lunedì , 27 Settembre 2021

Brescia: la strage e la memoria oltre il mito

Salvador Dalì, “La persistenza della memoria”

di FELICE MOMETTI

La memoria si declina sempre al presente e il mito è una macchina che congela un passato immaginario. A 47 anni dalla strage di piazza della Loggia a Brescia la macchina mitologica ha fagocitato la memoria tanto che mito e memoria sono diventati indistinguibili. I percorsi che mettevano in relazione le esperienze vissute con le esperienze trasmesse si sono interrotti da decenni. È il caso anche dei giorni successivi alla strage di Brescia che nella memoria-mito vengono definiti quelli «dell’autogestione della piazza». Alcuni vi hanno intravisto anche «l’autogestione della città», altri hanno parlato addirittura di un «Sessantotto bresciano». Oggi cosa rimane oltre il mito coltivato in sempre più ristrette cerchie? Solo le testimonianze che – nella loro inevitabile e legittima parzialità ‒ si sforzano di guardare al passato con gli occhi del presente per mantenere una memoria non sepolta sotto la commemorazione dei ricordi.

28 Maggio 1974

Piazza della Loggia. Lo sciopero di quattro ore indetto dai sindacati non vede una grande partecipazione, anche per la giornata di pioggia. I previsti quattro concentramenti si riducono a tre, è annullato quello di piazzale Arnaldo, due giorni prima. La piazza ha parecchi spazi vuoti, non ci sono più di duemila persone. Alle 10.12 esplode la bomba facendo subito sei vittime. Sono quattro insegnanti, un pensionato e un operaio. Alcune decine di minuti dopo lo scoppio della bomba un gruppo di studenti urla che la strage è fascista e che bisogna andare alla sede del MSI in quanto responsabile politico se non materiale della strage. Il gruppo viene bloccato, all’uscita dalla piazza, da un servizio d’ordine improvvisato di funzionari sindacali, militanti del PCI e della FGCI.

Ore 11. Riunione presso la sede della Provincia dei rappresentanti della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e del Partito Comunista. I contenuti della riunione sono riassunti da Ettore Fermi, esponente di primo piano del PSI e segretario del Comitato Unitario Permanente Antifascista (CUPA): «Arginare ulteriori effetti che andassero nella stessa direzione ma anche la reazione della popolazione e dei comitati che si erano organizzati altrove che potevano recarsi a Brescia e creare situazioni di tensione».

Ore 16. Piazza della Loggia. Sotto il porticato del Palazzo della Loggia gli attivisti del Circolo La Comune espongono dei pannelli con le fotografie della strage, scattate al mattino, accanto ai nomi e alle foto dei fascisti più noti in città. Nascono discussioni accese con funzionari sindacali e di partito sull’opportunità di esporre i corpi straziati dalla bomba e i volti dei fascisti. Nella notte mani anonime faranno sparire alcuni pannelli che verranno rimessi al loro posto il giorno dopo.

Pomeriggio. Dalla Questura partono gli ordini di perquisizione di una serie di abitazioni di militanti della sinistra suscitando molte proteste. Il Questore poi parlerà di un errore inspiegabile.

Ore 17. Camera del Lavoro. Inizia un’assemblea di lavoratori e delegati, aperta agli studenti e alle forze politiche, che deve decidere le iniziative dei giorni successivi. La partecipazione è altissima tanto che molti, la maggioranza, non riescono a entrare nella sala. La proposta di occupare giorno e notte fabbriche e scuole almeno fino ai funerali di tre giorni dopo, avanzata da studenti e giovani lavoratori, viene bocciata. Un ruolo decisivo lo gioca Giancarlo Pajetta della segreteria nazionale del PCI che, facendo pesare anche i suoi trascorsi di partigiano, interviene dicendo che «non è il momento di scelte non partecipate, che serve unità per difendere le istituzioni democratiche». Per Pajetta l’unità è incarnata, a pochi metri di distanza, da Ciso Gitti, Presidente democristiano della Provincia di Brescia. Le «indicazioni», così sono definite nel testo finale, per il giorno dopo prevedono un’occupazione, nei fatti simbolica, delle fabbriche dal mattino fino alle 18 per svolgere delle assemblee aperte e la continuazione dello sciopero fino alla mezzanotte. Prende forma una strategia di contenimento della temuta radicalità sociale e di controllo delle azioni politiche. Si pongono le basi di una narrazione che ha al centro «la difesa delle istituzioni democratiche e l’unita dei partiti democratici».

29 maggio

Assemblee nelle fabbriche in occupazione simbolica. L’assemblea più importante, quella che «darà la linea», si svolge all’OM-FIAT. La maggiore fabbrica bresciana con quattromila dipendenti. Partecipano Luigi Bertoldi, ministro del Lavoro in quota PSI, Ugo Pecchioli, ministro dell’Interno-ombra del PCI e il deputato democristiano Michele Capra. Una sorta di quadretto-icona dell’unità dei partiti democratici che deve prevalere su qualsiasi iniziativa autonoma che potrebbe essere intrapresa dagli operai. L’ordine del giorno, preconfezionato, che viene assunto è piuttosto generico e vago, non dice nulla come proseguire la mobilitazione nei luoghi di lavoro e nella città. Si propone a «tutti i lavoratori e alle forze democratiche iniziative atte a mettere fuorilegge il MSI-DN» riferendosi implicitamente all’applicazione delle leggi in vigore, in modo particolare alla Legge Scelba del 1952. Stesso schema nell’assemblea pomeridiana dell’OM-FIAT: ordine del giorno generico e quadretto unitario di PCI-PSI-DC, questa volta con Terraroli-Balzamo- Gitti, dirigenti locali dei tre partiti. Di altro tenore la mozione approvata dall’assemblea dell’INNSE-Sant’Eustacchio dove interviene anche Franco Bolis della segreteria nazionale di Lotta Continua. L’assemblea della seconda fabbrica bresciana chiede la chiusura immediata delle sedi fasciste e la destituzione del Questore. Questa mozione non avrà effetti concreti, non varcherà i muri di quella fabbrica. Infatti si trattava, come ebbe a dichiarare Claudio Sabatini, allora segretario della FIOM di Brescia, non di occupare le fabbriche in modo «offensivo» ma di ricompattare i lavoratori e riprenderne la direzione politica.

L’Unità del 29 maggio riporta in prima pagina il comunicato della Direzione del PCI e il Documento dei sindacati. Il PCI fa appello «all’unità delle forze democratiche e allo spirito di lotta e di vigilanza delle masse lavoratrici e popolari, perché si esprima la volontà della Nazione ». Per i sindacati CGIL-CISL-UIL vanno perseguiti «i responsabili di questo disegno antinazionale». In altri termini si fa coincidere dall’unità delle forze democratiche con l’unità nazionale. La cosa non sfugge al Ministro della Difesa Andreotti che, come riportano i verbali del Consiglio dei Ministri, rileva il modificato «atteggiamento recente del PCI che consente l’adozione di iniziative ieri impensabili». Andreotti vede la possibilità che la strategia del PCI del compromesso storico possa concretizzarsi in un governo di unità nazionale, come accadrà due anni dopo. In molte città ci sono manifestazioni imponenti che spesso si concludono con l’assalto e la chiusura di decine di locali frequentati dai fascisti, di sedi del MSI, della CISNAL (il sindacato fascista), del «Candido» (settimanale neofascista). Ciò avviene, per fare solo degli esempi, a Milano, Roma, Napoli, Bologna, Genova, Bergamo, Perugia, ma non a Brescia. L’accordo con la Prefettura e il Ministero degli Interni regge: ai sindacati la gestione della piazza a patto che non accadano azioni o proteste rilevanti. Il servizio d’ordine sindacale con a fianco, non poche volte, poliziotti in borghese – come ammette anche Ettore Fermi, segretario del CUPA ‒ perquisisce e coordina l’ingresso in piazza delle delegazioni dei partiti, dei consigli di fabbrica delle associazioni. La sera in p.zza della Loggia c’è un episodio, piccolo se si vuole, che però chiarisce il clima che si respira. Gli attivisti del Circolo La Comune arrivano in piazza con un proiettore e un telo di grandi dimensioni per mostrare una serie di diapositive a colori scattate pochi minuti dopo la strage. In un’intervista, Ken Damy, allora attivista de La Comune, racconta i fatti: «L’effetto [delle diapositive] è micidiale… Si fa subito una ressa tremenda. Alcuni sindacalisti esuberanti si immedesimano in censori e volenti o nolenti, volano schiaffi e pugni, ci obbligano a interrompere la proiezione… Le fotografie [della strage, esposte il giorno prima sotto il porticato di Palazzo della Loggia] vengono spostate sul lato della piazza per poi sparire definitivamente il giorno dei funerali».

30 maggio

Nelle fabbriche si torna al lavoro. L’occupazione è stata brevissima e molto simbolica. Ci sono i funerali di Stato delle vittime della strage da organizzare. Il compromesso che viene raggiunto con Taviani, ministro dell’Interno, prevede che la gestione dei funerali sia affidata ai sindacati con la polizia nelle caserme e nel cortile della Prefettura, situata a un paio di centinaia di metri da Piazza della Loggia, pronta a intervenire. La presenza di Leone, Presidente della Repubblica, e Rumor, Presidente del Consiglio, impone un protocollo da seguire. In piazza ci saranno solo agenti in borghese e i carabinieri delle scorte di Leone e Rumor. Ma la battaglia «campale» di quel giorno, spacciata come grande conquista dagli organizzatori, è la presenza di Luciano Lama, Segretario Generale della CGIL, tra gli oratori ufficiali. Viene deciso che la cerimonia funebre sarà aperta da una messa celebrata in piazza dal Vescovo di Brescia che, il giorno prima, aveva fatto affiggere manifesti in tutta la città a firma della Chiesa di Brescia in cui si imputava la strage allo «spirito di Caino», ricevendo critiche anche dalle comunità cattoliche di base. Intanto si continua a manifestare in molte città italiane ma non solo. Ci sono manifestazioni a Francoforte, Ginevra, Zurigo e Parigi. Ed è proprio a Parigi che c’è una manifestazione di alcune migliaia di persone che si conclude al cimitero di Pere Lachaise, con l’intervento di Alain Krivine – uno dei leader del Maggio francese ‒ davanti al Muro dei Federati dove furono fucilati i combattenti della Comune di Parigi.

Ma la strage è solo fascista o anche di Stato? Questa è la domanda che circola da alcuni giorni a Brescia. Ci pensa l’Unità del 30 maggio a dare una risposta che verrà poi fatta propria, per anni, dalla grande maggioranza dei militanti politici e sindacali della sinistra bresciana. Il giornale del PCI riporta, in prima pagina, la dichiarazione del segretario generale Berlinguer in cui chiede al governo «un orientamento preciso che impegni tutti gli organi e i servizi dello Stato a operare in conformità del dovere costituzionale e delle leggi della Repubblica». Non c’è alcun appello alla mobilitazione. In altri termini il pericolo è solo fascista e il governo non fa abbastanza per coordinare gli apparati dello Stato. In fondo a pagina 5, c’è un piccolo trafiletto dal titolo: «Isolati incidenti in alcune città». Le decine di luoghi di ritrovo e sedi fasciste chiuse da cortei con migliaia di persone diventano «marginali tafferugli in cui sono stati coinvolti gruppetti in genere poco numerosi di giovani extraparlamentari».

31 maggio

Nel giorno dei funerali i sindacati proclamano quattro ore di sciopero per permettere la partecipazione. Brescia è invasa da 500mila persone, più del doppio della sua popolazione. Il servizio d’ordine del sindacato filtra l’ingresso in una piazza che non può contenerne nemmeno un decimo. Protegge l’entrata della delegazione della Democrazia Cristiana con tanto di bandiere e blocca nelle vie laterali un corteo di migliaia di attivisti della sinistra extraparlamentare, come allora veniva definita. Quando dal palco viene annunciata la presenza di Leone e Rumor dalla piazza partono una marea di insulti e bordate di fischi. La stessa sorte tocca a Bruno Boni, sindaco di Brescia, durante il suo discorso. Il filtro del servizio d’ordine non è servito. La rabbia e l’indignazione non erano limitate alla sinistra extraparlamentare, erano i sentimenti della maggioranza della piazza. Terminata la cerimonia in piazza, le bare delle vittime vengono portate in corteo al cimitero seguendo la via più breve possibile. Migliaia di attivisti della sinistra extraparlamentare, provenienti da varie città, seguono un altro percorso: si dirigono verso alcuni locali frequentati dai fascisti e li chiudono. C’è anche il tentativo di assalto alla sede provinciale della Democrazia Cristiana.

1 e 2 giugno

Sono i giorni delle analisi e delle valutazioni. Piazza della Loggia continua ad essere il centro degli incontri e delle discussioni. Per l’«Avanti», il giornale del PSI, è come se il giorno precedente non fosse successo nulla. Nessuna contestazione, nessun corteo fuori dal percorso ufficiale. Per l’Unità solo durante il discorso del Sindaco di Brescia ci sono state delle: «inopportune interruzioni di alcuni gruppetti» coperte però dagli «applausi della maggior parte dei presenti». E poi in fondo a pagina 3 un trafiletto dal titolo: Isolati e senza conseguenze i tentativi di estremisti di provocare il caos in cui si stigmatizza «il tentativo di qualche sparuto e isolatissimo drappello di estremisti di provocare la rissa e seminare la confusione». Le discussioni in piazza sono difficili e complicate. Per molti militanti sindacali e dei due partiti della sinistra istituzionale valgono molto di più i resoconti dei due giornali rispetto alla loro esperienza vissuta in prima persona. Ma è sulla prima pagina dell’«Avanti» del 2 giugno in cui si mostra, pur avendo intenzioni opposte, che il re è nudo. Nell’editoriale, a nove colonne, il deputato socialista bresciano Vincenzo Balzamo, che in quei giorni ha svolto un ruolo di primo piano nella gestione negoziata di Piazza della Loggia e dei funerali, scrive che a Brescia il popolo italiano ha difeso la libertà e i diritti senza concedere nulla all’impulso e all’ira: «lo prova la compostezza con la quale cinquemila operai ed ex partigiani hanno contribuito a garantire l’ordine pubblico dopo la strage. Non una sola sede del Movimento Sociale è stata toccata, non un gesto di minaccia è stato rivolto nelle fabbriche occupate contro i padroni neri, quelli che notoriamente finanziano i gruppi fascisti locali e lombardi».

3 giugno

È il giorno del funerale di Luigi Pinto, settima vittima della strage, deceduto dopo alcuni giorni di agonia. L’ottava vittima, Vittorio Zambarda, morirà il 16 giugno per le ferite riportate. I sindacati proclamano tre ore di sciopero. Al funerale partecipano circa 25mila persone e la sensazione generale è che una fase si sia chiusa già nei due giorni precedenti. Inizia il Comitato Centrale del PCI che proseguirà fino al 5 giugno. La relazione iniziale e le conclusioni di Berlinguer hanno al centro la proposta di un «governo di svolta democratica» che non è «un’alternativa laica, ma la ricomposizione di una unità reale tra lo grandi componenti popolari e democratiche del Paese». Nella sostanza un’accelerazione del compromesso storico con la DC e il PSI dopo la vittoria nel referendum sul divorzio il 12 maggio e i giorni dopo strage di Brescia, perché questi due eventi «ci dimostrano che in Italia la democrazia è forte, più forte di quanto lo sia mai stata dalla Liberazione ad oggi». Berlinguer delimita in modo rigido il campo delle responsabilità della strage: sono stati i fascisti vecchi e nuovi e il partito Comunista è ben lontano «dal rivolgere accuse o critiche indiscriminate all’insieme degli organi e degli apparati dello Stato». La risoluzione finale è votata all’unanimità.

8 giugno

In piazza della Loggia c’è Adriano Sofri, segretario di Lotta Continua. Per la prima volta in quella piazza si sente dire in un discorso pubblico che l’intreccio tra apparati dello Stato, neofascismo e MSI sta alla base della strage. Non ci sono «deviazioni» dei servizi segreti, quello è il loro modo di funzionare. Nel suo discorso, Sofri pone la questione della relazione tra lotta antifascista e lotta anticapitalista riprendendo la mozione approvata dall’assemblea del INNSE-Sant’Eustacchio. Ma al tempo stesso si rende conto che nel giro di pochissimi giorni la situazione è cambiata e la finestra delle possibilità del conflitto sociale, aperta tra il 29 e il 30 maggio, si è rapidamente chiusa. C’è quasi un senso tragico nelle parole di Sofri. Di fronte a una strage come quella di Brescia che colpisce una manifestazione sindacale e alla potenzialità espressa nei giorni successivi non si è stati all’altezza della necessaria risposta politica e sociale.

La memoria è una materia viva

Le autogestioni delle città o parti di esse, se le parole hanno anche un significato, dovrebbero basarsi su un contropotere riconoscibile e alternativo a quello istituzionale, dovrebbero essere espressione di organismi di democrazia diretta. Questo a Brescia, nei giorni successivi alla strage non c’è stato. C’è stata una gestione di tre giorni di Piazza della Loggia e dei funerali negoziata con il Governo e il ministro dell’Interno. Certo, ci sono stati momenti di tensione nella suddivisione dei compiti nella gestione di quelle giornate, che però non hanno mai, nemmeno lontanamente, messo in discussione l’assetto dei poteri politico-istituzionali a livello locale e men che meno a livello nazionale. La memoria è una materia viva che resiste alle eclissi prodotte dall’appannamento dei ricordi e dalle commemorazioni che progressivamente diventano la tradizione.

 

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