione dei conflitti inevitabilmente prodotti dalle migrazioni di massa contemporanee, nonché della loro politicità. La rappresentazione vittimizzante dei migranti che lavorano nelle campagne e la gestione umanitaria delle «emergenze» determinate dai picchi di afflusso di manodopera durante le raccolte trovano un terreno comune nella rimozione delle relazioni lavorative sia dall’ambito discorsivo che da quello normativo e istituzionale. La conseguenza di queste tendenze sul piano giuridico meriterebbe una riflessione approfondita, mentre le considerazioni qui proposte non possono che rappresentare un’indicazione per possibili linee di ricerca. Vale la pena tuttavia indulgere a titolo esemplificativo su alcuni dei dispositivi che riflettono la progressiva espulsione delle relazioni instaurate dai migranti in quanto lavoratori dall’ambito di tutela dell’ordinamento giuridico, se non altro per dare conto di come la questione debba essere inquadrata in un più ampio contesto di riferimento europeo. Da questo punto di vista, un esempio significativo ci sembra quello fornito dalla direttiva 2009/52/CE sulle sanzioni ai datori di lavoro che impiegano manodopera irregolare. Pur se salutata con favore anche da alcune associazioni antirazziste, l’impianto della direttiva e il suo recepimento riconoscono i diritti dei lavoratori migranti solo nella misura in cui questi ultimi possano dirsi vittime (di grave sfruttamento, di reato, di trafficking e così via). Paradigmatico è il passaggio della direttiva nel quale si dice che «Il cittadino di un paese terzo assunto illegalmente non dovrebbe poter invocare un diritto di ingresso, soggiorno e accesso al mercato del lavoro in base al rapporto di lavoro illegale». È ovvio che il cittadino di un paese terzo assunto illegalmente ha già fatto ingresso nel mercato del lavoro; ciò che la direttiva si premura di evitare è, in realtà, che le relazioni lavorative instaurate sul territorio possano costituire una chiave di accesso a quel paniere di diritti della cittadinanza sostanziale che discende dal soggiorno regolare.

La retorica che riduce i migranti a vittime deve essere rifiutata, così come ogni critica superficiale che tracci facili equivalenze tra il ruolo della vittima e l’incapacità di autodeterminazione o rivendicazione politica. Le crescente volatilità della situazione internazionale rende ancora più difficile distinguere oggi tra migrazioni forzate ed economiche, anche ammettendo che una simile distinzione abbia mai avuto un senso. D’altro canto, sono a volte gli stessi migranti che preferiscono mantenere lo status della protezione internazionale come strategia per rinegoziare forme di accesso alla cittadinanza tra le pieghe dell’umanitario.

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