“Ahmad, vuoi morire da solo o con la tua famiglia?”. Recentemente su alcuni giornali italiani e internazionali è stata ripresa la notizia, in realtà di alcuni mesi fa, delle cosiddette death call, le chiamate della morte ai palestinesi e ai libanesi sotto controllo continuo dei droni, che nel momento in cui l’algoritmo “decide” che vanno eliminati, sono contattati per sapere se preferiscono morire da soli, senza coinvolgere la loro famiglia, oppure insieme a essa. Il genitivo va considerato come soggettivo. Di fatto, è la morte che chiama, attraverso la voce reale di un soldato dell’esercito israeliano o quella virtuale di un computer: ma forse la differenza non è così importante, perché comunque qualcuno avrà “insegnato” all’algoritmo il numero da chiamare e le parole da dire.
Nel caso in cui il target decida di morire da solo (come è immaginabile avvenga sempre o quasi), non deve far altro che allontanarsi rapidamente da casa, e attendere che il suo drone lo identifichi e lo ammazzi. Un sistema messo in atto anche per rispondere alle violente critiche rivolte al precedente “Lavender”, un programma di IA che riconosce gli obiettivi umani sulla base di un algoritmo e decide quali debbano essere sorvegliati e quali invece eliminati, perlopiù mentre si trovano nelle loro case, poiché così è più semplice individuarli. Con un’ironia spaventosamente crudele, il sistema di individuazione delle abitazioni dei ‘bersagli’ aggregato a Lavender è chiamato “Where’s Daddy?”
La notizia delle death calls riporta alla mente una scena di uno dei più famosi film sul genocidio nazista degli ebrei: quella in cui Meryl Streep, in La scelta di Sophie, deve scegliere quale dei suoi due figli mandare alle camere a gas e quale invece far sopravvivere. La similitudine è solo parziale e riguarda il fatto che in entrambi i casi viene proposta una scelta tragica e devastante (forse più devastante nel film, aldilà del fatto – o forse soprattutto per questo – che chi è costretta a compiere la scelta rimane in vita), ma certamente diversa, al punto che si potrebbe addirittura pensare, nel vortice di cinismo in cui la nostra epoca si dibatte, che dopotutto la telefonata israeliana è un modo per evitare una strage, limitandosi all’assassinio di un solo individuo, e che dunque le modifiche applicate a Lavender siano dettate da un “rigurgito” di umanitarismo.
E tuttavia, in entrambi i casi, la domanda produce un effetto che va oltre la sua spaventosa crudeltà, poiché genera nella vittima (nel target palestinese per brevissimo tempo, nel personaggio del film per tutta la sua vita) un sentimento di tragica responsabilità, da cui deriva inevitabilmente un profondo senso di colpevolezza: come se la telefonata dicesse: “sta a te decidere della morte dei tuoi figli, della tua famiglia, dei tuoi cari. Sei tu, per quello che sei, per quello che si suppone che tu abbia fatto o per quello che si prevede che farai, a dover prendere questa decisione, perché questo è l’unico modo di cui disponi per espiare la tua colpa, che eccede qualsiasi limite giuridico o morale”. Non basta la pena di morte per restaurare la giustizia violata, occorre che la vittima dichiari la propria colpevolezza, trasformandosi nel proprio carnefice – e contemporaneamente rendendo innocente chi decide ed esegue l’assassinio.
Il paradossale consenso alla propria morte richiesto attraverso la telefonata rivela il tentativo di associare all’assassinio anche un assoggettamento totale della vittima, e nel contempo di produrre nei sopravvissuti un analogo sentimento di ineluttabilità. Il mantra ripetuto da molti media occidentali (forse oggi con un po’ più di pudore o ipocrisia che nei mesi passati), secondo il quale i palestinesi in fondo se lo meritano, perché hanno cominciato loro a esercitare la violenza il 7 ottobre – si badi: non solo chi ha effettivamente compiuto il massacro, ma tutti i palestinesi, compresi donne, vecchi e bambini; d’altra parte il presidente della Federazione Amici di Israele ha pronunciato la famigerata frase: “definisci bambino” –, trova nelle chiamate della morte il proprio suggello: non solo merita la punizione l’intero popolo, ma anche i singoli uomini e donne che ne fanno parte, perché la colpa non è mai soltanto collettiva, è anche sempre individuale, iscritta nell’animo e marchiata sulla pelle di ogni palestinese.
Troppo facile pensare che il sentimento della folla o le direttive dall’alto di un partito possano emancipare l’individuo dalla responsabilità delle sue azioni: la colpa è del soggetto. Ancora di più: la colpa produce il soggetto, e lo produce come una sorta di ibrido tra l’umano e la bestia: bestiale, in quanto incapace di frenare la propria brutalità irrazionale e insensata (quella che appunto si sarebbe manifestata il 7 ottobre); umano, perché in qualche misura egli è (o deve diventare) consapevole della propria inadeguatezza a far parte della comunità umana, o per meglio dire della comunità bianca, che, come scrive Frantz Fanon, “non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo ovunque lo incontra”. Neppure l’ingiunzione ad assumersi le proprie responsabilità implicita nelle chiamate della morte permette veramente l’accesso alla condizione di “vero uomo”, poiché è la colpa che costituisce il soggetto, e neppure la morte – una morte cui è impossibile sfuggire – potrà liberarlo da essa.
La soggettivazione attraverso la colpa non è un’invenzione né dei nazisti, né del governo israeliano, che sono stati preceduti dagli autodafé degli inquisitori cattolici e dalle confessioni nei processi stalinisti; ma anche e soprattutto dal meccanismo continuo di disumanizzazione utilizzato, nel corso dei secoli, per cercare di neutralizzare la resistenza e la ribellione costante dello schiavo nero nelle piantagioni americane e del colonizzato in ogni luogo del mondo: una dinamica che ha investito la psiche del nero e del colonizzato quasi quanto la violenza delle cannoniere, delle armi da fuoco e della frusta ne hanno assoggettato i corpi.
Riflettendo sul suo primo traumatico contatto con la cultura della madrepatria francese, Frantz Fanon scrive: “mi spaccavano i timpani l’antropofagia, le tare ereditarie, il feticismo”. “Si fece strada rapidamente in me l’idea di essere diverso dagli altri; o magari simile d’animo, nel modo di vivere e nelle aspirazioni, ma separato dal loro mondo da uno spesso velo”, afferma Du Bois in Le anime del popolo nero a proposito della condizione di afroamericano negli Usa dopo la fine della schiavitù; e infine, sarà Malcolm X a cogliere il grande pericolo che minaccia gli afroamericani: “Se non state attenti, i giornali vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare le persone che stanno opprimendo”.
Gli autori citati combatterono nel corso di tutta la loro vita per emancipare gli afroamericani e i popoli colonizzati dal loro duplice assoggettamento, corporeo e psichico. Nondimeno, essi riconobbero la necessità di lottare su entrambi i piani, quello della lotta collettiva, anche violenta, e quello della liberazione dei singoli individui dalla gabbia nella quale la parola e lo sguardo bianco cercavano di imprigionarli. Ed è stato proprio il terrore delle rivolte degli schiavi e dei colonizzati (“L’unico luogo in cui i negri non si sono ribellati è nelle pagine degli storici capitalisti”, scriveva C.L.R. James) alla base di questa operazione di colpevolizzazione. Non si tratta quindi di riconoscere che il palestinese è imprigionato in una condizione di impotenza insuperabile, quanto di far emergere il nesso inscindibile tra la violenza omicida dell’algoritmo e l’intenzione di incatenare il soggetto alla colpa. D’altra parte, non vi è dubbio che tale dinamica produca anche effetti contrari, e che l’odio di sé che essa tenta di generare si rovescia invece nell’odio verso il colonizzatore o il padrone di schiavi. Come afferma ancora Malcolm X, per ogni “Negro da cortile” che sogna di diventare come il padrone, ci sono migliaia di “Negri dei campi” che il padrone invece vorrebbero eliminarlo.
Certamente la tecnologia adoperata dall’IDF fa sì che per il target non vi sia alternativa; tuttavia, l’algoritmo fa solo il lavoro sporco (come Israele in Iran, secondo la disgustosa affermazione di Merz); ma chi lo programma, chi arma il drone, chi prepara il testo della telefonata, se da un lato ripete una storia che va avanti da cinque secoli, e che non è ancora finita, alimenta un odio altrettanto secolare, che nessuna chiamata della morte potrà mai cancellare.