lunedì , 27 Settembre 2021

Il primo luglio contro la violenza maschile e di Stato: dalla Turchia al mondo

di SANEM OZTÜRK (KADAV – Women’s Solidarity Foundation, Turkey)

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Il 19 giugno centinaia di migliaia di donne provenienti da tutta la Turchia e appartenenti a 131 organizzazioni di donne e di persone LGBTQI+ si sono date appuntamento a Istanbul per protestare contro il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul e per richiamare l’attenzione sulla mobilitazione in programma per il primo luglio. Faccio parte di un’organizzazione di donne e posso affermare che abbiamo organizzato la mobilitazione con gioia ed entusiasmo. Poi, appena due giorni prima della manifestazione, abbiamo ricevuto la terribile notizia: l’omicidio di Deniz Poyraz, una donna curda membro dell’HDP che stava facendo colazione da sola nella sede del partito a Smirne. Come lui stesso ha dichiarato in seguito, l’assassino ha fatto irruzione nell’edificio che, come ogni altro centro dell’HDP, è sempre sotto sorveglianza della polizia, con l’obiettivo di fare un massacro. Deniz, l’unica persona all’interno, è stata uccisa da sei proiettili.

La manifestazione del 19 giugno aveva l’obiettivo di protestare contro la decisione presa da Erdogan il 20 marzo scorso, di ritirare la Turchia dalla Convenzione di Istanbul. In modo spontaneo è stata però dedicata anche a Deniz Poyraz e a tutte le altre vittime della violenza nelle sue diverse forme, inclusa la violenza politica. La violenza politica non è niente di nuovo, certo. In passato ne abbiamo avuti diversi esempi, specialmente di quella consumata contro le donne curde, di sinistra, socialiste e femministe. È un fenomeno che non riguarda solo la Turchia, ma tutto il mondo.

In Turchia, nell’ultimo decennio, abbiamo assistito a un enorme incremento di violenza sessuale e di genere, come abbiamo discusso nelle ultime assemblee di E.A.S.T. A dire il vero, il movimento delle donne, tra i più attivi movimenti politici in Turchia fin dagli anni Ottanta, ha lottato duramente e ottenuto molti diritti negli ultimi tre decenni: abbiamo ottenuto leggi migliori, creato commissioni, urlato nelle strade e fatto pressione sulle istituzioni, assediato i cancelli dell’Assemblea Nazionale e difeso i nostri diritti nei tribunali. In questi ultimi venti anni di lotta, Erdogan e il suo partito sono stati al potere. Quando le persone chiedono «Cosa è cambiato? Non è lo stesso Erdogan che ha firmato la Convenzione?» rispondo «Sì e no». All’inizio del secondo decennio degli anni Duemila, Erdogan giocava ancora la «carta della democrazia» nei confronti dell’Occidente e del resto del mondo. Era prevista la possibilità di entrare nell’UE e l’accordo sui migranti tra Turchia e UE non era ancora stato siglato; le organizzazioni delle donne e le ONG riuscivano, anche se con forti limitazioni, a sedere ai tavoli delle trattative e, nonostante l’ipocrisia dell’AKP (il partito della Giustizia e dello Sviluppo di Erdogan), il cosiddetto processo di pace sulla questione curda era ancora in corso. La lista potrebbe continuare.

Non c’è una data esatta cui si può far risalire un cambio netto di direzione, ma nella storia recente della Turchia si possono individuare dei momenti centrali di cambiamento. Nel 2012 il Ministero per le Donne è stato trasformato nel Ministero della Famiglia e delle Politiche Sociali, rappresentando un campanello di allarme sull’ideale di donna promulgato dall’AKP. Erdogan ha contribuito più volte a rafforzare la mentalità della «sacra famiglia» sostenendo che, per essere delle buone turche musulmane, le donne avrebbero dovuto sposarsi e fare almeno tre figli. Le donne che non rientrano in questo profilo non sono accettabili. Un altro segnale importante risale al massacro di Roboski (dicembre 2011, l’esercito turco ha bombardato un gruppo di civili curdi uccidendone 34), quando Erdogan – invece di avviare un’indagine sul terribile crimine che l’esercito ha commesso contro il suo stesso popolo – ha provato a silenziare l’opposizione dicendo: «Roboski non è un massacro. L’aborto, sì», portando milioni di donne a scendere in piazza. Questo episodio non rappresenta solo un tentativo di ridefinire le priorità del paese, ma un chiaro segnale di attacco contro l’aborto, un diritto per cui le donne hanno lottato duramente. Alla fine, non sono riusciti ad abolire la legge, ma hanno stabilito una serie di limitazione che impediscono a molte donne di abortire in sicurezza e gratuitamente negli ospedali pubblici.

La creazione di una Commissione di Inchiesta sui Divorzi nell’Assemblea Nazionale è un punto di non ritorno che segnala il totale abbandono dell’obiettivo dell’uguaglianza di genere. Sappiamo che cosa vuol dire investigare sui divorzi: vuol dire ridurre il tasso di divorzio invece che prevenire la violenza contro le donne e i femminicidi e costruire meccanicismi che difendano le donne dalla violenza. Questo passaggio ha rivelato la mentalità islamico-nazionalista secondo cui, pur di tenere intatta l’istituzione della «sacra famiglia», donne e bambini possono essere soggetti alla violenza sistemica.

Potrei fornire innumerevoli esempi tratti dalla vita quotidiana. Ad esempio, un ministro delle finanze che annuncia che «la disoccupazione cresce perché le donne cercano lavoro» (marzo, 2009). Un ministro della sanità che continua a restare in carica anche dopo aver detto che l’unica carriera disponibile per le donne dovrebbe essere la maternità (gennaio 2015). Il sindaco della capitale della Turchia che consiglia a una donna che è stata stuprata di suicidarsi piuttosto che di ricorrere all’aborto (giugno 2012). Il primo ministro del paese che afferma che il fenomeno della violenza contro le donne è semplicemente ingigantito, o che vuole insegnare a tutto il paese «che l’uguaglianza di genere è contro la creazione dell’uomo e della donna» (tutte le volte che può). L’esempio più recente coinvolge la ministra degli affari esteri: ha affermato che la violenza contro le donne in Turchia è a un livello «tollerabile». Questi sono gli istigatori alla violenza, in tutte le sue forme. Questi sono pezzi della nostra dolorosa memoria collettiva. Queste parole influenzano chi ha il compito di applicare la legge e i legislatori, chi lavora nella sanità e dovrebbe supportare le donne nell’accesso ai loro diritti. Queste parole danno forma ai discorsi dei media.

In breve, la Turchia non fornisce spazi sufficientemente sicuri a milioni di donne e persone LGBTQI+. Il paese sta regredendo. La maggior parte delle donne non denuncia la violenza perché, a ragione, non ha fiducia nel sistema. D’altronde perché dovrebbero? Come possono aver fiducia in un sistema nel quale i loro diritti sono attaccati proprio dalle persone che dovrebbero difenderli?  Queste persone sono le stesse che sono state turbate dall’ombra della Convenzione di Istanbul nonostante essa sia stata spesso disattesa in Turchia. Il loro vero problema è che le donne, di diversi gruppi sociali, sposano la Convenzione di Istanbul. Le donne dei sindacati hanno organizzato iniziative sulle Convenzione, soprattutto per ciò che riguarda la violenza sul posto di lavoro. Poco prima del Primo maggio, la federazione dei sindacati rivoluzionari ha fatto un annuncio richiamando la Convenzione di Istanbul e tutti gli altri accordi che la Turchia deve mettere in atto. A volte abbiamo tratto beneficio dalla Convenzione, specialmente nei casi delle donne rifugiate, migranti senza documenti.

In Turchia i numeri record di violenza sessuale erano allarmanti ben prima della pandemia, ovvero prima che milioni di donne soggette a violenza fossero obbligate a stare a casa, con tutte le torture che questo comporta. Le donne non hanno più avuto accesso ai meccanismi di protezione, sono state rifiutate dalle stazioni di polizia. Non sono state accolte nei centri di protezione perché non avevano accesso a test che certificassero la loro negatività al Covid-19. Queste donne dovevano essere protette dalla Convenzione di Istanbul, dalla Legge n. 6284 e dal loro governo. Sono nel 2020 sono stati registrati 300 femminicidi e 171 morti sospette di donne (We Will Stop Femicides Platform 2020 Report). 79 femminicidi e 45 morti sospette nei primi quattro mesi del 2021. (We Will Stop Femicides Platform 2020 Monthly Reports). Almeno 2336 donne, e chi sa quante altre di cui non siamo al corrente, sarebbero ancora vive se la Convenzione di Istanbul fosse stata attuata.

Il Primo luglio è una data molto importante per noi perché quel giorno la Turchia si ritirerà ufficialmente dalla Convenzione di Istanbul. Per questo, la manifestazione del 19 giugno è stata un passo importante verso il primo luglio. Non so dire quante donne vi abbiano partecipato, negli ultimi anni siamo state obbligate a organizzare le nostre manifestazioni solo nei luoghi che ci vengono concessi, altrimenti si verificano attacchi brutali da parte della polizia e arresti (se non peggio), e siamo molto arrabbiate per questo. È irritante soprattutto perché le manifestazioni dovrebbero avere luogo nei centri delle nostre città così che le persone ci vedano e si possano unire. In passato le nostre manifestazioni erano a Taksim e a Kadıköy, İstanbul, a Kızılay, Ankara, in centro, nel cuore delle città. Ora la loro strategia è isolarci, vogliono isolare le azioni dai soggetti delle rivendicazioni.

In ogni caso, la manifestazione del 19 giugno era affollata, rumorosa e promettente per il primo luglio. Le rivendicazioni sono note: la fine della discriminazione e della violenza sessuale e di genere in tutti gli ambiti, la lotta contro i matrimoni forzati dei minori, indagini e condanna contro chi commette femminicidi, la firma dell’accordo ILO 190 e la fine della violenza sul posto di lavoro, l’abolizione della legge sull’amnistia per chi abusa sui minori e, ovviamente, la ratifica della Convenzione di Istanbul così come l’attuazione di tutto il quadro legale nazionale e internazionale. È stato un giorno triste, ma anche pieno di energia. È stato bellissimo essere di nuovo insieme dopo mesi di isolamento.

Come femministe, come movimento delle donne in Tuchia, siamo certamente scoraggiate, ma non abbiamo perso la speranza. La lotta per l’uguaglianza non inizia dalla Convenzione di Istanbul e non finisce nel momento del suo ritiro (il ritiro è comunque inaccettabile per tutte quelle donne che, nonostante la pandemia e la violenza della polizia, hanno continuato a lottare). Tuttavia, questo segnale eloquente mostra che l’obiettivo della parità di genere è stato abbandonato e che socialmente, culturalmente e istituzionalmente stiamo andando verso una società sempre più patriarcale. Già vediamo i primi frutti avvelenati: chi commette un femminicidio chiama ogni giorno il proprio avvocato per sapere se può richiedere uno sconto della pena «visto che la Turchia è fuori dalla Convenzione». Gli uomini chiedono consulto legale per rifiutare alle donne il diritto agli alimenti.

Anche ora, mentre parliamo, continua l’attacco contro i nostri diritti. Mentre ciò avviene, l’Occidente e l’EU si barricano dietro il «no comment», soprattutto dopo che hanno firmato nel 2016 il terribile trattato con la Turchia. Quindi, se Erdogan sta diventano più audace e avventato che mai, se la corruzione in Turchia è diventata la nuova religione, se i giovani sono in una condizione di precarietà mai vista, se le persone hanno paura di contestare i discorsi ufficiali, se le donne, i bambini, le persone LGBTQI+ e i rifugiati non si sentono per niente liberi o al sicuro è perché Erdogan sa che nessuno lo sfiderà. Sa benissimo di avere un enorme potere che non esita a mettere in pratica in ogni occasione.

Da quando la Turchia è diventata la polizia di frontiera dell’Unione Europea, le cose sono andate male a livello sociale, politico ed economico, al punto che una grande fetta della popolazione turca, specialmente giovani, donne, LGBTQI+ non vogliono più vivere qui. Cercano asilo in altri paesi, e tentano ogni strada per andare a vivere all’estero. In altre parole, l’UE, garantendo miliardi di euro alla Turchia per tenere i migranti fuori dall’Europa, contribuisce alla fuga di massa dei cittadini turchi e delle cittadine turche che nel loro paese non hanno accesso ai diritti, non trovano un lavoro, non possono parlare liberamente e sentirsi al sicuro. E dove pensate che cercheranno asilo? La risposta la conosciamo tutti.

Vorrei concludere dicendo che ho un’immensa fiducia nel potere e nella capacità di mobilitazione che vedo nelle donne del movimento turco. Non è un’esagerazione dire che il movimento delle donne e le femministe non solo sopravvive a ogni attacco, ma ogni volta ne esce più forte. È vero, è una terribile sensazione dover essere sempre sulla difensiva, in particolare contro una mentalità che domina ogni aspetto della vita sociale, ma noi donne siamo più organizzate e connesse che mai, a livello locale e transnazionale. La lotta è ancora lunga.

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