Ripubblichiamo l’introduzione del libro Nell’ecosistema dei saperi. Ricerca, istruzione, guerra (DeriveApprodi, 2026)a cura del Laboratorio Saperi Insubordinati, uno spazio di discussione e iniziativa di cui fanno parte lavoratrici e lavoratori della ricerca e dell’istruzione che si oppongono alla ristrutturazione dell’università e della scuola italiane nel contesto attuale di guerra mondiale. L’opuscolo nasce da una riflessione di un collettivo che non si esaurisce nell’insieme degli autori e delle autrici che firmano i singoli capitoli, e individua alcuni punti attraverso cui fare dell’università e della scuola un terreno di conflitto e iniziativa politica: i meccanismi di finanziamento e comando sulla ricerca, le condizioni di lavoro, l’esplosione delle telematiche e le trasformazioni che investono la scuola e l’istruzione di fronte alle recenti riforme e disegni di legge del governo Meloni. Individuare questi punti è un primo passo di un’iniziativa che resta da costruire collettivamente. Se sei interessat* a saperne di più o vuoi organizzare una discussione del libro, contatta il Laboratorio alla mail laboratoriosaperiinsubordinati@gmail.com o alla pagina Instagram @lab.saperinsubordinati.
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Il Laboratorio Saperi Insubordinati nasce come spazio di riflessione, discussione e iniziativa contro il nesso sempre più stringente tra guerra, mercato e saperi. Oltre che da coloro che firmano i singoli capitoli, il Laboratorio è composto da un collettivo più ampio di persone che ha condiviso il processo di riflessione che ha portato alla scrittura di questo opuscolo. L’ipotesi che lo anima è che la produzione, la trasmissione e la valorizzazione dei saperi – dunque le nostre condizioni di vita, lavoro e studio dentro e fuori le università e le scuole – siano determinate dall’attuale riconfigurazione dei processi capitalistici nel contesto di guerra e militarismo in cui siamo immersi da più di quattro anni.
Siamo lavoratrici e lavoratori della ricerca, insegnanti con contratti stabili o precari e tra il 2024 e il 2025 abbiamo partecipato attivamente e in diverse città italiane al processo organizzativo delle Assemblee precarie universitarie. Quel percorso, pur nella sua eterogeneità di pratiche e composizione, è riuscito a darsi un coordinamento nazionale, a coinvolgere centinaia di lavoratrici e lavoratori della ricerca in assemblee nazionali, presidi e discussioni, culminando in una giornata di sciopero «contro tagli, guerra e precarietà» nel maggio del 2025. In alcuni casi, grazie a un radicamento territoriale più forte e a governance di atenei o dipartimenti disposte al confronto, mozioni e richieste specifiche, a difesa degli interessi della categoria, sono state accolte. Nel complesso, però, non siamo riusciti a incidere né sulle politiche nazionali né sul modo in cui esse si sono riversate sulle forme contrattuali di chi fa ricerca, sui budget dei dipartimenti, sulla distribuzione dei punti organico, sull’espulsione di molti e molte precarie dopo la fine della bolla di fondi a progetto erogati tramite il PNRR. In quell’ambito, tuttavia, è stato possibile per la prima volta dopo tanto tempo porsi il problema di come mettere in comunicazione figure del lavoro di ricerca frammentate sul piano contrattuale, e di come affrontare alcuni problemi che per noi restano urgenti e inaggirabili: l’intreccio tra politiche di guerra e militarismo da un lato e comando sulla scienza e sulla produzione di sapere dall’altro; le condizioni salariali di chi lavora nelle università; il dialogo politicamente fertile tra chi è coinvolto nelle discipline STEM e chi lavora nelle Humanities; la costruzione e la pratica dello sciopero da parte di chi lavora e studia in università, a tutti i livelli (Assemblee precarie universitarie 2025). Ognuno di questi problemi ha suscitato altrettante ipotesi organizzative, ma pensiamo che le difficoltà incontrate in particolare nel rifiutare l’intreccio di guerra, militarismo e sfruttamento richiedano uno sforzo di riflessione collettiva ulteriore. Questo opuscolo non ha perciò la pretesa di fornire soluzioni univoche, ma di offrire un contributo per tenere aperto un campo di riflessione e iniziativa su un terreno specifico, la cui rilevanza va però molto oltre le mura scolastiche e i dipartimenti universitari.
La guerra mondiale in cui ci troviamo sta incidendo in profondità sulle forme materiali e ideologiche della produzione e trasmissione dei saperi, sulle condizioni della ricerca scientifica dentro e fuori le istituzioni accademiche, e sull’integrazione sempre più stretta tra scuole, università e mercato. Nel corso degli ultimi tre decenni, una lunga serie di riforme neoliberali, in Italia e non solo, ha prodotto le condizioni per l’ingresso di capitali privati al cuore del funzionamento delle scuole e dell’università. Questa non è una novità. Come dimostrano la presenza crescente in tutto il mondo di ricerche finanziate con fondi esterni o, guardando alla scuola italiana, l’alternanza scuola-lavoro, il risultato è stato l’aumento nel tempo di un potere di indirizzo pubblico-privato tanto sui contenuti della ricerca scientifica quanto sui tempi e sugli obiettivi dell’educazione scolastica. Oggi i processi produttivi e industriali su scala transnazionale sono riconfigurati da un’intensa competizione tra Stati e capitali per il controllo e il profitto su risorse e tecnologie strategiche. L’insieme di questi processi disordinati e violenti determina il grado di novità del comando attuale sulle condizioni di lavoro e di studio di milioni di persone.
La ricerca e l’istruzione non sono semplicemente sotto attacco o impoverite. Quello che sta cambiando è il modo in cui sono messe al servizio di capitale e Stati. Guardata dal punto di vista della ricerca scientifica, questa riconfigurazione emerge con chiarezza dalla trasformazione che ha investito il concetto di dual use, il quale ora, per accedere a schemi di finanziamento competitivi come quelli Horizon, dovrà essere incluso by design in qualsiasi proposta di ricerca. A cadere è la duplice destinazione in quanto tale, perché ogni progetto di ricerca dovrà d’ora in poi prevedere un potenziale applicativo generale, senza distinzioni d’uso. Quello che in questo opuscolo abbiamo deciso di chiamare «ecosistema dei saperi» è allora il tentativo di integrare strutturalmente saperi e figure del lavoro intellettuale differenti per la valorizzazione del capitale. L’ecosistema dei saperi è per noi il nome di una sempre più stretta connessione tra industria, università, formazione, centri di ricerca e comparto militare che non ha nulla di naturale e di cui è necessario perciò individuare i possibili punti di rottura, se vogliamo organizzarci contro il comando e lo sfruttamento che in questo ecosistema trovano nuova legittimazione.
Riconoscere che ci troviamo all’interno di un ecosistema dei saperi ha un impatto sulle ipotesi organizzative che possiamo mettere in campo per rifiutare il nesso tra sapere, mercato e guerra. Se è vero infatti che la ricerca continua a essere misurata in prodotti, la formazione in qualifiche e il sapere in competenze, se è vero che il merito e la competizione continuano a funzionare, come da decenni, da etichette utili a naturalizzare la precarietà di chi lavora nella scuola e nelle università, va però registrato che oggi il rapporto tra saperi e mercato è indirizzato e reso socialmente cogente dalla guerra e dai suoi imperativi militaristi. Sono infatti questi imperativi a determinare il contenuto delle cosiddette societal challenges individuate da Stati e capitale, che catturano fin dal principio i saperi in un orizzonte determinato di problemi e potenziali applicativi. Come proviamo a fare emergere nei capitoli sul comando e sul lavoro nella ricerca, così come in quello sull’esplosione delle università telematiche, riconoscere nell’ecosistema la forma capitalistica contemporanea della produzione e trasmissione dei saperi ci porta a prendere in considerazione non solo il compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche in questo processo, ma anche che il lavoro di ricerca non detiene alcun carattere eccezionale rispetto al tessuto della produzione e riproduzione sociale in cui è immerso.
Un discorso simile vale d’altra parte anche per l’istruzione: nei due capitoli che discutono le più recenti riforme e i disegni di legge varati o proposti in Italia, proviamo a inquadrare la scuola all’interno della più ampia ristrutturazione del mercato e dell’ideologia militarista che la sostiene. La trasformazione della forza lavoro e delle competenze richieste dai processi produttivi, insieme all’impoverimento delle condizioni materiali e all’abbassamento delle aspettative di studenti, studentesse e personale scolastico, vanno di pari passo con l’ingresso della guerra in classe. La nozione stessa di «competenza» ha per noi un significato particolare: che sia applicata all’ambito della ricerca o a quello della formazione, all’acquisizione di competenze per perseguire fini specifici – tasks, missions, goals – è assegnato un ruolo talmente importante da finire per determinare il carattere stesso del sapere valorizzato nel mercato. Un «sapere medio» in larga misura già sedimentato nella società prima ancora di essere certificato come competenza e che è costantemente catturato dalle diverse esigenze produttive. Un sapere trasversale che è tanto più valorizzato quanto meno si fissa in un contenuto determinato. Questo processo risulta visibile sia quando competenze informatiche generiche, acquisite fuori da qualsiasi percorso istituzionale, diventano sufficienti a operare macchinari industriali tecnologicamente avanzati indifferentemente dal settore produttivo in cui vengono impiegate, sia quando la specializzazione del lavoro di ricerca deve convivere con – ed è anzi resa possibile da – la capacità di adattarsi a contesti e problemi variegati, una condizione necessaria richiesta dai bandi competitivi su cui si fondano i meccanismi di finanziamento della ricerca. Questo sapere adattabile e convertibile, che definiamo appunto sapere medio, ha fatto perciò i conti con la forma generalmente precaria del lavoro contemporaneo, chiamato a muoversi tra esigenze di riqualificazione costante, alta specializzazione su frammenti dei processi produttivi e possesso di competenze trasversali. Come dimostra l’esplosione delle università telematiche, che nell’ecosistema dei saperi giocano un ruolo fondamentale, siamo di fronte a un modello che pretende di valorizzare al massimo l’esaurimento di qualsiasi promessa di mobilità sociale che a un certo punto era stata veicolata dalle istituzioni statali della ricerca e dell’istruzione, integrando strutturalmente il capitale privato nei processi transnazionali di produzione e trasmissione dei saperi.

In questo opuscolo non sosteniamo che guerra e militarismo possano essere sempre considerati la causa diretta di riforme come per esempio quella sul pre-ruolo universitario, sull’educazione sessuo-affettiva a firma Valditara o sull’integrazione tra scuola e lavoro. Eppure, nel contesto attuale queste riforme finiscono per assumere una funzione specifica dettata dalla logica del militarismo, ovvero dall’ideologia che da anni porta la guerra ben oltre i campi di battaglia in cui è combattuta. Il militarismo è cioè il discorso che sostiene l’inevitabilità della guerra, effettiva o potenziale, e che a tal fine riattiva continuamente principi di ordine, gerarchia e autorità da far valere in ogni ambito della società (∫connessioni precarie 2025). In questo modo, il militarismo amplifica il rumore delle armi garantendo ai governi nazionali e all’Unione Europea gli argomenti per giustificare la promozione di saperi orientati fin da principio all’applicazione potenziale ai diversi problemi che potrebbero insorgere nel mercato mondiale: dalla dotazione di nuove tecnologie, all’intensificazione della produzione industriale in specifici settori, fino alla capacità di sfruttare nuove e vecchie risorse in uno scenario di intensa competizione internazionale.
Per farsi un’idea di questo contenuto politico della riconfigurazione ecosistemica del rapporto tra sapere, mercato e guerra basta recuperare le parole utilizzate dal Ministro della Difesa Crosetto al Defense summit del 2025, quando ha auspicato la creazione di un «ecosistema integrato in cui industria, università, centri di ricerca e difesa lavorino in sinergia» (Ministero della Difesa 2025). Per promuoverlo, Crosetto ha prontamente fondato il Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della difesa, incaricato di diffondere il verbo secondo cui gli investimenti in ricerca e sviluppo in ambito militare avvantaggerebbero l’intero paese. Il medesimo indirizzo appare evidente anche dall’inaugurazione presso il Tecnopolo di Bologna, nel giugno del 2026, dell’Iqm Radiance 54, il primo calcolatore quantistico di Cineca, il consorzio interuniversitario italiano. Si tratta di un sistema che dovrebbe consentire applicazioni all’avanguardia nei campi della simulazione e dell’apprendimento automatico a favore non solo della comunità scientifica, ma delle imprese italiane ed europee. Parallelamente, sempre presso il Tecnopolo di Bologna sono stati presentati altri tre supercomputer che insieme, nelle parole del presidente di Cineca, Francesco Ubertini, realizzano «un ecosistema integrato basato sul supercomputer Leonardo», finalizzato all’allineamento di «investimenti e competenze per rafforzare la sovranità tecnologica europea e consentire una nuova generazione di risorse all’avanguardia per la ricerca e l’innovazione». Presente alla cerimonia di inaugurazione, la ministra Anna Maria Bernini si è vantata degli investimenti, italiani ed europei, per un’infrastruttura della ricerca che sia «moderna e competitiva», utile ad affrontare le difficili sfide del mondo contemporaneo, specialmente quelle «scientifiche, tecnologiche ed economiche» (Ministero dell’Università e della Ricerca 2026a). Mentre piattaforme, software di elaborazione di dati e supercomputer si occupano di connettere materialmente diversi centri di ricerca, istituzioni e imprese a livello globale, vengono quindi sdoganati discorsi e proposte politiche in cui la commistione di pubblico e privato è acquisita come un fatto di cui guerra e militarismo possono raccogliere i frutti.
Se l’integrazione ecosistemica dei saperi dovrebbe veicolare l’immagine di un ordine naturalmente capace di autoregolarsi, di valorizzare la cooperazione delle proprie parti per il benessere generale (Proietti 2025; Do 2025), nella realtà che abbiamo di fronte guerra e militarismo impongono le proprie istanze parziali spingendo Stati e attori internazionali a esercitare un potere di indirizzo sui fini e sulla composizione di questi stessi ecosistemi. L’esito è duplice. Da un lato, si assiste al compiuto spiazzamento del ruolo delle università pubbliche nella produzione di sapere – basti pensare agli algoritmi di intelligenza artificiale, o alle tecnologie per la raccolta, gestione e valorizzazione dei dati, tutte innovazioni sviluppate in ambito privato, con la collaborazione infrastrutturale delle università pubbliche, e poi vendute a quelle stesse istituzioni sotto licenza a pagamento (Pacchioni 2025). Dall’altro, si osserva la tendenza di molti governi nazionali a delegittimare alcuni studi e approcci critici – gender studies, climate studies, critical race theory – e a sdoganare visioni nazionaliste ed eurocentriche della storia – come dimostrano le Indicazioni nazionali Valditara in merito – perché l’unico sapere che conta è quello applicabile alla risoluzione di problemi, non alla loro interrogazione critica. Se il definanziamento statale di università, scuole e centri di ricerca pubblici è il presupposto materiale della specifica integrazione tra sapere e mercato contemporanea, l’aperta delegittimazione di quei campi di studio che fino a pochi anni fa erano invece persino incentivati (anche se in una prospettiva di neutralizzazione istituzionale del loro portato critico e sovversivo) è una parte significativa della forma contemporanea del governo della scienza.
Con le dovute differenze, queste tendenze si mostrano ovunque l’ideologia militarista operi per arruolare le istituzioni e sovrascrivere i rapporti sociali. Come dichiarato a più riprese dallo Science and Technology Advisor di Trump, Michael Kratsios, l’obiettivo dei tagli ai fondi federali dell’amministrazione statunitense è quello di smantellare il sistema di governance universitaria prodotto dalla Seconda guerra mondiale e dalla Guerra fredda, fondato su una ricerca di base promossa e coordinata da agenzie e fondi federali, per dar spazio invece a un modello che lascia ai privati il compito di indirizzare, condurre e supervisionare la ricerca e al mercato di definire la destinazione d’uso di scienza e tecnologia. Allo Stato resta l’onere di presidiare, in maniera più o meno coattiva, i confini che la ricerca scientifica non può eccedere: i confini, cioè, delle «mode intellettuali» che per l’amministrazione Trump rischiano di diffondere l’idea che lo Stato debba farsi carico di mitigare le gerarchie prodotte dai rapporti sociali. Precise strategie di indirizzo politico hanno quindi il compito di rendere cogente la forma applicativa e tecnologica del sapere legittimo, la cui produzione è premiata dal mercato. Insomma, a essere esposta in tutta la sua normatività è la logica per cui ai saperi è affidato il compito di risolvere i problemi e le sfide che il mercato produce: questo e nessun altro è lo spazio dell’innovazione accettata.
Da questa parte dell’oceano, la governance del dual use by design promossa dall’Unione Europea risulta non meno normativa sui contenuti della scienza e sul lavoro di ricercatori e ricercatrici. La naturalizzazione del duplice uso della ricerca in funzione dell’integrazione di guerra, saperi e mercato richiede l’accettazione del modello di società che si pretende di istituire. Come negli Stati Uniti, anche in Europa queste trasformazioni si nutrono infatti di una retorica che, nel denunciare il carattere ideologico di ampie porzioni di sapere accademico, mira a sostenere una ridefinizione radicale delle forme e della portata dell’investimento pubblico in ricerca e formazione.
Così, l’ecosistema dei saperi è il nome di un progetto di comando e indirizzo politico per la valorizzazione del capitale e la tenuta delle gerarchie sociali in tempo di guerra. Dentro questa cornice non ci sembra sufficiente denunciare il sottofinanziamento del comparto pubblico-statale della ricerca e dell’istruzione, né organizzare ricercatori e ricercatrici precarie come se la precarietà non fosse la forma generalizzata dello sfruttamento del lavoro. Anche loro sono immersi nel tessuto sociale della produzione, mentre il militarismo sempre più appare come un contenuto ideologico strutturale del funzionamento e del ruolo sociale delle istituzioni della ricerca, siano esse pubbliche o private. Per questo motivo, anche se l’indirizzo dual use della ricerca scientifica e gli accordi tra università e imprese coinvolte nella produzione di armi o nella militarizzazione dei confini devono essere contrastati ovunque sia possibile (Lancione 2023), essi non possono essere affrontati come casi singoli. L’ecosistema dei saperi pone infatti il rapporto tra guerra, ricerca e capitale su una scala diversa da quella su cui è stato fin qui affrontato dai movimenti dentro le scuole e le università.
L’integrazione tra scuola e lavoro perseguita negli ultimi anni con tenacia da tutti i governi, non solo italiani, lascia d’altra parte intravedere il modello di una società diseguale che continua ad avvalersi del lessico ammaliante dell’autovalorizzazione neoliberale, fatta di competenze trasversali e soft skills. Come confermano la presenza sempre più estesa di grandi aziende come Leonardo nella gestione dei servizi legati alla formazione scuola-lavoro, l’assegnazione alle forze dell’ordine dei corsi di educazione civica, ma anche le Indicazioni nazionali per la scuola primaria e secondaria, il contenuto militarista e nazionalista della proposta formativa inserisce la scuola, sia sul piano materiale sia su quello ideologico, nell’ecosistema dei saperi dentro e contro il quale vogliamo organizzarci. La scuola ne fa parte in quanto a tutti i livelli essa è sempre più pensata come uno spazio in cui non solo pubblico e privato sono immancabilmente connessi, ma in cui il secondo guadagna legittimazione anche contro qualsiasi orizzonte universalistico di emancipazione tramite la conoscenza e il sapere. La nostra iniziativa è quindi chiamata a porsi il problema che solo l’accumulazione di una forza che ancora non abbiamo potrà evitare che l’ecosistema dei saperi si affermi come forma stabile e duratura del comando sulle condizioni di vita, lavoro, ricerca e studio di milioni di persone. Aprire uno spazio di analisi e confronto sulle trasformazioni che stanno investendo scuole e università è per noi importante proprio per dotarci di parole e strumenti nuovi all’altezza di un compito che sembra altrimenti immane. Crediamo che riconoscere l’integrazione di istruzione, lavoro, ricerca e militarismo perseguita da Stati e capitale sia indispensabile per individuare i punti di rottura a partire dai quali cambiarla di segno. Pensiamo che un primo passo sia quello di mettere in comunicazione figure che occupano posizioni apparentemente frammentate, distinte e distanti nelle università, nelle scuole, nelle aziende e nei centri di ricerca, ma che sono già messe al servizio della produzione, trasmissione e valorizzazione capitalistica del sapere in un medesimo ecosistema di cui abbiamo l’ambizione di sovvertire i contenuti e gli indirizzi attuali. Le nostre lotte stanno già avvenendo dentro l’ecosistema dei saperi perché è al suo interno che si definiscono le attuali condizioni di lavoro e di studio che viviamo. Negli anni scorsi abbiamo sbattuto contro la dura realtà del fatto che nessun sindacato può prendere il posto della nostra organizzazione autonoma, ma abbiamo anche riconosciuto che lo sciopero può ancora essere lo strumento per dare voce alle pretese di lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse di non subire gli effetti di guerra, precarietà e sfruttamento. Per riuscirci vogliamo aprire un campo di sperimentazione collettiva su come coltivare saperi insubordinati contro una società gerarchica e proiettata verso la guerra. Saperi, cioè, che prendano di mira i meccanismi di integrazione ecosistemica tra scuola e impresa, tra università e ricerca privata, tra formazione, riqualificazione e sfruttamento per farne altrettanti terreni di contesa e organizzazione politica.