Ripubblichiamo un articolo di Devi Sacchetto, originariamente pubblicato il 30 luglio 2026 su Altreconomia col titolo “Rompere un sistema che sembrava intoccabile: 15 anni dopo lo sciopero di Nardò”, dedicato allo sciopero del lavoro migrante del 2011 alla masseria Boncuri. Dialogando con alcuni protagonisti del tempo – Yvan Sagnet, Gianluca Nigro, Francesco Piobbichi – l’autore interroga al presente la memoria di quelle giornate. Ne emergono lo sfruttamento e il ricatto che, pur senza sacrificare la specificità della condizione bracciantile, risulta comune a tutto il lavoro migrante, passato e presente. Sotto caporalato, nel sistema dei subappalti o nelle case private, imbrigliato in un sistema funzionale allo sfruttamento che intrecciava produzione e riproduzione (ghetti, centri di accoglienza, dormitori di altro genere, casa dei datori di lavoro), il lavoro migrante trovò in quegli anni una grammatica comune capace di saldare condizioni di vita e messa a lavoro profondamente differenti, e di incrinare così la connessione strutturale tra politiche migratorie, razzismo istituzionale e regimi di sfruttamento. Una grammatica che ha il nome di sciopero.
I percorsi di lotta e soggettivazione, la rottura del muro della paura, la scelta dello sciopero, così come l’ambivalente presenza del sindacato di cui parlano i protagonisti del tempo, eccedono la dimensione territoriale della vicenda: vanno letti come interni al ciclo di insubordinazione del lavoro migrante che già nel 2010 aveva prodotto la prima “giornata senza di noi” – lo sciopero del lavoro migrante del primo marzo – e che sarebbe tornato alla ribalta nelle lotte dei migranti nella logistica nel 2013.
Nelle piazze migranti di questi ultimi mesi – per Bakari Sako, per i quattro migranti afghani uccisi ad Amendolara, per Abderrahim Fakir – la parola d’ordine dello sciopero è tornata a circolare tra donne e uomini migranti stufi di un presente sempre più segnato da sfruttamento, violenza, razzismo e silenzio. Davanti a chi continua a pensare alle e ai migranti come vittime o, specularmente, come mero problema di sicurezza; davanti a chi ancora oggi si rifiuta di considerarle soggetti politici e continua a sciogliere la questione in un generico antirazzismo, la rievocazione dello sciopero da parte del lavoro migrante ci parla delle vie molteplici e imperscrutabili attraverso cui la memoria delle lotte passate si trasmette e si salda nel presente, provando a rovesciarlo o quantomeno a metterlo in discussione.
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Alla Masseria Boncuri a Nardò c’ero già stato nel 2010 grazie a Martina Pasqualetto, una studentessa universitaria che svolgeva volontariato nelle Brigate di solidarietà attiva (BSA) che, insieme all’Associazione Finis Terrae, sosteneva in modo solidale i migranti – tutti maschi, provenienti da diversi paesi africani – occupati nella raccolta di angurie e pomodori. Le due associazioni gestivano lo spazio della Masseria, aperto a tutti i migranti, e avevano avviato la campagna “Ingaggiami. Contro il lavoro nero“. Nell’area vivevano 4-500 migranti nelle 25 tende messe a disposizione dalla Provincia di Lecce e in un’altra decina di tende personali, con accesso a servizi di base: acqua potabile, docce, water chimici, corrente elettrica, un medico dell’ASL locale nelle ore serali e assistenza legale. Le prime forme di lotta si erano manifestate già nel 2010, quando un gruppo di quaranta lavoratori per protesta contro il mancato pagamento dei salari da parte dei caporali si erano recati in corteo verso la sede dell’impresa che li aveva, per la prima volta, contrattualizzati.
Dopo un anno di incontri con Gianluca Nigro e Valeria Sallustio di Finis Terrae e Maria Desiderio e altri volontari delle BSA, avevamo deciso di costruire nel 2011 un breve percorso di con-ricerca con i migranti e i sodali. Così a metà luglio iniziammo a organizzare qualche chiacchierata con i migranti in merito alle loro condizioni di lavoro. Ma non ci fu tempo. Lo sciopero spontaneo iniziato il 30 luglio da un consistente gruppo di coraggiosi lavoratori africani, protrattosi per quasi due settimane, travolse ogni piano. Le loro richieste non erano particolarmente radicali (contratti regolari, intermediazione del Centro per l’impiego invece dei caporali, diritto a tenere con sé i documenti, più controlli istituzionali nei campi, condizioni abitative migliori, aumento del cottimo da 3,5 a 6 euro per cassone) ma la loro determinazione segnò una rottura. A distanza di quindici anni abbiamo reincontrato alcuni dei sodali e uno dei protagonisti per ricostruire e valutare quell’esperienza.
Yvan Sagnet, uno dei leader dello sciopero, ricorda: “Diverse centinaia di lavoratori vivevano in condizioni difficili, senza diritti. Lo sciopero del 2011 non è nato da un’organizzazione politica: è nato dal basso. Eravamo stanchi di essere trattati come strumenti usa e getta. Per la prima volta i braccianti hanno deciso di dire ‘no’, rompendo un sistema che sembrava intoccabile. Boncuri ha dimostrato che anche chi è considerato invisibile può diventare protagonista del cambiamento, contraddicendo la narrazione che vuole il migrante sempre accondiscendente al sistema di sfruttamento.”
I volontari delle associazioni che gestivano lo spazio della Masseria ricordano tuttavia come quell’autorganizzazione avesse radici precise. Come spiega Francesco Piobbichi delle BSA: “Come BSA avevamo fatto anni di intervento sul terremoto e ci sembrava interessante provare a costruire un luogo di accoglienza per i lavoratori braccianti capace di soggettivizzare un soggetto che viveva disperso nelle campagne di Nardò.” Nigro precisa come il modello Boncuri si fondasse su “un’atipica combinazione di ruoli: da un lato il livello istituzionale che ci consentiva di stare in quel luogo fornendo anche le strutture di base, dall’altro la dimensione associativa libera che permetteva di entrare nella relazione e nella conoscenza approfondita della riproduzione sociale dei lavoratori. Offrivamo alcuni servizi, l’ambulatorio medico, lo sportello legale, ma soprattutto il nostro approccio si basava sul riconoscimento delle condizioni dei lavoratori, senza vittimizzarle, cercando di tenerle nello spazio pubblico,politico, per rompere l’isolamento. La nostra idea era che la riproduzione sociale fosse centrale perché costituisce la struttura sulla quale si opera lo sfruttamento: il rapporto di sfruttamento nasce prima dell’instaurazione del rapporto di lavoro, ed è in quello spazio che bisogna lavorare per rompere gli equilibri.”
Sul piano legislativo, la pressione dello sciopero produsse un risultato concreto: il 13 agosto 2011 il governo Berlusconi approvò un decreto che rendeva il caporalato reato penale. Come ricorda Nigro, “la legge ha avuto un formidabile valore simbolico: ha mostrato che uno sciopero, prodotto da braccianti stranieri, ha consentito di ottenere una norma richiesta da anni. Una parte di quella legge è applicata anche oggi dalla procura di Milano, che ha prodotto una forte iniziativa repressiva nelle fabbriche legate ai marchi dell’alta moda, nella logistica e nel delivery: regolarizzazione di lavoratori precari, sequestri e multe per circa due miliardi di euro. È vero che l’applicazione non è stata generalizzata per blocchi di carattere politico, e che la durata dei procedimenti ne limita l’efficacia concreta. Ma lo stesso giudice milanese ritiene che il sistema giuridico da solo non basti: è necessario il conflitto, seppur codificato, come lo sciopero.” Su questo punto Piobbichi e Sagnet convergono, sia pure con accenti diversi. Per Piobbichi la legalità “non è sufficiente per fare uscire dalla invisibilità i lavoratori braccianti, anche perché influiscono altri elementi: i processi di razzializzazione e ghettizzazione che lo Stato italiano pratica sistematicamente a partire dal tema abitativo.” Sagnet è più diretto: “Il caporalato non è soltanto un problema di legalità: è un problema di organizzazione del mercato.” Come è evidente dall’attuale indirizzo politico italiano, la legislazione e la sua applicazione rimangono un terreno in cui i rapporti di potere sono decisivi.
Proprio su questo ambito si inserisce ciò che Piobbichi chiama “la politica della ghettizzazione e del confinamento”. La pratica della costruzione di campi riprende, talvolta, “termini che provengono dal nostro mondo: borgo solidale, fattoria sociale, parole usate per costruire nuovi campi che tra qualche anno diventeranno altri ghetti. I regolamenti di queste strutture sono spesso contenitivi e rivelano come lo Stato consideri i lavoratori braccianti più un problema di ordine pubblico che una questione sociale.” Nigro aggiunge una lettura di sistema: “Le politiche sulle migrazioni, nazionali ed europee, perseguono volutamente obiettivi di precarizzazione e irregolarità. L’effetto più immediato è la creazione di ghetti, bacini di manodopera quasi sempre assunta in nero, mentre il Patto europeo su migrazione e asilo, smantellando di fatto il diritto d’asilo, va nella stessa direzione.”
Un tema ricorrente nel dibattito pubblico è il legame tra caporalato e criminalità organizzata. Su questo i nostri interlocutori sono concordi nel smontare una narrazione che ritengono mistificante. Per Piobbichi “la storia che il problema dello sfruttamento nelle campagne sia fatto dalla ‘ndrangheta fa abbastanza ridere. La criminalità organizzata è ovunque, succhia dalla filiera come può, ma il tema centrale rimane come si sono sviluppate le trasformazioni produttive che hanno costruito la fabbrica verde nelle campagne con lavoratori usa e getta inseriti in un meccanismo di precarietà perenne.” Nigro è altrettanto netto: “Fenomeni analoghi li abbiamo in Spagna, Grecia, Inghilterra, Germania, dove le mafie come le conosciamo qui non esistono. La figura del caporale serve a coprire il fatto che i veri sfruttatori sono le aziende: il caporale è di fatto un impiegato dell’azienda, una figura intermedia che nasce dentro la dimensione comunitaria. Senza questa consapevolezza non si giungerà a risultati concreti.” Sagnet completa il quadro: “Sarebbe un errore attribuire tutto alle mafie. Così rischiamo di assolvere il resto della filiera. Lo sfruttamento esiste anche dove la mafia non c’è, quando qualcuno scarica i costi sempre sull’anello più debole.”
Lo sciopero di Nardò aveva aperto uno spiraglio, ma le condizioni strutturali ne hanno limitato la propagazione. Come ricorda Piobbichi, “tutti hanno lavorato per evitare che diventasse una pratica di conflitto estesa. Le organizzazioni sindacali non hanno colto la necessità di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. La CGIL ha lavorato per sussumerlo e neutralizzarne la potenzialità all’interno di un modello concertativo.” Il largo interesse registrato nelle settimane successive è progressivamente scemato, mentre in quegli stessi anni si strutturavano forme più durature di lotta tra lavoratori stranieri nella logistica della Pianura Padana, dove alcuni sindacati di base si andavano consolidando.
Eppure qualcosa è rimasto. Sagnet sottolinea come lo sciopero abbia “rotto un muro di paura: dopo Nardò molti lavoratori hanno capito di non essere soli.” Nigro indica però i limiti di questa eredità: “Vi è una maggiore conoscenza ma di superficie, basata sull’effetto shock delle immagini dei ghetti, come se quella condizione fosse un’eccezione, mentre è lo standard. Si fa finta di non capire che è l’effetto diretto delle politiche su immigrazione e lavoro.” La sfida organizzativa rimane aperta: “In Europa non ci sono sindacati in grado di intercettare l’alta mobilità dei lavoratori migranti. Ogni organizzazione è intrappolata in logiche territoriali modulate sull’organizzazione statale, mentre il mercato del lavoro non tiene conto di questi confini giuridici.”
Piobbichi ricorda infine che i lavoratori non praticano solo lo sciopero, ma anche la fuga da situazioni di sfruttamento: “L’estrema mobilità dei lavoratori migranti è essa stessa una forma di forza. Nella piana di Gioia Tauro i braccianti sono diminuiti negli anni e questo ha prodotto un aumento dei salari. Dobbiamo essere in grado di leggere questi processi e supportarli.”
Mentre il contributo dei migranti meridionali alle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta è ormai celebrato dalla storiografia e dalla memoria collettiva, integrato in una narrazione condivisa di classe e di emancipazione, le lotte dei e delle migranti stranieri sono al più riconosciute come “rivolte”: episodiche, spontanee, prive di un soggetto politico riconoscibile. Una asimmetria che dice molto su chi viene considerato un attore storico e chi invece un problema da gestire. Questa asimmetria si riflette anche nel linguaggio con cui alcuni ricercatori e giornalisti descrivono la condizione lavorativa dei migranti, ricorrendo quasi automaticamente a un repertorio fisso di termini (schiavitù, super-sfruttamento, caporalato, mafia) che ha il vantaggio di evocare indignazione immediata, a scapito di una comprensione del fenomeno. È una scorciatoia analitica che evita di fare i conti con le cause strutturali del regime lavorativo, compresi gli aspetti della riproduzione sociale, e che, soprattutto, tende a restituire i lavoratori migranti come vittime passive, oggetti di tutela o di pietà, mai soggetti. È esattamente quella narrazione vittimistica e pietistica che a Nardò, nell’estate del 2011, fu incrinata. Restituire quella storia nella sua complessità significa anche questo: riconoscere che chi subisce gli aspetti mortiferi della corsa verso il profitto è spesso, allo stesso tempo, capace di nominarlo e di contrastarlo.
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Leggi anche la cronaca in cinque puntate dell’agosto 2011 “Quando migrano le lotte” pubblicata sul nostro sito: [1], [2], [3], [4], [5].
Leggi anche “La normalità a cottimo. Ritornare a Nardò a un anno dallo sciopero” di Devi Sacchetto e Mimmo Perrotta, luglio 2012.