Le conseguenze economiche della Terza Guerra Mondiale – inflazione, crisi energetica e industriale, massiccio drenaggio di risorse pubbliche dirette al riarmo – costituiscono il contesto materiale dentro cui prende forma una profonda intensificazione dello sfruttamento in Europa. Le manovre finanziarie approvate dai vari Stati membri, i regolamenti, le riforme degli ammortizzatori sociali e degli orari di lavoro vanno nella stessa direzione: allungare la giornata lavorativa, ridurre il salario diretto e indiretto, restringere il diritto di sciopero, governare la mobilità della forza lavoro migrante e non, dentro un quadro di crescente coazione al lavoro. Non si tratta di riforme nazionali isolate, ma di articolazioni locali di una più ampia ristrutturazione europea che trova nella guerra e nei sacrifici inevitabili che sembra richiedere l’ambiente ideale in cui ridefinire il rapporto tra capitale e lavoro.
La definizione delle condizioni politiche dello sfruttamento del lavoro vivo appare come lo strumento principale della “grande preparazione” alla guerra, che fornisce la legittimazione ideologica a scelte che rendono più dura, se non impossibile, la vita di tutti coloro che dipendono da un salario, siano essi migranti, donne, precari, operai, persone LGBTQIA+. Essa riorienta produzione, investimenti, ricerca e formazione, imponendo un regime transnazionale del salario contro il quale è necessario cogliere le possibilità di organizzazione della nostra politica femminista, operaia e antirazzista nei termini di una politica transnazionale di pace.
Spremere il lavoro vivo: più tempo, meno salario
La coalizione di governo tedesca guidata da Merz sta introducendo una serie di interventi che puntano ad aumentare sensibilmente la giornata lavorativa. Per ovviare al limite delle otto ore lavorative giornaliere, il governo tedesco ha proposto di aggiornare il calcolo delle ore settimanali, aumentandolo fino a 48 ore coerentemente alle normative europee. In questo modo, si renderebbero possibili giornate lavorative di dieci o anche dodici ore, compensate formalmente da riduzioni negli altri giorni. La flessibilizzazione dell’orario di base, l’intensificazione della pressione su turni e straordinari e i bonus per riportare al lavoro i pensionati delineano la chiara direzione volta a estrarre più lavoro dalla stessa forza lavoro. Quella tedesca non è un’eccezione. Anche in Francia Macron cerca di introdurre da anni una riforma dell’età pensionabile che costringa a lavorare più a lungo donne e uomini. Ora il parlamento sta dibattendo la cancellazione di alcune festività per aumentare i giorni di lavoro, mentre lo scorso novembre il Senato ha prolungato l’orario legale settimanale di 15 minuti, sostenendo che le 12 ore annue risultanti potrebbero generare oltre 10 miliardi di euro tra contributi previdenziali e imposte.
È la Grecia a fare da modello. Nei settori che lavorano a ciclo continuo (24 ore su 24 per sette giorni alla settimana), il governo ha esteso la durata della settimana lavorativa fino a 48 ore aumentando la discrezionalità dei datori di lavoro nella distribuzione dell’orario. La possibilità di introdurre una sesta giornata o di prolungare di due ore quella ordinaria su decisione unilaterale del padrone peggiora una condizione già segnata da straordinari non pagati e da lavoro sommerso. Non si tratta soltanto di far lavorare di più, ma di ridurre ulteriormente il potere contrattuale di lavoratrici e lavoratori che non possono rifiutare l’estensione. In un paese dove l’orario medio è tra i più alti dell’Unione e il salario minimo tra i più bassi, la riforma si combina con la restrizione del diritto di sciopero nel pubblico impiego, l’inasprimento delle sanzioni disciplinari e l’esclusione dei rappresentanti dei lavoratori dagli organi di controllo. Il prolungamento della giornata lavorativa va di pari passo con l’ampliamento del potere padronale.
In maniera simile, in Portogallo, la riforma “Trabalho XXI” estende i casi in cui è possibile ricorrere ai contratti a termine e semplifica i licenziamenti per giusta causa. Anche in questo caso, il tempo di lavoro diventa una variabile decisa esclusivamente dall’impresa, dal momento che la giornata lavorativa può arrivare a dieci ore e la settimana a cinquanta senza alcun riconoscimento degli straordinari. A ciò si aggiunge la restrizione del diritto di sciopero nei settori della cura e l’abrogazione dell’obbligo di dichiarare il lavoro domestico che aveva consentito a migliaia di donne di emergere dal lavoro nero. La definizione del nuovo regime europeo del salario passa dunque anche attraverso l’irrigidimento delle gerarchie patriarcali nella riproduzione sociale.
Ristrutturare il welfare, costringere al lavoro
Il prolungamento della giornata lavorativa coincide con una spinta più esplicita alla coazione al lavoro. Nel pacchetto di riforme attualmente in discussione in Germania è prevista l’introduzione di criteri più restrittivi per beneficiare del Bürgergeld – il reddito minimo sociale che nel 2023 aveva sostituito Hartz IV. Il nuovo sistema di garanzia del reddito riduce la tutela dei risparmi di chi ne fa richiesta, imponendo loro di spremere il più possibile le riserve personali prima di poter accedere al sussidio. Inoltre, chi manca agli appuntamenti di collocamento o rifiuta offerte considerate “congrue” rischia la sospensione o anche la cessazione del sussidio, compresi i contributi per affitto e riscaldamento. Parallelamente, la mancata piena indicizzazione del sussidio all’inflazione ne riduce progressivamente il potere d’acquisto, spingendo ad accettare impieghi a condizioni salariali sempre peggiori.
Il governo Meloni, in Italia, ha anticipato questa traiettoria abolendo il reddito di cittadinanza fin dall’inizio del mandato. Senza altre eclatanti riforme, l’estrema destra italiana manovra sordidamente. Non è sempre necessario allungare legislativamente la giornata lavorativa per ottenere lo stesso risultato: la detassazione degli straordinari, dei premi di produttività e dei trattamenti accessori sono tutte misure che già da sole incentivano l’aumento di ore lavorate come unica via per recuperare potere d’acquisto di salari erosi dall’inflazione e che in Italia non aumentano da decenni. Su un lavoro sempre più impoverito, e in misura maggiore sulle donne, si scaricano i costi delle prestazioni sociali – sanità, istruzione, cura – mentre alle imprese vengono garantiti incentivi, sgravi e strumenti per gestire in modo più flessibile e frammentato la forza lavoro.
Non si tratta di un ritorno all’austerità post-2008. La stretta sulla protezione sociale si inserisce in un contesto di guerra segnato da crisi energetica e industriale, transizioni incerte e crescente centralità della spesa militare. Senza prefigurare una riconversione generalizzata dal civile al militare, questo scenario costituisce comunque il terreno su cui la ricerca di maggiori profitti si realizza attraverso un attacco a lavoratori e lavoratrici, che presenta l’intensificazione dei ritmi e l’aumento dei carichi di lavoro, così come l’eventuale dismissione di impianti e i processi di automazione come inevitabili e incontestabili. È questo rapporto di forza che chiamiamo regime del salario, la cui dimensione transnazionale si mostra chiaramente nell’Europa in guerra. Ciò che conta non è il contenimento della spesa in termini assoluti, tanto che essa continua ad aumentare finanziando extraprofitti di imprese come quelle farmaceutiche, ma la garanzia politica che non ci saranno più condizioni di welfare, salario e diritti che potrebbero consentire a milioni di donne e uomini di sottrarsi alla coazione del lavoro.
Governo della mobilità transnazionale
In questa cornice si colloca anche il recente tentativo europeo di dare una svolta drastica al governo della mobilità. Se il salario comanda sempre più tempo da mettere al lavoro e intensifica la coazione ad accettare impieghi sempre peggiori, la politica europea delle migrazioni ne è oggi un ingranaggio decisivo. Il nuovo patto su migrazione e asilo UE vorrebbe costruire un dispositivo di selezione e punizione che produce illegalità, turnover forzato e disponibilità al lavoro a qualunque condizione. Da un lato, l’Unione Europea normalizza una logistica delle deportazioni ampliando la lista comune dei “paesi sicuri” e apre alla possibilità di spedire richiedenti asilo in un “paese terzo sicuro” anche senza legami o transito. Espulsione e trattenimento sono così una funzione sempre più stabile del governo europeo dei confini. Dall’altro lato, proprio questa minaccia permanente regge un ricatto quotidiano fatto di permessi sempre più fragili, ricongiungimenti ostacolati, attese amministrative infinite e revoche che ributtano le e i migranti nell’irregolarità, alimentando un serbatoio di forza lavoro che si vorrebbe pronta e disponibile nonché esclusa da quanto resta di welfare e prestazioni sociali. L’obiettivo è regolare questo serbatoio a un livello ottimale alle esigenze di chi chiede profitto, sicurezza e non vuole pesi sulla spesa pubblica.
In questo contesto, il razzismo istituzionale diventa uno strumento di ulteriore compressione del salario (diretto e indiretto) per tutte e per tutti, perché segmenta la forza lavoro, produce e riproduce gerarchie interne, e rende più difficile organizzarsi contro l’intensificazione dello sfruttamento e del militarismo. La guerra è perciò uno strumento che accelera e inasprisce processi già in corso, legittimando interventi che in altri momenti avrebbero incontrato ostacoli maggiori.
Organizzarsi nell’Europa in guerra
Con differenti mezzi, espressioni e forme organizzative, negli ultimi mesi ci sono stati momenti di sciopero che hanno minacciato l’ordine dell’Europa in guerra. Il grande sciopero generale in Portogallo, le mobilitazioni studentesche in Serbia e lo sciopero di studenti e studentesse contro la reintroduzione della leva volontaria in Germania, gli scioperi generali in Grecia e in Francia, la crescita di reti transnazionali tra i lavoratori portuali, le sollevazioni in Bulgaria e Slovacchia, gli scioperi avvenuti lo scorso autunno in Italia contro il genocidio in Palestina. Si tratta di tracce di un’insubordinazione diffusa ma frammentata contro i modi in cui la guerra, oltre a produrre morte e distruzione, inasprisce le condizioni di vita e di lavoro di milioni di lavoratori e lavoratrici in Europa. L’estensione della giornata lavorativa, la contrazione del welfare, l’irrigidimento delle norme che spingono a lavorare a qualsiasi prezzo, così come i tentativi nazionali ed europei di governare la mobilità, assieme alla forte repressione in nome della sicurezza, ci pone di fronte alla domanda: come organizzarci contro la guerra in queste mutate condizioni e come costruire percorsi di comunicazione transnazionale tra chi quotidianamente lotta contro il regime del salario nell’Europa in guerra? Occorre quindi misurarsi fino in fondo con le difficoltà che questo inasprimento del comando sul lavoro vivo pone alla nostra organizzazione, ma anche con la possibilità di far valere una forza transnazionale di fronte a processi che hanno traiettorie e sfide comuni in tutta Europa. È a partire da queste difficoltà e da queste possibilità che nasce l’esigenza di costruire momenti di discussione come l’incontro “Europe at War” della Transnational Social Strike Platform che si terrà il prossimo 28 febbraio 2026 a Colonia, in Germania. Sabato prossimo si incontreranno lavoratrici e lavoratori, attiviste e attivisti di collettivi transfemministi e antirazzisti, sindacalisti di base e di settore, reti antimilitariste e realtà ecologiste, provenienti da diversi paesi europei e non solo. L’incontro di Colonia è il primo di una serie di momenti di confronto, per discutere di come organizzarsi per fare un passo avanti dentro questa fase, contro il nuovo regime del salario dell’Europa in guerra. Se la guerra ristruttura in modo transnazionale il comando sul lavoro e sulla società, anche la nostra opposizione deve misurarsi su quel livello. Non abbiamo soluzioni già pronte, ma sappiamo che senza organizzazione comune, oltre i confini, resteremo schiacciati dentro le gerarchie che l’Europa in guerra sta costruendo attorno a noi.