martedì , 28 Giugno 2022

L’interruzione di una tradizione: aborto e libertà delle donne negli USA

di MATILDE CIOLLI e MATTEO ROSSI

Da settimane, in tutti gli Stati Uniti centinaia di migliaia di donne stanno scendendo in piazza per difendere la propria libertà di abortire. Lo scorso weekend si sono svolte manifestazioni, convocate dalla Women’s March con lo slogan BansOffOurBodies, in oltre 450 città del paese, da New York e Washington a Los Angeles e San Francisco, passando per Chicago, Houston, Nashville e Kansas City. Centinaia di migliaia di donne stanno protestando ogni giorno da quando, il 2 maggio, è stato rivelato il segreto più noto d’America: la volontà della Corte Suprema di sbarazzarsi del diritto costituzionale all’aborto sancito nel 1973, sotto la spinta del movimento femminista, dalla sentenza Roe v. Wade.

L’occasione per coronare quarant’anni di reazione conservatrice è stata offerta ai giudici dal contenzioso costituzionale emerso sul caso Dobbs v. Jackson, riguardante una legge del Mississippi del 2018 che vieta l’aborto dopo la quindicesima settimana di gravidanza, cioè dopo tre mesi e mezzo, quando molte donne non sanno ancora di essere incinte, se lo sanno non hanno ancora preso una decisione o, se l’hanno presa, devono ancora affrontare l’iter burocratico necessario a portarla a termine. La legge del Mississippi entra quindi in contraddizione con Roe v. Wade, che consente l’aborto fino alla ventiquattresima settimana, e con la sentenza Casey v. Planned Parenthood del 1992, che vieta di imporre un «onere indebito» sul diritto delle donne di abortire. Per il giudice Samuel Alito, autore della bozza pubblicata, il diritto di abortire non è però esplicitamente riconosciuto dalla Costituzione e nemmeno implicitamente dalla clausola sul due process contenuta nel 14° emendamento, su cui Roe lo aveva fondato. Secondo Alito, infatti, per riconoscere in base a questa clausola un diritto su cui la Costituzione tace, tale diritto dovrebbe essere «profondamente radicato nella storia e nella tradizione della Nazione», nonché «implicito nella concetto di libertà ordinata». Tuttavia, tramite innumerevoli riferimenti a testi trecenteschi e cinquecenteschi, il giudice spiega che l’aborto è stato tradizionalmente considerato un reato dal common law e punito nella maggior parte degli Stati americani all’epoca in cui è stato approvato il 14° emendamento che dovrebbe garantirlo come diritto (1868). Per questo, la sentenza Roe che decreta la libertà delle donne di abortire sarebbe stata «profondamente sbagliata sin dall’inizio» e andrebbe superata.

In effetti, guardando le radici della storia e della tradizione nazionale statunitensi si può dare ragione al giudice Alito: il diritto di aborto rappresenta una frattura nella tradizione, del tutto incompatibile con l’ordinata libertà razzista e patriarcale su cui si sono fondati gli Stati Uniti. Bisognerebbe però ricordare anche che quella libertà gerarchica è stata continuamente sfidata e rifiutata dai movimenti di donne, neri e operai la cui insubordinazione ha imposto una lunga serie di rotture politiche e giuridiche a cui la stessa Corte Suprema si è dovuta sempre, in qualche modo, adeguare, sancendole costituzionalmente. D’altra parte, Alito & Co. questo lo sanno fin troppo bene. È infatti proprio una di quelle rotture che ora si propongono di sanare, facendo un uso reazionario del common law e vedendosi costretti a rovesciare la stessa dottrina dello stare decisis, principio di conservazione del sistema giuridico per eccellenza, che imporrebbe alla Corte l’adeguamento al precedente giudiziario. Non è certo la prima volta che il precedente viene ignorato, ma fino ad oggi la Corte Suprema aveva quasi sempre scelto di non essere coerente con se stessa solo per riconoscere nuovi diritti. La sentenza Dobbs v. Jackson, invece, permetterebbe di compiere un salto di qualità sul piano della reazione, abrogando un diritto costituzionale entrato a far parte della giurisprudenza ormai da decenni. In questo senso, nei prossimi anni essa potrebbe fondare giuridicamente l’attacco a una lunga serie di diritti non radicati nella tradizione ma riconosciuti negli ultimi decenni in base alla stessa interpretazione espansiva della Costituzione usata in Roe. In base alla logica di Alito potrebbe cioè essere messo in discussione in prima battuta il diritto al matrimonio omosessuale, ma potenzialmente, per non porre limiti alla fantasia reazionaria dei supremi giudici, anche a quello interraziale. Insomma, se, come probabile, la bozza sarà emanata in questa forma, questa sentenza porterà a compimento un contrattacco conservatore iniziato quarant’anni fa contro le conquiste ottenute dai movimenti sociali a partire dagli anni Sessanta e Settanta. E che farebbe quindi politicamente il paio con la sentenza del caso Shelby County v. Holder, che nel 2013 ha di fatto cancellato la tutela al diritto di voto degli afroamericani negli Stati del Sud, garantita dal Voting Rights Act e conquistata dal civil rights movement nel 1964. In entrambi i casi, tuttavia, questo contrattacco ha dovuto inasprirsi negli ultimi anni per fare i conti con l’emergere di un movimento globale delle donne e con le proteste di Black Lives Matter.

L’abolizione di Roe v. Wade, in questo senso, non può cogliere di sorpresa, essendo stata preparata giuridicamente e politicamente da decenni di mobilitazione conservatrice, in ultimo grazie alle manovre di Donald Trump e Mitch McConnell sulle nomine alla Corte Suprema negli ultimi anni – che anche Obama non ha contrastato come avrebbe potuto –, ma anche grazie a una lunga serie di decisioni a livello federale e statale per limitare o vietare il diritto di aborto. Nel 2019, l’amministrazione Trump aveva riformato il programma Title X proibendo finanziamenti federali a tutte le cliniche che permettevano di abortire, per imporre un’idea di “pianificazione familiare” che comporta coazione alla gravidanza tramite limitazioni alla contraccezione, assenza di assistenza sanitaria o di assegni familiari retribuiti. Più recentemente, il 5 aprile 2022 l’Oklahoma ha approvato un divieto quasi totale, che comporta un massimo di 10 anni di prigione e una multa di 100.000 dollari, in reazione all’arrivo di moltissime donne dal Texas, dove nel settembre 2021 è stata approvata una legge che vieta di interrompere la gravidanza dopo appena sei settimane. Nel frattempo, sono già tredici gli Stati che hanno approvato trigger laws, leggi sul divieto di aborto che entreranno in vigore non appena la Corte Suprema revocherà Roe v. Wade. La mappa della post-Roe America sarà quindi frastagliata, con una differenziazione geografica, classista e razzista della possibilità di abortire, ma con un complessivo aumento della difficoltà e dei costi. Da un lato negli Stati democratici il diritto di aborto continuerà a essere garantito, ma le liste di attesa si allungheranno per le richieste delle donne provenienti da Stati in cui sarà vietato. Dall’altro lato, negli Stati repubblicani, in particolare del Sud, dove l’aborto sarà formalmente proibito, solo le donne che potranno permettersi di viaggiare potranno interrompere la gravidanza.

Per ovviare a questo problema, aziende come Amazon, Apple, Yelp, Uber, Citigroup, Tesla e Microsoft si sono offerte di aiutare a finanziare fino a $4,000 i costi dei viaggi e le spese mediche delle loro dipendenti che non possono permettersi di accedere all’interruzione di gravidanza nel loro Stato. Sebbene i sostegni economici siano senz’altro ben accetti, questi improvvisati paladini dei diritti riproduttivi delle donne ne difendono la libertà di scelta solo per garantirsi la piena disponibilità al lavoro delle proprie dipendenti e per legarle a doppio filo a un lavoro che le obbliga a turni sfiancanti e salari miseri. È noto che ai padroni la maternità non è mai piaciuta, e in tempi di great resignation non si possono permettere di perdere altra forza lavoro. Inoltre in questo modo ci guadagnano l’immagine progressista che serve sempre alle aziende per ripulire il loro nome. Questa difesa della libertà delle donne, d’altra parte, è stata preceduta da anni di donazioni fatte da queste stesse aziende al partito repubblicano, a senatori che hanno fermamente sostenuto la necessità di definanziare o abolire i servizi per l’aborto e le lobbies antiabortiste. Trattato come una business issue, l’aborto viene insomma sostenuto dalle aziende che più fatturano su scala globale. Ridotto a una scelta individuale – secondo i dettami del femminismo liberal –, praticabile in virtù di concessioni economiche aziendali, nella post-Roe America l’aborto diventerà un nuovo terreno di gerarchizzazione che stabilirà nuove linee di divisione tra le donne in virtù dei contratti di lavoro di cui dispongono, del colore della loro pelle, del denaro che si portano in tasca e di una riproduzione in forme nuove dell’ordine sessuato patriarcale di cui il mercato non può certo fare a meno.

Nonostante la sua lunga preparazione, quindi, la sentenza antiabortista della Corte suprema deve essere letta come un momento del contrattacco patriarcale al movimento globale delle donne che negli ultimi sei anni ha portato, con mobilitazioni di massa, alla legalizzazione dell’aborto in paesi come l’Irlanda, l’Argentina, la Colombia e alcuni stati del Messico. Questo movimento ha reso evidente che rivendicare la possibilità di essere donne senza essere madri significa far valere una libertà collettiva e politica contro l’organizzazione patriarcale della società. Significa cioè far valere una pretesa di sovversione delle gerarchie sessuate e dei ruoli di genere messi a valore dalla società neoliberale, e contestare le condizioni sociali – il razzismo e lo sfruttamento – che impediscono a ciascuna donna di praticare le proprie scelte. A New York le diecimila donne, fra cui moltissime nere e chicanas, che sono scese in piazza con i pañuelos verdi, simbolo della lotta per la legalizzazione dell’aborto in America Latina, hanno esplicitamente fatto dell’aborto una rivendicazione non solo di libertà individuale ma di giustizia sociale.

In generale, per le donne stanno scendendo in piazza negli Stati Uniti l’aborto non è quindi una questione giuridica o morale, ma una possibilità che materialmente determina le condizioni della loro esistenza. Non è un caso che la bozza della sentenza dichiari che «libertà» è un «termine ampio», che rischia di confondere i limiti definiti dal 14° emendamento con le «ardenti visioni» che mettono in questione l’ordine che deve governarne l’esercizio. Il problema, per Alito&Co, è proprio che la libertà stabilita dalla sentenza del 1973 lasciava un margine troppo ampio alle donne per interpretare e potenzialmente sovvertire l’ordine puntellato dalla tradizione e concepito non solo come limite della libertà, ma come suo inveramento. La possibile rottura del vincolo fra la sessualità e la procreazione insinua, infatti, una crepa nell’ordine patriarcale che mira a impedire il governo delle donne attraverso la loro funzione materna. È questa libertà a costituire la posta in gioco dello scontro in atto. Non certo il cosiddetto diritto alla vita sbandierato dai conservatori in un paese nel quale la sterilizzazione delle donne nere è stata praticata sistematicamente fino al secolo scorso per garantire la riproduzione della supremazia bianca. Un diritto alla vita che vale quando si tratta di governare la libertà delle donne, ma non quando si tratta di regolare il diritto alle armi per porre fine ai mass shootings che ogni anno fanno stragi nei campus e persino nei supermercati americani, o quando si tratta di imporre restrizioni per impedire la diffusione di un virus che ad oggi ha fatto un milione di morti solo negli Stati Uniti. Un diritto alla vita ma proprio solo a quella, visto che poi ai bambini tanto faticosamente salvati dal feticide non può certo essere riconosciuto il diritto ad accedere gratuitamente a un asilo, all’istruzione, alla salute, né tantomeno il diritto di vivere senza essere sfruttati o liberi dalla violenza razzista.

Di fronte a tutto questo, il Partito Democratico non ha mancato ancora una volta di costernarsi, di indignarsi e di impegnarsi, per poi gettare la spugna, ma con gran dignità. L’11 maggio è stata presentata in Senato con grande urgenza una proposta di legge per riconoscere a livello federale il diritto di aborto messo a repentaglio dalla Corte Suprema. Di fronte alla preventivata mancanza di voti, i democratici, allargando le braccia, hanno fatto notare che l’unica soluzione possibile sta nel votare candidati pro-choice alle elezioni di Mid-term a novembre, contando di poter fare dell’abrogazione del diritto di aborto una formidabile occasione di propaganda elettorale che nasconda i fallimenti del primo biennio di Biden. Il quale, bontà sua, ha per l’occasione pronunciato la parola “aborto” in pubblico per la prima volta dall’inizio del suo mandato, ma senza mancare di far notare che è diritto di ogni donna decidere di «abortire un bambino», strizzando l’occhio al linguaggio dei conservatori. D’altra parte, il cattolicissimo Joe aveva reagito all’approvazione di Roe nel 1973 dichiarando che una donna non dovrebbe avere il diritto esclusivo di decidere sul proprio corpo e nel 1982 aveva votato a favore del cosiddetto “Hyde Amendment” proposto da Reagan per impedire l’uso di fondi federali per garantire il diritto di aborto. Biden, del resto, ha altro a cui pensare e mentre Politico pubblicava la bozza della sentenza, lui si recava in Alabama alla fabbrica di armi Lockheed Martin, ad elogiare l’arsenale che sta permettendo una ferrea opposizione al «ritorno dei dittatori». Dopo aver difeso, contro la sentenza del giudice Alito, «la libertà di scelta delle donne», ha dichiarato che gli Stati Uniti devono tornare a difendere con i missili la libertà e la civilizzazione. Certo non deve preoccuparlo che l’Ucraina sia stata, proprio grazie alla civiltà garantitale dalla bianchezza delle sue donne, il paese finora più competitivo nel “turismo riproduttivo”, cioè nell’industria della maternità surrogata per stranieri. Sono proprio le donne che ne hanno finora garantito i profitti a doversi adesso assumere il costo dei rischi di quest’industria riproduttiva: temendo di essere registrate, in base a leggi europee meno permissive sulla maternità surrogata, come tutrici legali dei bambini, si trovano ora impossibilitate a fuggire dalla guerra. Le donne che invece riescono a scappare e a rifugiarsi nel paese più vicino, la Polonia, trovano ad attenderle un inscalfibile divieto all’interruzione volontaria della gravidanza. La civiltà, specie quella da difendere con le armi, è non di rado una trappola. Del resto, proprio nel suo discorso nella fabbrica di armi, Biden, così come Trump qualche anno fa, ha trasformato Rosie the Riveter, icona dell’emancipazione femminile, in un simbolo del sacrificio delle donne che durante la Seconda guerra mondiale avevano lavorato per sostenere la democrazia combattente.

È evidente, quindi, che la difesa della libertà delle donne di essere o non essere madri non possa essere appaltata a giudici ultraconservatori o a senatori democratici, interessati, prima di tutto, a farne lo strumento della loro campagna elettorale. Le donne che stanno continuando a scendere in piazza e a coordinarsi hanno chiaro che non si tratta semplicemente di un attacco a un diritto individuale. In ballo c’è un tentativo patriarcale di riorganizzare la società americana ancorando le donne a una posizione subordinata e dipendente dalla loro funzione riproduttiva. Un tentativo questo, in linea con le trasformazioni che la «guerra per la civiltà» promossa da Biden sta portando su scala transnazionale, integrando le rifugiate ucraine come manodopera a basso costo nelle catene globali della cura, facendo leva sul loro sesso e sui loro permessi di soggiorno temporanei. Consapevole della portata radicale e globale del diritto d’aborto, la Women’s March ha chiamato a una summer of rage, che prevede una Women’s Convention ad agosto. Sarà necessario però molto più di una conferenza di attiviste per trasformare la rabbia in un movimento femminista di massa capace di opporre un rifiuto collettivo al piano patriarcale e conservatore di riforma della società americana.

 

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