∫connessioni precarie

La logistica (impossibile) delle deportazioni e la libertà dei migranti in Tunisia

Intervista a un ricercatore

La situazione dei migranti sub-sahariani in Tunisia si accompagna sempre di più a una feroce violenza razzista alimentata dalla crisi economica e dagli accordi firmati con i paesi europei. Gli effetti di questa crociata contro donne e uomini migranti si inseriscono all’interno della logica di guerra europea, che sempre più rinsalda razzismo e nazionalismo, e sono ben visibili ancor prima della traversata del Mediterraneo. Mentre supporta attivamente la guerra, l’UE cerca di farne ricadere le conseguenze sui migranti, e rafforza gli accordi di esternalizzazione delle frontiere, delegando la gestione e il respingimento di migranti a governi sempre più autoritari. A novembre la Guardia Costiera tunisina ha speronato una barca di migranti che cercavano di attraversare il Mediterraneo, provocando la morte di 52 persone.

La strategia italiana ed europea non è nuova, e la Commissione europea prevede di aggiungere alla lista dei paesi considerati sicuri anche la Tunisia e l’Egitto (con il quale ha stretto un accordo a seguito dell’intensificarsi del genocidio a Gaza, e dei bombardamenti in Libano e Giordania, per prevenire flussi migratori verso l’Europa). Il controllo delle partenze da parte del governo tunisino diventa sempre più violento (complice il Memorandum del 2023 con l’UE) e nel frattempo il progressivo smantellamento delle istituzioni democratiche è culminato recentemente in detenzioni e arresti arbitrari contro dissidenti del regime, mentre i civili definiti “cospiratori” sono stati mandati a processo in tribunali militari, ricevendo condanne fino a 66 anni di carcere.

Le politiche razziste e nazionaliste del governo di Saied trovano un bersaglio semplice nelle migliaia di donne e uomini subsahariani che arrivano in Tunisia sperando di partire verso l’Europa. In questo “paese sicuro” la deportazione di centinaia di migranti nel deserto e la loro compravendita diventano pratiche sempre più diffuse e incentivate da entrambi i governi di Libia e Tunisia. A gennaio la pubblicazione del report State Trafficking ha raccolto circa 30 testimonianze di migranti subsahariani arrestati e venduti a ufficiali libici per essere poi detenuti e sfruttati all’interno dei campi e delle prigioni in Libia. Ad essere criminalizzata non è soltanto la presenza di donne e uomini subsahariani – quotidianamente attaccati dal governo e dal razzismo capillare – ma anche l’attività di associazioni che cercano di portare avanti una solidarietà che è ormai difficile praticare, e che in quanto offrono aiuto a migranti “troppo neri” vengono considerate una minaccia per lo Stato.

In questa intervista, un ricercatore che sta lavorando in Tunisia e che ha deciso di rimanere anonimo proprio per via della criminalizzazione di qualsiasi attività nazionale e internazionale che riguardi i migranti sub-sahariani, ci racconta qual è la situazione attuale, e come le deportazioni e i controlli da parte del governo tunisino stiano rafforzando un attacco senza precedenti al movimento di donne e uomini migranti. Nelle ultime settimane centinaia di donne e uomini subsahariani che lavorano e vivono negli uliveti vicino a Sfax hanno protestato contro le deportazioni e le violenze del governo tunisino. Se da un lato i tentativi dei governi di fermare il movimento di centinaia di migliaia di migranti si fanno sempre più violenti, sappiamo che proprio questo movimento continua a riaffermare il rifiuto delle gerarchie razziste rafforzate dalla guerra.

***

Abbiamo letto che negli ultimi mesi i controlli sui movimenti dei migranti sono stati inaspriti sempre di più e che ci sono stati anche diversi attacchi da parte della guardia costiera tunisina contro alcune imbarcazioni di migranti. Nel frattempo la Tunisia viene considerata dal governo italiano ed europeo un paese sicuro per i rimpatri di donne e uomini migranti. Qual è al momento la situazione in Tunisia, in generale, e soprattutto per quanto riguarda i controlli sulle partenze?

In Tunisia c’è stata una svolta autoritaria più o meno a partire dal 2019 quando Saied ha vinto le elezioni. Nel 2021 ha congelato il parlamento, licenziato il primo ministro e messo sotto controllo la magistratura. Tutto questo va di pari passo con l’inasprimento dei controlli sui migranti. Dal 2021 infatti sono aumentate molto le partenze dalla Tunisia che dal 2023 è diventato il primo porto per le partenze, superando la Libia. Da quel momento l’Unione Europea, e in particolare l’Italia, hanno promosso politiche di esternalizzazione delle frontiere anche in Tunisia, con pesanti ripercussioni su chi cerca di partire. A livello nazionale, Saied cerca di portare avanti una retorica populista per legittimare gli accordi con l’UE. A febbraio 2023 ha fatto un discorso in cui ha attaccato pesantemente i migranti, parlando di come la Tunisia stesse vivendo un tentativo di sostituzione demografica e sostituzione etnica. Insomma, va a braccetto con tutti i discorsi populisti e sovranisti europei che servono anche a Saied per creare consenso interno.

Allo stesso tempo il memorandum firmato con l’UE nel 2023 ha portato alla Tunisia diversi finanziamenti, che hanno avuto un ruolo importante perché la Tunisia arriva da un periodo di forte crisi economica che ha avuto conseguenze pesanti sui diritti umani in particolare dei migranti neri che arrivano qui. La violenza nei respingimenti via mare è aumentata esponenzialmente, sono in corso deportazioni continue di migranti neri dalla Tunisia verso il confine con Libia e Algeria. Molte persone vengono arrestate e portate lì, oppure abbandonate nel deserto e ci sono sempre più testimonianze che parlano di vendite al confine con la Libia, di scambi tra autorità tunisine e autorità libiche.

Dal discorso di febbraio 2023, il razzismo istituzionale ha sdoganato sempre di più comportamenti razzisti e xenofobi contro i migranti neri anche da parte dei tunisini. In particolare negli accampamenti informali e nei campi dove i neri di solito lavorano e raccolgono le olive. Lì vengono attaccati sempre più spesso. Quando ero lì, un militante sudanese è stato ammazzato a bruciapelo da un tunisino con la pistola. Ormai la Tunisia è diventato un paese ostile per i migranti neri. Se sei nero in Tunisia è difficile vivere e sopravvivere. Molte persone non escono di casa o escono solo per andare a lavorare perché temono di essere arrestate per strada mentre camminano.

Lo spirito della rivoluzione del 2011 è stato completamente ribaltato e la Tunisia è ormai un paese pericoloso e c’è un forte attacco anche alla libertà di espressione in particolare per quanto riguarda la questione migrazione. Ricercatori, attivisti, giornalisti tunisini ed europei vengono messi sotto controllo e arrestati. A metà ottobre è stato arrestato un dottorando francese che stava facendo ricerca sulle traiettorie socio-professionali dei giovani tunisini che hanno partecipato alla rivoluzione, quindi su qualcosa che non riguardava direttamente il tema dei migranti. Mi sembra che ci sia un chiaro tentativo di diffondere paura e creare un clima di deterrenza contro tutti i solidali e devo dire che sta riuscendo.

In che modo ti sembra che sia cambiata concretamente la vita di donne e uomini subsahariani dopo il 2023 e quindi dopo il discorso di Saied e la conclusione del Memorandum con l’UE?

Le politiche razziste di Saied hanno progressivamente espulso i migranti subsahariani dai centri urbani. Molti dei migranti subsahariani che abbiamo incontrato adesso vivono nella zona degli uliveti e nelle campagne, o nei villaggi della costa vicino a Sfax. Ci sono più di 40mila persone accampate intorno a questi villaggi, tutte in attesa di partire. Ovviamente vivono in condizioni estremamente precarie, all’aperto o in accampamenti di fortuna, non hanno alcun aiuto o supporto umanitario e le condizioni igieniche sono pessime. La polizia ha cominciato a entrare sempre più spesso in questi accampamenti, a rastrellare e a deportare persone. Prima riuscivano a stare a Sfax, magari si sistemavano nelle periferie di Tunisi, ma negli spazi urbani essere nero e camminare per strada ti espone a una serie di pericoli che non sono solo attacchi razzisti ma soprattutto arresti, carcere o anche deportazioni.

Ci sono delle zone specifiche in cui si concentra una vera e propria logistica della deportazione. Uomini e donne migranti vengono caricati su autobus e portati in Libia o Algeria. Le campagne di deportazione non sono fatte solo dalla Tunisia, ma anche dal Marocco, dalla Mauritania e dall’Algeria. Nel caso della Tunisia però ci sono sempre più testimonianze di persone che vengono vendute ai libici. Spesso si tratta di deportazioni che non vengono fatte alla luce del sole. I migranti vengono radunati, soprattutto in zone militari e non accessibili, al sicuro dagli occhi indiscreti di giornalisti, militanti tunisini e internazionali. Si tratta di deportazioni che avvengono in una situazione di opacità ma che sono quasi regolarizzate.

Nel rapporto State Trafficking che abbiamo pubblicato qualche mese fa abbiamo raccolto tantissime testimonianze che parlano di come le deportazioni non siano frutto di gesti sporadici che riguardano alcuni ufficiali corrotti della Guard National tunisina. Fanno parte di una catena logistica strutturata che riguarda centinaia e forse migliaia di persone che sono state catturate, arrestate, trasportate al confine con la Libia e vendute da persone in uniforme ad altri militari per alimentare l’economia dei sequestri e delle estorsioni all’interno dei campi e dei lager libici. Rispetto a queste dinamiche, quando non c’è ignoranza, c’è una generale indifferenza. Si tratta di processi, di episodi di razzismo direttamente collegati ai discorsi istituzionali di Saied, e che sono conseguenza dell’esternalizzazione dei confini, specialmente se questi vengono riprodotti all’interno di un ambiente legato anche a una storia di schiavismo e di tratta che storicamente ha interessato il Nordafrica. In un certo senso, l’esternalizzazione dei confini e il razzismo trovano terreno fertile nella situazione contingente del momento, nella repressione di Saied e nei suoi discorsi.

Che cosa vuoi dire?

La retorica populista dipinge la Tunisia come un paese vittima di complotti, in un contesto in cui la crisi economica, le disuguaglianze, i livelli di disoccupazione, il risentimento verso la classe politica sono molto forti. Saied si è presentato alle elezioni nel 2019 come attore esterno alla politica, lui era un professore di diritto costituzionale e faceva altro prima. E ha stravinto proprio per questo, perché voleva lottare contro una classe dirigente che in Tunisia era percepita come corrotta. Nel 2021 in continuità con questa premessa ha bloccato il parlamento utilizzando l’articolo 80 della costituzione del 2014 e ha proclamato lo stato di eccezione. Poi a partire dal 2023 ha promosso un’ulteriore legittimazione del governo attraverso un aumento della repressione. Nel 2024 durante la campagna elettorale c’erano solo cartelli in cui veniva sponsorizzato il suo partito, che alla fine ha vinto con il 90% delle preferenze, anche se la partecipazione elettorale è stata bassissima.

Contro questo aumento della repressione e contro la criminalizzazione dei gruppi di attivisti locali e della solidarietà internazionale si sta creando qualche forma di mobilitazione o di organizzazione?

In questo momento ci sono stati più di 100 arresti e quindi l’opposizione è stata messa a tacere. Però in generale sono poche le voci critiche che pubblicamente si espongono. C’è un forte controllo sui media e anche sulla magistratura, un vero e proprio attacco alla libertà di espressione che ormai è fortemente limitata. Nella diaspora invece ci sono persone che pubblicamente cercano di fare militanza da fuori contro Saied. Ci sono alcune organizzazioni europee e internazionali. Ma in generale è diventato molto pericoloso esporsi, criticare le politiche del governo e provare a offrire un’altra immagine. È diventato molto difficile parlare pubblicamente di migrazione, non ne parlano i giornalisti, non se ne parla pubblicamente.

Saied sta cercando di creare un clima di deterrenza per evitare che la Tunisia diventi ancora di più un crocevia di migranti in arrivo dal Sael che vogliono partire per l’Europa. Quindi sta cercando di legittimare gli accordi con l’UE in questo quadro. Visto dall’Europa, la Tunisia sta facendo il “lavoro sporco” e sta bloccando i migranti seguendo quella logica di esternalizzazione delle frontiere tanto cara all’Europa, ma a livello interno è molto diverso. Internamente questo discorso viene declinato in chiave antimperialista. La Tunisia ha bisogno dei soldi dell’UE per via della sua situazione economica, ma poi internamente ha una sua strategia autonoma di quale uso fare di quei fondi.

Ci sono state molte notizie di come le partenze vengono bloccate con metodi spesso violenti, non esiste protezione giuridica, non si possono registrare richieste di asilo e tutte queste cose avvengono al di fuori di cornici giuridiche e legali. Il Marocco al momento è l’unico paese del Nord Africa che ha una cornice giuridica di riferimento per quanto riguarda l’asilo e il riconoscimento dei rifugiati e infatti lì la condizione di vita dei migranti subsahariani è decisamente migliore. La Tunisia invece sta diventando un paese sempre più simile alla Libia, in cui le conseguenze degli accordi con l’UE sono terribili ma allo stesso tempo vengono elogiate e prese a modello.

Immagino che questa situazione abbia anche aumentato una violenza che va oltre a quella istituzionale e del regime…

La Tunisia è diventata un inferno quasi al pari della Libia. Ci sono numerose documentazioni anche di organizzazioni internazionali che parlano della Tunisia come di un posto violento e pericoloso. Un po’ di tempo fa ho conosciuto un ragazzo che vive nella periferia di Tunisi, che mi raccontava di essere stato intercettato via mare perché era riuscito a partire dalle coste tunisine verso l’Europa. Mi ha raccontato di essere stato arrestato e deportato in Libia da dove è riuscito a scappare e a raggiungere l’Algeria attraversando il deserto per settimane. Da lì è riuscito a tornare in Tunisia e adesso vive nella periferia di Tunisi dove sta cercando di trovare lavoro.

Dice che trovare lavoro non è così difficile, lui va in alcuni luoghi di ritrovo dove di solito si riesce a essere chiamati per lavorare nei cantieri, ma è pericoloso. Esce il meno possibile perché la violenza è aumentata tantissimo e mi ha raccontato di essere stato aggredito in casa da altri migranti che gli hanno rubato i soldi che aveva messo da parte per il viaggio. Spesso rimangono bloccati in Tunisia per mesi o per anni e la situazione è diventata davvero simile ad una gara per la sopravvivenza. Non c’è assistenza umanitaria di nessun tipo e anche i viaggi sono diventati più complicati.

C’è fretta di partire il prima possibile perché la situazione è difficile e spesso partono con dei barchini di ferro che sono più economici e che costano intorno ai 1000 euro. Ovviamente costano meno perché sono molto più instabili e molto più piccoli. Sono lunghi 8 o 9 metri e ci vengono stipate 50 o 60 persone per volta. Anche l’aumento dei respingimenti in mare contribuisce a rendere ancora più pericolose le partenze su questo tipo di barche che sono infatti usate principalmente da donne e uomini subsahariani, mentre i tunisini di solito riescono a partire in condizioni di maggiore sicurezza.

Ci sono molte stratificazioni anche nella modalità e nella logistica del viaggio che seguono le linee del colore e delle possibilità economiche, ma in generale anche per i tunisini è diventato più difficile raggiungere l’Italia. In un certo senso il razzismo interno è anche alimentato dalla convinzione che l’inasprimento dei controlli e dei respingimenti da parte dell’Europa sia dovuto all’aumento delle partenze e quindi anche all’aumento di migranti subsahariani. A livello internazionale queste politiche vengono legittimate anche come un modo per combattere l’intermediazione irregolare e i trafficanti di esseri umani, ma sappiamo benissimo che i trafficanti stessi sono un prodotto dell’esternalizzazione dei confini, non sono la causa di questa politica. Donne e uomini migranti continuano comunque ad attraversare il Mediterraneo. Chi guida le barche lo fa assumendosi il rischio maggiore, perché così può pagare meno il viaggio, e nella maggior parte dei casi sono gli stessi tunisini che si autorganizzano senza nemmeno avere l’intermediazione di un trafficante.

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