lunedì , 22 Luglio 2019
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Il voto e i suoi limiti: intervista sulle elezioni indiane a Maduresh Kumar, NAPM e Rakhi Sehgal (NTUI)

Elezioni Indiadi GIORGIO GRAPPI

Con l’ultima fase delle elezioni indiane, che comprende il voto nella città santa di Varanasi (Benares), si concludono oggi le operazioni di voto in India. I risultati definitivi sono attesi per il sedici maggio. Sapremo allora quale sarà l’esito di un voto la cui rilevanza avrà ripercussioni su scala regionale e globale: l’India è la terza economia mondiale dopo Stati Uniti e Cina, secondo i recenti indicatori a parità di potere d’acquisto utilizzati dalla Banca Mondiale e attualmente la sua forza lavoro è la seconda del mondo dopo la Cina, stimata  in oltre 480 milioni. L’India è però avviata a diventare il primo paese del mondo come popolazione, grazie al lento ma progressivo invecchiamento di quella cinese e la presenza di una popolazione molto giovane, pronta ad affacciarsi sulla scena del lavoro nei prossimi decenni. In diversi circoli economici ci si chiede se l’India diventerà la prossima «fabbrica del mondo», mentre le mobilitazioni operaie e le riforme economiche in Cina spaventano gli investitori e i circuiti finanziari. Tuttavia, oggi l’India è un gigante in difficoltà, la cui crescita a doppia cifra ha subito un forte rallentamento in seguito alla crisi economica e il solo parziale sviluppo di un mercato interno. La crescita di questi anni non ha prodotto un effetto redistributivo, aumentando invece enormemente le diseguaglianze sociali. La «banalità dello sviluppo» si è innestata in una società attraversata da conflitti armati e violenza, profondamente gerarchizzata dalle differenze di casta, il cui sistema differenziale – come ha recentemente sostenuto Arundaty Roy – si è mostrato perfettamente compatibile e funzionale a uno sviluppo capitalistico che non ha conosciuto limiti, se non quelli rappresentati dai movimenti sociali e operai che hanno contrastato le politiche portate avanti negli ultimi due decennio. Lo scenario elettorale su scala nazionale è oggi dominato dalla figura di Narendra Modi, candidato presidente del partito nazionalista Indù BJP (Partito del Popolo Indiano), attuale governatore del Gujarat, un eroe del capitale fermamente ancorato nel tradizionalismo Hindu, dal piglio autoritario e direttamente implicato nei pogrom che hanno insanguinato il Gujarat nel 2002, e dal discorso anti-corruzione e contro la classe politica rappresentato dall’AAP, il Partito dell’Uomo Comune, vera novità di questa tornata elettorale. Il Partito del Congresso, al governo nell’ultimo decennio, appare travolto dalle sue stesse contraddizioni: non è in grado di contrastare Modi, che si pone in netta continuità con le politiche di sviluppo introdotte nell’era Singh, e non è in grado di reggere i colpi dell’AAP, che si presenta con un’aria di novità contro tutta la classe politica.

Modi ha puntato tutto sullo sviluppo e uno stile manageriale e decisionista, che promette di farla finita con le mediazioni, e, con l’avanzare delle operazioni di voto e della campagna elettorale, ha fatto ampio ricorso ai toni più apertamente nazionalisti caratteristici del BJP: ultima in ordine di tempo la minaccia agli immigrati irregolari bengalesi, presenti a milioni soprattutto nel Bengala occidentale, che ha definito come «infiltrati», invitandoli a prepararsi a «fare le valigie» se il 16 maggio risulterà vincitore il BJP. La dichiarazione è venuta dopo l’uccisione di oltre trenta persone nello stato nord-orientale dell’Assam, accusate di essere immigrati irregolari dal Bangladesh e di occupare illegalmente dei terreni. Modi ne ha approfittato per lanciare un messaggio chiaro, indicando l’immigrazione irregolare dal Bangladesh come problema e accusando il governo del Bengala Occidentale di favorire gli immigrati irregolari provenienti dal Bangladesh, rispetto agli immigrati provenienti da altri stati indiani come il Bihar e l’Orissa. Una presa di posizione a favore dei migranti interni che non trova riscontro nelle procedure elettorali indiane, dove l’impossibilità di votare al di fuori dalla propria zona di residenza, in un paese che ha la dimensione di un continente, lascia di fatto milioni di lavoratori e studenti privi del diritto di voto. L’argomento anti-immigrazione è sempre buono per l’indicazione di capri espiatori, ma accusando il Bengala occidentale di favorire gli immigranti del Bangladesh per ottenere voti, di fatto Modi punta il dito sulla presunta disparità di trattamento tra i musulmani e gli Indù provenienti da altri stati, veri indiani. Non a caso, ha aggiunto che l’India accoglierà a braccia aperte chi è costretto a fuggire da persecuzioni sulla base della religione, intendendo con questi gli Indù che lasciano il Bangladesh. I bengalesi costituiscono una «nazione ai margini» attraversata dalle frontiere disegnate in seguito alla partizione dell’India, la cui migrazione è culturalmente considerata interna. L’accusa è dunque potenzialmente infiammante e destabilizzante per la regione e lo stesso Bangladesh, attraversato a sua volta da forti correnti nazionaliste e anti-indiane che potranno ora trovare nuovi argomenti.

L’AAP, sulla scia del sorprendente risultato alla sua prima apparizione nelle elezioni legislative del 2013 a Delhi, è stato capace di coinvolgere migliaia di militanti di base allargando la propria agenda dai temi anti-corruzione alla lotta contro «gli Ambani e gli Adani e i Tata», tre grandi nomi dell’industria indiana, capi rispettivamente dell’industria petrolifera Reliance, del gruppo Adani, impegnato in logistica, energia e agrobusiness e del gigante dell’acciaio Tata. Accusando sia Modi che il Congresso di fare gli interessi delle grandi corporation e di avere trasformato la macchina statale in un agente degli industriali, l’AAP è riuscito, nell’assenza di una coalizione di sinistra, a diventare una sponda politica, seppur frammentata a livello nazionale e non senza contraddizioni, dei movimenti di opposizione ai programmi di sviluppo. Anche se la forza dei partiti statali, regionali e locali è molto forte e inciderà sul risultato finale, il dibattito a livello nazionale è incentrato su questi tre protagonisti e tutti concordano nel vedere Modi in netto vantaggio, il Congresso ormai battuto e l’AAP troppo giovane per poter sperare in un risultato decisivo. Tuttavia, l’entità del risultato e la capacità di Modi di formare un governo rimangono un punto interrogativo e, se l’alleanza delle destre (NDA) non dovesse ottenere la maggioranza assoluta, la sua potrebbe risultare una figura ingombrante per la formazione di un governo di coalizione.

Per fornire qualche punto di riferimento utile a decifrare le scarse notizie che dall’India giungono in Italia, proponiamo di seguito una doppia intervista a Maduresh Kumar e Rakhi Sehgal. Maduresh Kumar fa parte dell’organizzazione nazionale della National Alliance of People’s Movements, un’organizzazione attiva in India dai primi anni novanta sui temi della globalizzazione. L’organizzazione è presente in diversi movimenti che lottano contro le conseguenze dello sviluppo orientato al mercato, come le grandi opere infrastrutturali, la requisizione di terre e le privatizzazioni. Recentemente, il movimento ha organizzato un tour negli Stati attraversati dal mega progetto indo-giapponese del Delhi-Mumbai Industrial Corridor, un corridoio industriale in via di realizzazione lungo i 1.500 km che separano la capitale politica dell’India da Mumbai, destinato a modificare radicalmente il profilo interno dell’India, riunendo attivisti e movimenti che si oppongono alla requisizione delle terre, e ha deciso di appoggiare l’AAP. Rakhi Sehgal fa parte di una nuova generazione di sindacalisti attivisti cresciuta negli anni duemila al di fuori delle grandi centrali sindacali. Giunta nelle zone di Gurgaon come ricercatrice militante, ha poi contribuito alla crescita della New Trade Union Initiative, un sindacato indipendente che ha iniziato a organizzare il settore informale, gli operai a contratto nelle aziende private e le donne, introducendo una nuova forma organizzativa capace di coinvolgere direttamente i lavoratori. È stata molto attiva nelle mobilitazioni nelle fabbriche della Hero a Gurgaon e della Maruti Suzuki a Manesar. Entrambi sono attivi principalmente nella regione di Delhi, ma, come si vedrà, attenti alle dinamiche su scala nazionale, in un paese in cui le grandi differenze inducono spesso a un’eccessiva semplificazione o, al contrario, particolarizzazione delle dinamiche in campo.

Un recente articolo apparso sulla rivista Tehelka ha sostenuto che per la prima volta dopo l’indipendenza la politica di classe entra nella politica elettorale indiana, sostenendo inoltre che «il conflitto di classe è l’esito naturale della crescita capitalistica, ma la velocità con il quale ha fatto irruzione nella politica elettorale ha trovato la nazione impreparata. Ciò è dovuto in parte all’onnipresenza della casta, della religione e di altre fedeltà nella politica indiana, che hanno reso i politici indifferenti nei confronti delle nuove tensioni sociali create dell’industrializzazione e dalla rapida crescita economica». Questo è vero? E dov’è il conflitto di classe nell’India di oggi?

MK: Il conflitto di classe non è nuovo nella politica elettorale Indiana. Il CPI – Partito Comunista – e il CPI(M) – Partito Comunista (Marxista), nato da una spaccatura del CPI negli anni ‘60 – erano forti a livello nazionale, non solo nelle sacche del Bengala Occidentale, del Tripura o del Kerala, e si fondavano sul conflitto di classe. Quello che sta succedendo è la formazione una crescente disuguaglianza. Negli ultimi vent’anni, il gap tra i più ricchi e i più poveri è cresciuto a un livello maggiore che in passato. Per questo alcuni stanno reagendo unendosi a diversi movimenti e proteste, e con l’opposizione alla classe politica emersa nel movimento anti corruzione. Questo non è un conflitto di classe in sé. Le classi medie chiedono un governo migliore, mentre anche tra i poveri, dove è ancora presente la politica religiosa e della casta, si sta facendo strada la domanda di qualcosa che guarda più avanti: chi potrà governare per loro, chi porterà un po’ di giustizia sociale, chi creerà posti di lavoro e a un miglioramento della situazione. Il governo ha risposto con alcuni schemi nazionali di welfare e cerca di creare posti di lavoro, anche se durano solo cento giorni, ma c’è una tensione sociale crescente, prodotta dall’industrializzazione e dalla crescita economica. Allo stesso tempo c’è una consapevolezza diversa, che viene dall’esperienza dei movimenti sociali cresciuti dopo il periodo dell’emergenza, alla fine degli anni ‘70. Questi movimenti hanno portato avanti l’idea che se c’è lo sviluppo economico, tutti hanno diritto a pretenderne i benefici. Per questo negli ultimi dieci anni è stata portata avanti una politica per affermare che la gente ha diritto a questo.

RS: Io penso sia più preciso dire che sta diventando sempre più difficile ignorare l’estrema diseguaglianza e il conflitto di classe che esiste nella società, perché oggi questo sta debordando anche negli spazi dal quale era sempre stato tenuto fuori. La crisi economica, che è alla base della crisi politica, sta avendo effetti anche sulle classi medie e dunque sui votanti delle classe medie. Per questo i media, che sono rivolti soprattutto a loro, se ne stanno accorgendo. Gli operai e i lavoratori poveri hanno sempre votato con i loro piedi, oppure hanno votato per quelli che pensavano avrebbero lavorato per i loro interessi, per poi votargli contro se non lo facevano. Almeno dai tre cicli elettorali che ho seguito, c’è una crescente maturità dei votanti. Ciò che sta diventando sempre più difficile ignorare è la crescente natura predatoria del capitale, e il fatto che ci sono crescenti resistenze all’acquisizione di terra e alla repressione delle mobilitazioni popolari, che finisce sotto attacco. È un qualcosa che sta succedendo su scala mondiale, non solo in India. La classe media sta sentendo l’impatto della crisi e quello che si vede, il cosiddetto ‘nuovo’ risveglio e le ‘nuove’ espressioni della politica sono soprattutto incentrate intorno al risveglio delle classi medie, che si stanno sporcando le mani, entrando a far parte delle proteste. Ma questa protesta è essenzialmente finalizzata a far funzionare meglio il sistema, non a cambiarlo. La posizione delle classi lavoratrici è diversa, perché un cambiamento in meglio del sistema non significa un miglioramento per loro. Anche se oggi le classi medie e quelle popolari sono unite contro la corruzione, e chiedono un governo migliore, lo fanno da prospettive diverse e per obiettivi diversi. La corruzione quotidiana è percepita come oppressiva e una forma di sfruttamento dai lavoratori, perché hanno già le spalle al muro e non hanno spazi di manovra. La corruzione è per loro il risultato di rapporti di potere e di pratiche illegali che li costringono a dipendere dal clientelismo statale, non fa che accrescere la loro esperienza di subordinazione. Per le classi medie, invece, la critica alla corruzione fa parte del tentativo di strappare il potere alle élite tradizionali e ricavarsi uno spazio, a partire da un potere economico da tradurre in potere politico. Il fronte anti-corruzione è diviso al suo interno tra una tendenza verso il liberalismo e una verso la democratizzazione. Il risultato della crisi politica prodotta dalla crisi economica è che molte persone hanno abbandonato i partiti dominanti e il sistema parlamentare, per impegnarsi in movimenti anti-governativi. Al movimento contro l’allontanamento dei contadini e degli adivasi dalle loro terre e alle esplosioni militanti e violente degli operai nelle zone industriali, si sono aggiunti i movimenti di massa anti-corruzione, ai quali hanno partecipato anche le classi medie e, più di recente, i commercianti. Questo è un sintomo della perdita di credibilità del sistema parlamentare e dei partiti tradizionali, compresi quelli di sinistra. La politica identitaria è stata la prima forma di articolazione delle preoccupazioni delle classi lavoratrici perché i partiti della sinistra istituzionale non sono riusciti a produrre un’alternativa credibile. La sinistra parlamentare non solo si deve ancora riprendere dalla sua sconfitta, ma senza una capacità auto-critica dovrà fare ancora molta strada per stare al passo con questo crescente conflitto di classe. Inoltre, le forze parlamentari di sinistra sono titubanti nell’ingaggiare una battaglia per l’egemonia dentro lo spazio politico si oppone all’UPA (Alleanza progressista, guidata dal Partito del Congresso) e all’NDA (Alleanza democratica, guidata dal BJP). In questa situazione il campo è aperto per l’offensiva della destra e il ritorno del BJP, appoggiato in modo massiccio dai potentati economici.

Modi sembra aver avuto un ruolo nella presenza di un discorso di classe: ha preso chiaramente la parte delle grandi corporation, dando un significato preciso allo slogan della «buona governance», intesa come business e crescita economica. Si parla molto di lui e del suo ruolo nei riot, meno di come è cambiata la società del Gujarat al di là dei dati macroeconomici e molti si chiedono cosa ciò voglia dire sul piano nazionale.

MK: Modi è un’immagine truccata. Non ha mai chiarito qual è il suo modello, cos’è veramente il modello Gujarat. Io non credo che ciò che vuole sia creare più polarizzazione e una politica dei riot. C’è un’eccitazione intorno a Modi prodotta dai media, dove si sono riversati un sacco di soldi per creare questa immagine. Negli ultimi tre mesi, in quasi tutti i giornali, ogni giorno c’erano pagine intere di pubblicità su Modi. Ma non c’è niente che lui abbia detto in modo chiaro su cosa vuole fare. Io penso che più di questa immagine, ciò che conta è il fallimento del governo in carica, il fattore cambiamento. Le elezioni a Delhi sono un termine di paragone: l’AAP ha vinto perché è riuscito a creare questa idea dietro ad Arvind Kejiriwal: «siamo qui per il buon governo, siamo qui per farla finita con la corruzione, che è parte del sistema, facciamo piazza pulita di questo casino». Ma il Congresso era al governo da dieci anni: se ne doveva andare comunque. Questo sta succedendo anche su scala nazionale: il Third Front [delle sinistre] ha fallito e su scala nazionale si vedono solo i due grandi partiti: il Congresso e il BJP. Più che Modi, ciò che è importante è che la gente vuole un cambiamento. E allora dicono: vediamo cosa succede. È vero, è l’uomo dei riot. Ma fino a quando possiamo andare avanti con questa storia? La gente ormai la pensa così, perché ci sono così tanti riot che succedono, ogni giorno. E succedono in Bihar, con un ruolo importante del Congresso, succedono in Uttar Pradesh, dove altri partiti hanno avuto un ruolo. Ci sono tanti riot e la gente ha la memoria corta, ci si dimentica chi è stato il responsabile. Ad eccezione delle vittime, che invece ricordano. I movimenti per i diritti umani hanno spinto molto su questo: Modi è l’uomo dei riot, è pericoloso, porterà una polarizzazione e divisione. Molte organizzazioni lo sanno. E anche i paesi come gli Stati Uniti lo sanno. Ma rimane il fatto che l’India è un paese emergente per fare affari. Il punto allora è quale modello si vuole: se un paese democratico va bene per fare affari, allora devi relazionarti con chi vince le elezioni. Gli Stati Uniti devono accettare Modi e non hanno altra scelta, perché rifiutare Modi vorrebbe dire rifiutare il processo democratico indiano, la più grande democrazia del mondo, dove votano 800 milioni di persone. Che si tratti di Modi o di Manmohoan Singh, le corporations americane vogliono fare affari con un governo capace di realizzare ciò che dice. Il problema per loro non è Modi o Singh, ma la resistenza che sta crescendo nel paese. Questa resistenza sarà il vero fattore decisivo per gli Stati Uniti o per ogni altro paese, e a questa dovremo fare attenzione.

RS: Io non direi che ha portato la classe nel dibattito politico, ma che ha portato una polarizzazione più complessa nella società indiana. Modi non era un predestinato. Per il momento ha vinto la battaglia per la leadership nel BJP, ma ci sono molti nervosismi nei confronti della personalizzazione che ha portato. Non è nemmeno scontato che vinca e, anche se vince, molto dipenderà dal margine. Vedremo anche quale spazio di manovra potrà avere per imporre i suoi diktat. Il modello Gujarat si basa sulla sottomissione agli interessi dell’impresa in tutti i settori, sulla precarizzazione forzata della forza lavoro e sulla speculazione dei grandi progetti, oltre che sull’uso strumentale della politica comunale per questi scopi. Dopo aver conquistato la guida del BJP, Modi sta riorganizzando il partito, per ridefinire la sua ideologia e la sua base, spostandole verso gli interessi del grande capitale: un capitalismo privato aiutato dallo Stato, sostiene la privatizzazioni dei servizi, l’ingresso delle corporation nell’agricoltura e la proiezione aggressiva degli interessi indiani nella regione. Ciò che è più significativo è che il BJP sta portando una trasformazione del comunitarismo, trasformandolo da una forza violenta e distruttrice in un comunitarismo istituzionalizzato dello Stato, funzionale alla gerarchizzazione e frammentazione della società. Questo porterà interi segmenti della classe operaia a subire condizioni ancora peggiori, mentre lo Stato potrà appoggiarsi sui pregiudizi esistenti per legittimare le proprie politiche.

L’AAP sta guadagnando posizioni e il suo discorso, inizialmente schiacciato sulla corruzione, ora sembra orientarsi verso il modello di sviluppo perseguito da Modi. Secondo la stampa parte della classe operaia si sta orientando verso l’AAP, mentre Modi ha conquistato le classi medie

MK: L’AAP ha guadagnato posizioni parlando di corruzione. Ma dentro l’AAP si sa che la corruzione è parte di un discorso più ampio: quale modello di sviluppo si vuole, quale tipo di giustizia sociale. La parte del partito che si concentra contro la corruzione fa appello a diverse basi elettorali e interessi attraverso il paese. Non si può dire che le classi medie votano Modi, le popolazioni tribali stanno con i maoisti, e gli operai con l’AAP. Le dinamiche di voto sono molto diverse a livello locale. Durante le elezioni a Delhi, molti hanno detto: votiamo Kejiriwal a Delhi e Modi come primo ministro. Questi settori delle classi medie stanno davvero votando per Modi. Ma allo stesso tempo i musulmani, che nelle ultime elezioni appoggiavano il Congresso, si stanno in parte rivolgendo all’AAP, perché vedono che sono quelli che stanno cercando di contrastare Modi. Gli operai e le classi più povere, che avevano sostenuto l’AAP a Delhi, sono rimaste con l’AAP. Ci possiamo aspettare che questi segmenti di popolazione, così come i giovani che prima stavano lontani dalla politica, che consideravano corrotta, appoggino l’AAP, anche se alcuni tra di loro sono sensibili ai discorsi di Modi. Kejiriwal ha dovuto riconoscere che la scelta di lasciare il governo dopo soli 49 giorni gli è costata dei voti. Ma la partita che si sta giocando non è solo sul voto: è sul cambiamento della cultura politica del paese, per questo c’è l’AAP e per questo penso che vedremo l’AAP in circolazione anche dopo queste elezioni.

RS: In parte ho già risposto. Qui posso aggiungere che la crisi della sinistra parlamentare nella società ha portato a una frattura tra i movimenti popolari e la rappresentanza parlamentare. Questo spiega anche l’attrazione che molti leader dei movimenti sociali stanno avendo per l’AAP. Sempre di più, però, e questo si vede anche nel discorso dell’AAP, il discorso politico si sta spostando da questioni identitarie alle questioni economiche. Il Congresso ha tentato di gestire la situazione attraverso programmi di welfare sociale, una cosa che ora non funziona più. La crescita della destra Hindu e del BJP di Modi è una risposta all’impasse politico e sociale che si è creato. Tuttavia, la svolta autoritaria è già presente e visibile nell’uso ricorrente della dottrina della ‘sicurezza interna’ contro le forme di resistenza e di dissenso. Ora sembra che siamo di fronte a un’ulteriore avanzamento, ma per capire cosa accadrà bisogna attendere i risultati delle elezioni. Non penso che si possa parlare di una risposta uniforme, ma di dinamiche complesse. Dove le classi lavoratrici prendono sul serio l’AAP (come successo a Delhi nel voto che ha permesso all’AAP di creare un governo durato 49 giorni), lo fanno perché sentono di avere uno spazio di militanza e agitazione a favore delle loro cause. Questo però deve essere ancora testato e la situazione delle campagne, ad esempio, è diversa da quella di Delhi: lì la lotta tra i lavoratori agricoli e i loro oppressori è strutturata in misura maggiore lungo linee di casta, di classe e di religione, e dunque potrebbero avere la tendenza ad allinearsi con gli alleati tradizionali. È molto difficile rispondere. Se ragioniamo in termini storici, l’AAP sta facendo oggi quello che aveva fatto il CPIML di Satyanarayan Sinha e Santosh Rana nel 1977, e il patito di Charan Singh negli anni ’80: spaccare la base del Congresso. In più, l’AAP è riuscito a strappare pezzi di classi medie dal BJP, in particolare quella che si è formata grazie alla mobilità verso l’alto di alcuni settori di lavoratori.

Si ha l’impressione che il Congresso sia marginale nel dibattito politico, e che non sia in grado di gestire le proprie contraddizioni rispetto al modello economico che ha perseguito: in fondo, molte politiche portate avanti da Modi sono di fatto implementate su scala nazionale del governo dell’UPA, a partire dall’uso massiccio delle zone speciali e la nuova politica industriale.

MK: Il Congresso è ancora importante. Può anche perdere un’elezione, ma è un normale ciclo politico. Negli anni ’90 si diceva che il Congresso era ormai fuori gioco. Poi è tornato e governa da dieci anni. Questa è un’altra fase nella politica del partito, in parte dovuta anche all’incapacità di far crescere dei leader al di fuori della centralizzazione controllata dalla famiglia. Anche il BJP ha un problema simile con Modi: l’estrema centralizzazione gli costerà caro. Per quanto riguarda le politiche di sviluppo, sia il Congresso sia il BJP si sono venduti all’ideologia secondo la quale le riforme e il processo d’industrializzazione sono l’unica strada. Ma c’è un problema sul significato dello sviluppo, che cosa vuol dire? La risposta è sempre una sola: dato che l’India continuerà a crescere e i giovani saranno la maggioranza, continuerà la richiesta di posti di lavoro, poiché saranno sempre più istruiti, e i posti di lavoro saranno dentro queste industrie. Questo è il programma. Altri tipi di lavoro, altre competenze, l’agricoltura o l’industria culturale sono dimenticate dal governo. Questo ha prodotto dei risultati: negli ultimi quindici anni si sono persi posti di lavoro, come mostrano anche i dati del governo. Modi non sarà capace di reggere a lungo tutta l’eccitazione che ha generato, perché continuando queste politiche continuerà questa polarizzazione tra chi ne potrà godere i benefici e chi invece ne è danneggiato. Questo sarà il suo problema.

RS: Il Partito del Congresso è certamente in declino e le sue contraddizioni interne porteranno probabilmente a una ristrutturazione interna, ma ciò dipende dal margine della sconfitta: se sarà grande, questo rafforzerà la sinistra interna, guidata da Rahul e Sonia Gandhi, a fare piazza pulita rispetto alle forze di destra che ci sono nel partito. Il governo dell’UPA ha fallito dopo la crisi economica iniziata nel 2008 e non ha saputo sostenere la domanda interna. Non ha saputo riorganizzare le linee generali della sua politica per andare incontro all’economia interna, all’industria e all’agricoltura, usando la spesa pubblica finanziata dal debito e dalle tasse per sostenere la crescita, e l’inflazione ha eroso i salari. L’UPA è rimasta schiacciata dal mandato elettorale del 2009, che era legato su programmi di estensione dei diritti, e la decisione di mantenere l’agenda neoliberale. Il risultato è una crisi interna, sia di leadership che ideologica.

Più che un semplice voto, ciò che sembra essere in gioco è il futuro del paese nell’economia globale nel mezzo di una crisi che porta con se grandi trasformazioni. Ciò che rende attrattivo Modi è un nuovo sogno capitalistico: le acquisizioni di terre continueranno come continueranno l’industrializzazione e i grandi progetti infrastrutturali come il corridoio Delhi-Mumbai. Non è chiaro se i suoi oppositori abbiano una visione della complessità delle tensioni che la crescita ha portato, e della necessità di avere una prospettiva capace di parlare ai diversi settori che ne sono attraversati.

MK: Queste sono cose che creano tensioni, ma le persone coinvolte direttamente dalle politiche di sviluppo, o quelle danneggiate dalle acquisizioni di terre, rimangono all’interno di sacche isolate. Non diventeranno elettoralmente determinanti per sconfiggere i candidati che portano avanti queste politiche. Anche se un partito sostiene la creazione di una Zona Economica Speciale, ciò non vuol dire che perderà il consenso perché ha acquisito 8000 acri di terra. Questo infatti colpisce un certo numero di persone, ma non abbastanza da diventare una forza elettorale. Tuttavia, se guardiamo al di là delle elezioni, la resistenza che i movimenti sociali hanno opposto ai corridoi industriali, alle SEZ o altri progetti infrastrutturali ha portato in molti casi al loro blocco. Molti di questi progetti violano le stesse norme ambientali o quelle sulle acquisizioni di terre approvate dal governo. Questo vuol dire che non sarà più possibile continuare a costruire come vogliono. Un progetto come il DMIC (Corridoio Delhi-Mumbai) deve affrontare tutti questi problemi messi insieme. La società civile, inoltre, si sta opponendo a questi progetti non solo sul campo, ma anche influendo nel processo legislativo. La nuova legge sull’acquisizione di terre, che noi continuiamo a ritenere debole, al tempo stesso rende l’acquisizione di terre molto più difficile. Ancora prima dei risultati delle elezioni, gli industriali si lamentano a mezzo stampa, chiedendo che questa legge sia emendata, perché sta diventando troppo difficile acquisire terre. La forza complessiva dei movimenti sociali è molto alta, anche se non è una forza elettorale. Questa cosa sta cambiando con l’ingresso dell’AAP, perché l’80% delle persone che sta facendo campagna elettorale per il partito proviene dalle file degli attivisti, in un modo o nell’altro. Molti sono coinvolti nelle lotte contro questi grandi progetti infrastrutturali. C’è la speranza che, attraverso l’AAP, questa mobilitazione contro i progetti di sviluppo che generano spossessamento e impoverimento possa tradursi in una sfida elettorale a livello nazionale.

RS: Modi sarà pure chiaro su quello che vuole, ma non è per niente chiaro su come pensa di ottenerlo su scala nazionale. Chi è stato espropriato della propria terra con la forza, chi vede a rischio la propria esistenza, i lavoratori che vedono i loro diritti minacciati, quelli che sono esclusi socialmente perché appartenenti a identità marginali – tutto questi si stanno opponendo a Modi. I colletti blu della Honda, della Hero o di altre fabbriche non si sentono minacciati direttamente e la loro risposta è varia e diversa rispetto ai settori sociali più oppressi. Lo spazio di manovra di Modi dipenderà dal tipo di governo che sarà in grado di formare e dalla resistenza che incontrerà. Il nostro compito è di combattere questa battaglia politica dando vita a circuiti di solidarietà più estesi. La polarizzazione portata da Modi può essere un’opportunità per la crescita di una resistenza di larga scala e interclassista, capace di usare tattiche flessibili per imporre una riorganizzazione delle forze della sinistra e portare alla creazione di un blocco politico contro i partiti dominanti. Ma questo richiederà un lavoro di ristrutturazione dei partiti della sinistra e dei loro rapporti con i diversi movimenti sociali e popolari. Servirà anche la capacità, da parte dei movimenti popolari che sono spesso sporadici e isolati, di convergere in una prospettiva d’azione comune. La NTUI farà la sua parte.

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