∫connessioni precarie

Oasi capitalistiche e pedagogia della guerra: note su Gaza oltre l’indignazione

La ragnatela del valore

È di questi giorni la notizia, che il Financial Times ha fatto rimbalzare sui media globali, del coinvolgimento della Tony Blair Foundation in una serie di scambi di mail dove si discutevano alcuni dettagli del progetto di Gaza Riviera.

L’idea di fare della Striscia di Gaza un nuovo hub turistico, commerciale e produttivo è diventata di dominio pubblico globale grazie alla condivisione da parte di Trump di un video satirico generato con l’IA da una coppia di videomaker per testare un nuovo modello durante una pausa caffè, ma in Israele, come mostra il progetto Gaza 2035, se ne discute da tempo. Il Times fornisce alcuni dettagli del progetto, tra questi l’adozione di schemi per lo ‘sviluppo’ elaborati dal Boston Consulting Group, una società di consulenza di cui alcuni esponenti sono stati coinvolti nella definizione del piano di distribuzione militare di derrate alimentari della Gaza Humanitarian Foundation e nella discussione di strumenti per il “trasferimento” di centinaia di migliaia di palestinesi.

Per quanto possa apparire grottesco a fronte del genocidio in corso, lo scenario della Gaza Riviera va preso sul serio, per quello che rappresenta e per il contesto nel quale si inserisce. Mi riferisco in particolare al fatto che esso è in qualche misura coerente con i modelli di sviluppo economico che hanno segnato gli ultimi decenni, in particolare legati alle zone e alla progettazione di New Town – di cui le immagini diffuse dal Financial Times riproducono in tutto e per tutto concezione ed estetica. Inoltre, l’idea di fare di Gaza un eldorado economico si inserisce in uno schema più ampio, che segue quella che possiamo definire come “politica dei corridoi”, già vista all’opera in altre aree del pianeta.

La Riviera si troverebbe infatti nella zona di influenza del corridoio IMEC (India-Medio Oriente-Europa), pensato per ridisegnare le geografie del valore tra Asia, Golfo Persico ed Europa in un’epoca di forte competizione con i progetti guidati dal capitalismo infrastrutturale e digitale cinese e di moltiplicazione di progetti che compongono una ragnatela in movimento dove si intrecciano iniziative economiche e calcoli geopolitici. A fare da corollario a questa reimmaginazione spaziale della regione ci sono in particolare gli Accordi di Abramo tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, punto di avvio di una presunta normalizzazione dei rapporti prodromica alla realizzazione della nuova area economica.

Vale la pena ricordare che gli Accordi di Abramo e il progetto IMEC non sono il prodotto di qualche oscuro burocrate, ma hanno occupato un ruolo rilevante durante il G20 che si è tenuta in India nel settembre 2023, a margine del quale Stati Uniti, UE – in particolare Germania, Francia e Italia –, Regno Unito, India, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum of understanding salutato come uno dei principali successi del vertice.

A separare l’idea dell’IMEC e di Gaza Riviera da un progetto vero e proprio ci sono oggi gli oltre due milioni di palestinesi che vivono nella Striscia, quel che resta di Hamas e interessi non del tutto convergenti tra gli attori coinvolti. Ma questi pochi richiami dovrebbero essere sufficienti per comprendere come l’attacco del 7 ottobre e la successiva guerra che sta devastando Gaza non possano essere letti esclusivamente come l’ennesimo atto di un conflitto pluridecennale, ma debbano essere considerati come l’attualizzazione di quel conflitto dentro dinamiche nuove, che contribuiscono a determinarne forme e poste in gioco.

Certo, ciò che accade oggi nella Striscia e in Cisgiordania, dove il 7 ottobre ha segnato un’accelerazione nel processo di sistematico smantellamento dei territori palestinesi, ha una lunga storia, più volte ricordata in questi mesi, ma penso sia d’obbligo cogliere lo scarto dentro cui siamo e inserirlo nel contesto di disordine e riorganizzazione transnazionale del capitale che caratterizza il presente. Non è il caso oggi di spendere molte parole sull’azione militare palestinese che ha dato il via a questa nuova fase – se non per ricordare che il giudizio senza esitazione della condotta israeliana non cancella il fatto che la discussione sul tema rimane rilevante per chiunque intenda contribuire alla costruzione di un movimento di liberazione capace di farla finita con le sofferenze che la guerra impone sul lavoro vivo – ma di interrogarsi sul modo in cui il massacro di Gaza assume una dimensione che supera i suoi confini tradizionali.

Un’indicazione in questa direzione l’ha fornita lo stesso primo ministro israeliano Netanyahu quando, durante il Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel settembre del 2024, ha mostrato due mappe tra loro antitetiche: una rappresentava la ‘maledizione’ regionale guidata dall’Iran e dai suoi alleati, una seconda rappresentava invece la ‘benedizione’, che ricalcava in modo semplicistico il disegno dell’IMEC. Di queste mappe ha fatto scalpore l’assenza della Palestina, ma esse rendevano evidente ciò che era prima implicito: qualsiasi attuazione di questa visione, presentata come volano per una crescita economica win-win, prevede una riorganizzazione politica e territoriale della regione. Oggi possiamo osservare come la prospettiva di questa riorganizzazione abbia compiuto un decisivo salto di qualità proprio con il 7 ottobre, pochi giorni dopo l’annuncio trionfale dell’IMEC. La guerra di Gaza, infatti, con il suo protrarsi ha al tempo stesso rallentato e reso più realistica l’idea di perseguire una ridefinizione delle reti del valore tra Europa e Sud Est Asiatico.

Fuori dall’eccezionalismo

Certo, legare il genocidio a Gaza a progetti di ‘sviluppo’ regionale ha per il governo israeliano anche una funzione propagandistica e strumentale. Non si tratta poi di relativizzare ciò a cui stiamo assistendo a Gaza: il genocidio va fermato e l’enormità dei crimini dell’IDF e di chi lo sostiene militarmente e finanziariamente è evidente.  Il risultato immediato della guerra è d’altra parte l’espansione territoriale israeliana a fronte della decimazione dei territori e delle vite palestinesi. Ma senza guardare a questo contesto non riusciamo a comprendere fino in fondo le reazioni molto blande che hanno accompagnato la continuazione del massacro al di fuori di ogni anche minima parvenza di rispetto delle convenzioni internazionali.

Occorre chiarire che riferirsi a progetti come l’IMEC non significa immaginare uno script coerente, ma una tendenza la cui efficacia si registra, più che sul piano dell’aderenza ad una pianificazione iniziale, nella capacità di funzionare da piattaforme che mobilitano immaginari e prospettive, producono relazioni e interessi capaci di orientare azioni e convergenze parziali tra frazioni del capitale e attori politico-istituzionali. Il quadro di questi interessi è molto ampio e variegato, strettamente legato al mutare delle condizioni politiche.

Per fare due esempi molto concreti possiamo pensare al porto di Haifa, oggi di proprietà del gruppo indiano Adani e considerato avamposto della nuova proiezione geoeconomica dell’India, dove i colpi sparati dall’Iran durante la ‘guerra del 12 giorni’, caduti anche in prossimità della zona portuale, hanno destato notevole preoccupazione. O, più vicino a noi, il porto di Trieste, di cui solo poche settimane fa la Regione Friuli Venezia Giulia e il Ministero dell’Economia hanno rilanciato il ruolo strategico proprio nel contesto dell’IMEC.

Dobbiamo perciò chiederci perché, proprio mentre infuriano conflitti che paiono fare piazza pulita degli immaginari della globalizzazione, non da ultimi i dazi trumpiani, resiste e riemerge in questa forma il riferimento alla riorganizzazione spaziale del mercato mondiale. La mia ipotesi è che, nel contesto di disordine che caratterizza oggi gli equilibri internazionali, la guerra non è solo un impedimento rispetto ai futuri scenari descritti da master plan e memorandum, ma uno dei fattori che ne determinano concretamente lo sviluppo, non solo da un punto di vista spaziale, ma dei processi che sono messi in moto. La competizione intorno ai progetti di riorganizzazione produttiva, tecnologica e geoeconomica disegna un campo di tensione che, mentre non conduce mai ad una loro realizzazione completa, esprime l’intreccio tra la dimensione selvaggia del capitale, la sua sempre necessaria messa a terra, le politiche territoriali degli Stati e le loro proiezioni sulla scena globale.

Non si tratta dunque di sostituire la geopolitica con la geoeconomia, ma di fare un passo ulteriore: piuttosto che come anticipazione di ordini futuri, come suggeriscono ogni volta i loro promotori, gli scenari avanzati da questi progetti vanno compresi per ciò che producono in corso d’opera. Questa loro dimensione in processo acquisisce un significato ancora più rilevante nel contesto della guerra, che diventa la condizione entro cui affermare nuovi terreni di valorizzazione, liberi dalle costrizioni delle mediazioni sociali.

È all’interno di questo contesto che credo sia possibile inquadrare anche quella che Francesca Albanese ha recentemente descritto in un report molto istruttivo come “economia del genocidio”. Quanto descritto dal rapporto non mostra solo il gioco degli interessi che hanno sostenuto e sostengono le politiche espansionistiche israeliane e la guerra, ma i caratteri di una più generale fase di intreccio tra sviluppo tecnologico e produzione, politiche di controllo sociale e innovazione, riorganizzazione degli spazi politici e processi di valorizzazione, in cui perde di significato la definizione di rigide separazioni di settore o specialità, così come quella tra civile e militare. Una sintesi efficace di questa realtà la si trova in un video propagandistico dell’Israel Technion Institute of Technology, che celebra l’azione contro l’Iran condensando in poco più di un minuto università, armamenti, ricerca medica e un concetto di sicurezza che trova assonanze diffuse ben oltre lo Stato d’Israele.

Legare tutto questo a un presunto eccezionalismo israeliano o palestinese non aiuta a cogliere le tendenze in atto dentro il solco di una continuità evidente. Nonostante ciò che pensano gli estremisti ebrei messianici o chi dall’altra parte vorrebbe la fine di Israele nel nome dell’Islam, infatti, la Palestina non è mai stata fuori dal tempo, né quello che viene presentato come conflitto interreligioso fuori dalla storia del capitale. È anzi, si potrebbe dire, uno dei punti del pianeta dove l’attualità del tempo e della storia del mercato mondiale e delle sue riorganizzazioni si sono accaniti in modo più diretto.

Palestinians leave southern Gaza to return to the north amid Israel-Hamas ceasefire © ANSA/EPA

Non solo senza la fine degli Imperi britannico e ottomano, le prime due Guerre Mondiali, l’Olocausto, l’emergere dell’economia fossile, la rivoluzione khomeinista, non si spiega quanto accaduto dopo, ma oggi non si spiega quanto sta accadendo senza guardare alla crisi dell’assetto internazionale che ha dominato il mondo della globalizzazione, senza i processi di digitalizzazione che investono la società e senza la guerra che imperversa dall’invasione russa dell’Ucraina.

Quest’ultima, in particolare, ha reso evidente come, nella crisi di ogni mediazione degli equilibri politico-economici, questi avrebbero trovato nella guerra – nel suo andamento sul campo, nell’interdipendenza tra gli attori coinvolti e nelle sue contraddizioni interne –la loro definizione. In questo contesto, la guerra è produttiva, oltre che devastatrice, di nuove possibilità in un mondo oggi dominato dal rapporto di capitale. Considerare tutto questo permette di dare un contenuto diverso alla scala del genocidio e alla complicità di fatto che lo accompagna da più parti, non solo tra gli alleati evidenti di Israele. L’insieme di questi processi, saldandosi con le visioni messianiche della destra israeliana e l’assenza di un equilibrio stabile nella regione, hanno infatti contribuito a fare di Gaza un ground zero globale della Terza guerra mondiale.

Il lavoro sporco del capitale

La guerra, nel suo sviluppo in teatri e contesti differenti, ha reso ogni giorno più esplicito come all’ombra dello scontro geopolitico ci sia una più profonda ridefinizione degli assetti globali del capitale, del suo rapporto con l’organizzazione dello spazio, del tempo e delle forme della coazione e del comando sul lavoro vivo. Senza interrogare questa ridefinizione, che chiama in causa anche il modo in cui si incrociano oggi tendenze multipolari e la tensione prima richiamata tra le spinte accumulatrici del capitale e le politiche territoriali di una sovranità malconcia, ma ben armata, il rischio è quello di cadere in una politica dell’indignazione che può poco per fermare la guerra e la sua riproduzione. Allontaniamoci dunque dai laboratori della pedagogia quotidiana della crudeltà, per cercare di dare forma a un tempo politico che non ammette la possibilità di rintanarsi nelle certezze del passato.

Qualche giorno fa, il cancelliere Merz, già destinato a passare alla storia per aver riarmato la Germania, commentando quella che ormai è nota come “guerra dei 12 giorni” – durante la quale Israele ha attaccato l’Iran in modo massiccio, ricevendo in cambio colpi non indifferenti alla sua presunzione di invulnerabilità – ha provocato scalpore dicendo che Israele stava facendo “il lavoro sporco per noi” con l’Iran. Il riferimento era al programma nucleare iraniano, la cui distruzione Netanyahu e Trump hanno posto a legittimazione dell’aggressione allineando subito tutti gli alleati, convinti o meno. Si tratta di una espressione, quella del lavoro sporco che qualcuno deve pur fare, che provoca indignazione, ma che può essere rivelatrice se ci interroghiamo sul suo significato meno immediato, su chi siano quei “noi” di cui si parla e di che tipo di lavoro sporco si tratta.

È utile ricordare che la violenza come potenza economica non è una degenerazione coloniale o imperialistica, ma segna la storia del capitale fin dalle sue origini e lungo il percorso di conquista di nuovi spazi, tanto territoriali quanto sociali. Per dirla in altri termini molto generali: la costante trasformazione delle forme della sussunzione reale del lavoro sotto il capitale ha avuto e ha costantemente bisogno di un supplemento di forza per potersi dare. Una domanda che ci poniamo è dunque quale sia il rapporto tra la potenza economica della violenza e lo sviluppo capitalistico oggi, nel contesto della Terza guerra mondiale? Netanyahu dice che lui e Trump sono sostenitori della pace attraverso la forza e che, dopo la forza, bisogna costruire la pace degli affari. Come quelle di Merz, queste affermazioni hanno un significato specifico, ma nella loro crudezza ci ricordano che la forza fa parte delle pratiche economiche.

Vale dunque la pena ribadire che anche l’era di ‘pace’ relativamente lunga che ha portato alla formazione dei circuiti della globalizzazione, della circolazione e delle supply chain globali – che secondo gli osservatori liberali sarebbe finita solo oggi – sia stata caratterizzata da violenza, contenimento, espulsioni e trasferimento, devastazione ambientale, formazione di nuove enclave, spossessamento, sfruttamento del lavoro migrante attraverso il razzismo istituzionale, zone, securitizzazione e conflitti armati per l’accaparramento di risorse o la messa in sicurezza dei siti considerati strategici e repressione diffusa delle forme di insubordinazione, indipendentemente dal grado di democraticità del contesto.

La testimonianza forse più cruda delle forme di questa violenza è nelle politiche migratorie, che hanno visto crescere parallelamente la militarizzazione dei confini e la promozione di un’idea di migrazione sempre più controllata e in qualche misura governata, politicamente asettica. D’altra parte, la militarizzazione dei confini è stata il segno più evidente di una progressiva normalizzazione della violenza che ha fatto da incubatore ideologico alla guerra come strumento di riorganizzazione del comando sul lavoro vivo, registrando con questo l’inesorabile declino del diritto internazionale umanitario, oggi poco più che strumento di pressione di parte all’interno di arene sempre contese.

Da questa prospettiva, l’immaginario della Gaza Riviera rappresenta allora, più che un’eccezione, uno dei punti di condensazione della violenza capitalistica nel XXI secolo. A Gaza si scarica infatti in un’area ristretta la violenza che popola il mondo interconnesso delle reti globali del valore: mentre in Israele c’è chi persegue un piano che immagina millenario, le ipotesi di reclusione di massa dei gazawi all’interno di una “Humanitarian Transit Areas” pretendono di rendere scalabile, sulla loro pelle, la sorte toccata a tante popolazioni sfollate a causa dei progetti estrattivi, industriali, infrastrutturali e urbanistici che hanno gonfiato le periferie delle metropoli globali di nuovi suburbi “di servizio”, dove il lavoro vivo è costretto all’economia informale e coinvolto nei circuiti finanziari globali.

Oasi capitalistiche

È in questo contesto che i silenzi e le voci che emergono assumono un aspetto diverso, che travalica la semplice competizione locale per il potere o gli istinti di sopravvivenza di élite locali. Tra queste voci vanno annoverate anche quelle degli sceicchi di Hebron, che, considerando ormai inservibile l’ipotesi dei due Stati – come Israele ma anche come Hamas e molti dei suoi sostenitori – avanzano una loro idea, di cui fornisce un resoconto il Wall Street Journal: la coesistenza nel nome del capitale.

La proposta è così composta: Hebron, oggi governata dall’Autorità Palestinese, dovrebbe secedere per formare un emirato autonomo, che dovrebbe poi riconoscere Israele come Stato ebraico e unirsi agli Accordi di Abramo. Alcuni dettagli di una lettera inviata dallo sceicco Wadee’ al-Jaabari al ministro dell’economia israeliano Bartak per discutere l’idea sono particolarmente interessanti: egli sostiene infatti che una grave colpa degli accordi di Oslo sia stata quella di dare spazio all’Autorità Palestinese, anziché riconoscere le tradizionali leadership locali. Una critica che cattura in breve una storia, quella dell’Autorità Palestinese, che, come in molte altre situazioni postcoloniali, ha visto nella moltiplicazione della forma-Stato la risposta alle rivendicazioni locali. Che questa storia sia stata meno di successo di altre non cancella questo tratto comune che condivide con altre storie.

I clan coinvolti – i cui membri costituiscono oggi parte delle milizie dell’Autorità Palestinese – sostengono di rappresentare circa 550 mila residenti della zona e di avere una discussione aperta – “da uomo a uomo” – con i rappresentanti dei coloni interessati a trovare una forma di accordo che permetta loro di mantenere gli insediamenti e superare definitivamente l’idea di uno Stato palestinese. L’accordo prevederebbe l’ammissione di diversi scaglioni di lavoratori palestinesi in Israele, fino ad oltre cinquantamila, superando così la sospensione dei permessi seguita al 7 ottobre, dietro la garanzia di “tolleranza zero” verso il terrorismo, e la costituzione di una grande zona economica congiunta di mille acri.

Se per i capiclan l’ANP è poco più di un gruppo abusatore, dedito al saccheggio delle risorse e alla distribuzione di tangenti, essi condividono con i coloni l’idea che forme di governo etnico-religioso su base clanica siano maggiormente rappresentative e rispettose degli equilibri locali rispetto allo Stato moderno. Secondo studiosi israeliani citati dal giornale, lo stesso Hamas sarebbe il segno del fallimento di un’idea unitaria di statualità, pur nel nome del radicalismo religioso. La tesi è che al di sotto degli smottamenti di questi anni ciò che rimane sia l’appartenenza clanica e dunque su quello bisogna costruire, in particolare a Hebron, che dovrebbe rappresentare un test per futuri ulteriori accordi. Gli sceicchi, che sperano nella ‘benedizione’ di Trump, immaginano Hebron come una nuova Dubai.

Gli sceicchi sostengono di poter defenestrare l’ANP in poche settimane e che il vero problema sarebbe Israele, negli anni strettamente intrecciato all’ANP nel controllo del territorio della Cisgiordania, tanto che le forze di polizia dell’ANP – come abbiamo visto anche in questi mesi – hanno spesso bisogno di una scorta israeliana anche all’interno dei territori di loro competenza. Il problema è allora evitare un fuoco incrociato che può sfociare nel caos.

Come spesso accade, i più realisti sono i generali, soprattutto se in pensione, e sono emersi i dubbi da parte di ex esponenti dell’IDF, l’esercito israeliano, sulla possibilità di governo da parte di clan spesso disuniti e in competizione tra loro. Ma tra le idee futuribili affiora anche la consapevolezza che all’interno dell’idea di nazione palestinese si esprimano anche aspirazioni di autonomia palestinese, da Israele così come da altre forme del comando, difficili da cancellare con una firma tra clan. Per quanto la corruzione faccia oggi da padrona, la storia del movimento di liberazione della Palestina non può essere derubricata facilmente. Ma il dibattito, anche qui, è aperto.

Ciò che più colpisce di questo dibattito è l’assonanza che esso ha non solo con le idee di ‘sviluppo’ da cui siamo partiti, ma anche con i modelli di successo, se così possiamo chiamarli, della regione. A loro volta, questi modelli condensano un insieme di immaginari, pratiche e politiche che rispecchiano – in modo che rasenta a volte la trasparenza – i desiderata, o forse l’inconscio, di ciò che da anni viene discusso nei circuiti del business e della produzione globali nel nome delle filiere globali, della politica delle zone economiche speciali, della connettività, delle infrastrutture, del turismo, delle città smart, di una migrazione ‘ordinata’ from the origin to the point. Non si tratta solo di petrolio e risorse, ma di come i profitti del petrolio sono trasformati in capitale attraverso la formazione di agglomerati transnazionali di interessi, lavoro e flussi di investimento.

Il fatto che, dopo il Louvre, a breve aprirà ad Abu Dhabi una nuova grande sede del Guggenheim museum (il museo più grande del mondo), che Dubai sia ormai tappa fissa dei tour operator mondiali, che i Gran Premi di Formula Uno si corrano negli Emirati, che i mondiali di calcio si giocheranno in Arabia Saudita nel 2034 e che si discuta di far iniziare il Giro d’Italia in un resort turistico sono i segni di come il capitale transnazionale si legittimi anche attraverso la formazione di nuovi cloud culturali che si impongono con la forza del denaro e delle promesse d’investimento.

Lo stesso Trump qualche settimana fa aveva presentato a Riyadh, definendola capitale del beautiful kingdom, e non nel Texas MAGA un’alternativa che riprendeva ma precisava quella portata da Netanyahu all’ONU: quella tra le storie di successo della penisola arabica, integrata nei circuiti commerciali e finanziari globali e amica degli Stati Uniti, e l’Iran, i cui leader rubano le ricchezze del paese e sostengono il terrore all’estero. Nel farlo Trump rivendicava la stretta sull’immigrazione, davanti ad un pubblico di governanti e uomini d’affari per i quali i migranti, in diversi casi la maggioranza della popolazione nei loro paesi, sono forza lavoro sottomessa a un regime di apartheid legalizzato dalle forme del reclutamento internazionale.

Oltre il paradigma dell’indifferenza

Tutto questo non significa che siamo di fronti a percorsi lineari, ma può aiutare a comprendere perché in molti si muovano rispetto a guerre e massacri con l’intento principale di posizionarsi per cogliere l’occasione propizia, o per affermare un ruolo dentro gli scenari in formazione. Tra questi va annoverato anche l’Iran, che tramite i suoi proxy in parte fusi con le componenti religiose del movimento di resistenza palestinese è considerato un sostenitore della causa palestinese. Senza poter qui approfondire l’economia iraniana, va osservato come la posizione retoricamente intransigente del regime sia un modo attraverso il quale esso cerca di mantenere un peso nella regione all’interno di progetti e proiezioni alternative alla definizione di assetti che ruotano intorno all’IMEC e il controllo su una società in ebollizione, più che il segno di una sua volontà di fermare il genocidio in corso o le sofferenze decennali dei palestinesi.

Non è un caso che le due occasioni in cui l’esercito iraniano è stato coinvolto direttamente con lanci su Israele siano state in risposta di attacchi israeliani e non certo per l’attraversamento di inesistenti linee rosse in Palestina. Non bisogna confondere la ricerca di un’agenda autonoma e di un ruolo regionale con l’espressione di un’alternativa auspicabile. A parte il cinismo con cui l’Iran ha trattato la questione palestinese in questi anni, la misura delle strategie perseguite dal potere iraniano va infatti cercata soprattutto nelle proteste operaie e nel movimento ‘donna, vita, libertà’, che ne contestano l’opera di oppressione dei lavoratori, dei migranti, delle donne e di chiunque pratichi la libertà sessuale pagando al caro prezzo della repressione di massa. Da questa prospettiva, risulta del tutto inappropriato celebrare la fine della ‘guerra dei 12 giorni’ nel nome della resistenza antimperialista.

Di fronte a tutto questo è bene dismettere gli abiti orientalisti e, senza sminuire il ruolo della forza militare di Stati Uniti e Israele, prendere sul serio i tappeti rossi che accolgono Trump nel Golfo, le voci che iniziano a emergere anche dalla Palestina occupata e la debolezza di ogni tentativo di frenare quanto sta accadendo.

Segnalare la posizione di Gaza dentro gli schemi e i nuovi progetti di ‘sviluppo’ del capitale non significa attribuire a questo piano un’autonomia analitica, o non voler guardare nelle contraddizioni materiali con cui questi progetti si scontrano, ma, al contrario, cercare di illuminare aspetti che rischiano di rimanere in secondo piano, depotenziando la nostra capacità di contrastare i processi dentro cui ci troviamo. L’intento di questo scritto non è dunque quello di fornire un’analisi dei diversi e confliggenti progetti globali tra i principali attori geopolitici, espressione del nuovo ruolo della Cina o dei BRICS, ma di sottolineare la necessità di rimettere al centro lo stretto legame tra la guerra, comprese le sue forme più devastanti, e l’attuale contesto complessivo di riorganizzazione degli spazi e delle forme della valorizzazione capitalistica, di cui il comando sul lavoro vivo è ovunque una posta in gioco decisiva.

Che dire, del resto, dell’Ucraina, dove la guerra continua da oltre tre anni e stiamo assistendo ad una riedizione armata dell’assalto alla Grecia del 2015? Non mi riferisco tanto a un ‘neoliberismo armato’ che vorrebbe imporre specifici interessi, ma a un movimento più complesso, in cui la guerra funziona come meccanismo di sincronizzazione in processo di diversi elementi, tra cui figurano certo l’economia degli armamenti e gli appetiti di singoli attori, ma di cui sono parte integrante la ricerca sul campo di nuove soluzioni tecnologiche dual-use, l’imposizione per decreto di liberalizzazioni e riforme che smantellano le poche tutele del lavoro esistenti, il trattenimento forzato dei maschi in età arruolabile, l’attrazione di investimenti e la progettazione di una ‘ripresa’ che prevede tanto la mobilitazione di capitale privato quanto quella del lavoro vivo nel nome dello sviluppo del ‘capitale umano’.

Quest’ultimo aspetto, spesso dimenticato, è assolutamente centrale per comprendere la posta in gioco della guerra. La mobilità benevola garantita agli ucraini e alle ucraine si caratterizza infatti dentro questo schema come una mobilità vigilata, pronta a essere messa al servizio della crescita di un capitale umano transnazionale che possa fornire la propria forza-lavoro e forza-invenzione allo ‘resilienza’ dell’Ucraina. Anche se tra questi progetti e la loro realizzazione ci sono la guerra e l’esercito russo, essi sono rappresentativi di come nella guerra lavori costantemente la ricerca di nuove forme di valorizzazione.

Ogni auspicabile tregua, a Gaza come in Ucraina, dovrà fare i conti con questi processi, così come è evidente che non possiamo contare sull’aiuto di istituzioni e sistemi normativi la cui ridefinizione è una delle poste in gioco della guerra. Non si tratta nemmeno di suggerire che quanto stiamo vivendo sia semplicemente una riproposizione dell’eterna condanna del capitalismo e delle sue ingiustizie. Richiamare il ruolo della violenza dentro la storia dello sviluppo del mercato mondiale e della produzione della forza lavoro come merce serve al contrario a recuperare una capacità di guardare a ciò che accade nel presente collocandolo all’interno di un quadro nel quale uccisioni di massa, devastazione e sfollamento non sono fatti eccezionali.

Non serve ricordare il conflitto del Sudan o la guerra in Congo, a loro volta strettamente legate ad interessi globali come la corsa alle materie prime utili per lo sviluppo tecnologico, per comprendere di cosa stiamo parlando. Senza temere di essere moralmente condannabili dalle forme oggi assunte dalla discussione intorno ai massacri che ci circondano, guardare alla Palestina oggi, così come all’Ucraina e ad altri luoghi dove la Terza guerra mondiale si scarica con maggiore violenza devastatrice, dovrebbe spingere a guardare al modo in cui la pedagogia della guerra sia oggi tanto la forma più intensa della potenza economica della violenza, quanto un modo per frammentare e destrutturare le possibilità di rivolta di un nuovo proletariato transnazionale in formazione.

È possibile così cogliere il legame stretto tra il genocidio di Gaza, l’impotenza interessata che lo circonda e il filo che lega la Palestina all’Ucraina o all’Europa del riarmo dentro un contesto mondiale. Il progetto della Gaza Riviera, così come l’economia del genocidio e i progetti di ‘ripresa’ per l’Ucraina segnalano che la posta in gioco di oggi non è la libertà dei popoli, ma la possibilità di affermare un diritto del lavoro vivo sopra l’arbitrio assoluto del capitale.

Una politica nel mondo

Non allontaniamo dunque lo sguardo da Gaza, ma interroghiamoci sul come porre fine a ciò cui stiamo assistendo senza l’illusione che l’indignazione possa guidare la nostra risposta, né pensare che ci troviamo di fronte a un eccezionalismo che non permette la formazione di ampi movimenti sociali, ma può reclamare al massimo un’espressione esteriore di solidarietà. Se quanto appena detto si avvicina a cogliere alcune delle tendenze del movimento del capitale oggi, non sarà cercando di isolare qualche “angolo di mondo” dentro un mercato mondiale in ebollizione, percorso da una violenza quotidiana che si scarica su lavoratori, lavoratrici e migranti, a poter fermare guerra e genocidi. In questo sta l’urgenza di discutere le forme di una politica transnazionale.

Per quanto gli eventi appaiano oggi in balìa di forze estreme, l’esito dei processi di cui abbiamo parlato non è infatti per nulla scontato e dipenderà dalla capacità non solo di resistere, ma di organizzarsi al fine di rovesciarne il segno mortifero. A patto però di guardare nella giusta direzione: ognuno dei processi accennati in questo scritto, compresi gli scenari sinistri che considerano il mondo e chi lo abita come a piena disposizione dei piani di valorizzazione del capitale e delle proiezioni di potere degli Stati, fa i conti con comportamenti, forme di conflittualità e insubordinazione che non devono rimanere fuori dal radar dei movimenti.

Alle comunità immaginarie delle nazioni, dei popoli e delle comunità tradizionali, oggi riattivate dentro la riorganizzazione transnazionale del capitale e alle sue oasi capitalistiche, dobbiamo opporre la costruzione di una comunità ben poco immaginaria, fondata sulla comunicazione e l’organizzazione di coloro che ovunque resistono o rifiutano di sottomettersi alle leggi dello sfruttamento armato. Ciò non significa immaginare oggi una utopistica organizzazione di tutti gli oppressi, ma lottare in ogni luogo e territorio guidati da questa prospettiva.

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