mercoledì , 21 Ottobre 2020

Strage di Brescia: le memorie di carta

di FELICE MOMETTI

Memoria di una stragePuntuali come orologi svizzeri sono arrivati i libri sulla strage di piazza della Loggia di Brescia in occasione del quarantennale. C’era da aspettarselo. Le ricorrenze e le commemorazioni sono da sempre occasioni che il marketing editoriale non si lascia sfuggire. Ma l’impressione è che più passa il tempo meno si rifletta e sempre più si abbia a che fare con rimasticature e assemblaggi di tesi preconfezionate. Il nobile intento, dichiarato da tutti, di mantenere ‘viva e attiva’ la memoria del 28 maggio 1974 si tramuta, spesso, nell’ennesima ricostruzione dei fatti sulla base delle carte processuali. La questione di come la memoria del passato si attualizzi nel presente, argomento che non attiene a istruttorie né a processi, non viene mai affrontata. Viene rimossa, dimenticata. Il motivo è semplice: si dovrebbe definire di quale memoria si parla e che cosa sia, oggi, il presente. Meglio stracciarsi le vesti per la mancanza di colpevoli materiali, per gli ostacoli frapposti alla ‘giustizia’ dai cosiddetti poteri occulti, per una ‘verità’ quasi a portata di mano e mai afferrata. Poco o nulla viene detto sulla reale posta in gioco del conflitto sociale di quegli anni, sulla natura dello Stato in quanto detentore del ‘monopolio della violenza legittima’, sull’azione concertata messa in campo – già nelle ore successive la strage – dai grandi partiti e dalle organizzazioni sindacali per incanalare istituzionalmente la protesta e quindi «circoscrivere la pressione dei contestatori», come ebbe a scrivere un po’ di anni dopo Adelio Terraroli che, al tempo della strage, era parlamentare e dirigente di primo piano del Pci bresciano.

La storia come reality

Il libro di Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita, ha il taglio e il tono di un reality. La storia e i conflitti politici sono derubricati a intrecci psicologici di un insieme di vicende personali, pur nella loro tragicità. Una narrazione in cui l’autrice attribuisce ruoli e simula contesti subordinandoli in gran parte al suo esercizio di stile letterario. Tra l’altro, en passant, non perde occasione di informarci delle sue frequentazioni culturali a Parigi, Londra e New York. La durezza dello scontro sociale di quegli anni è ogni tanto evocata per poi essere subito, implicitamente, incasellata nel solito teorema che postula un’evoluzione lineare dello scontro di classe in terrorismo. Certo Tobagi parla anche di apparati dello Stato che hanno depistato le indagini, ma con un certo stupore che deriva dal non capacitarsi di come la cosiddetta ragion di Stato sia stata usata come una clava contro i cittadini «di cui lo Stato è fatto». Non si rifugia, come spesso è accaduto e troppi hanno fatto, nell’ immagine dei servizi segreti ‘deviati’, ormai improponibile, ma in quella di «uno Stato tradito da chi avrebbe dovuto servirlo». Nella «disattenzione interessata» del Servizio Informazioni della Difesa. La Nato più che una struttura politico-militare, dalle cui basi italiane sono uscite grandi quantità di esplosivo, pare una categoria dello spirito che aleggia ogni tanto tra le pagine del libro. E fin qui siamo ancora alle parole già sentite molte volte con lo scopo di non fare i conti fino in fondo e quindi prendere sul serio il termine ‘strage di Stato’. Dove invece si registra una vera e propria caduta di stile, diciamo così, è quando si descrive un’iniziativa politica promossa il 13 luglio del 1974 in piazza della Loggia da alcuni settori della sinistra radicale, denominata «Processo popolare contro gli assassini fascisti e i loro mandanti». Un’iniziativa discutibile fin che si vuole, condivisibile o meno, ma che Tobagi – pur definendola «una curiosa pantomima» in cui «i manifestanti, per fortuna, si limitano all’invettiva» – usa per dimostrare una sorta di contiguità tra quel ‘processo popolare’ e quelli dal «volto orrendo e deforme» messi in scena dalle Brigate Rosse. Tra le righe si insinua che anche gli oppositori al «compromesso storico» abbiano, in modo inconsapevole, fatto il gioco di chi voleva il «blocco d’ordine». Insomma, per Tobagi, la cornice è quella dell’album di famiglia della lotta armata. Non ci sono state scelte politiche, analisi dello scontro con lo Stato, dinamiche sociali che hanno operato, in un senso o nell’altro, drastiche soluzioni di continuità. Come se tutto fosse già stato scritto in un lento scivolare verso la ‘barbarie di sinistra’. Una convinzione, se non un’ossessione, anche di Martinazzoli – ultimo segretario della Democrazia Cristiana, più volte ministro e sindaco di Brescia – che in più occasioni ha sostenuto che ai funerali delle vittime della strage erano sicuramente presenti «quelli che diventeranno il cervello delle Brigate Rosse». E quindi, con queste premesse, la memoria che cos’è? Come si trasmette? Tobagi ha pochi dubbi. La memoria per «cementare l’intesa tra le generazioni» consiste nel «saper sentire il peso dell’ingiustizia che preme sulle pareti del cuore e accettare di sostenerlo anziché scrollarlo via» perché «è un marchio di umanità». Troppo poco anche per un reality. Come se l’umanità avesse e avesse avuto dei valori condivisi e il concetto di giustizia non risentisse del posto che si occupa in una gerarchia sociale.

Il polpettone ideologico

Bisogna sempre diffidare dei decostruttori dell’ideologia altrui che in passato è stata anche la loro. Gli strumenti che usano non sono mai neutri, sono più carichi di ideologia delle ideologie che vogliono criticare. È il caso del libro di Pino Casamassima Piazza Loggia. Brescia, 28 maggio 1974. Inchiesta su una strage, attraversato da una ricostruzione ideologica della memoria con l’intento, a dir poco pretenzioso, di consegnarla al futuro «con parole precise. Nero su bianco». In un accavallarsi di citazioni di Gramsci, Arendt, Hegel, Benjamin, la Scuola di Francoforte – che in gran parte contraddicono le tesi dell’autore – ed evocando ogni tanto anche Severino, viene confezionato un vero e proprio polpettone in modo che risulti complicato risalire agli ingredienti di base. Lasciando da parte l’abusata retorica di Casamassima che dice di svestirsi «di ogni giudizio e pregiudizio» e di porsi come un alieno che chiede «Cos’è successo a Brescia il 28 maggio 1974?», come se negli ultimi quarant’anni fosse vissuto su un altro pianeta, il nocciolo duro della sua ideologia è un altro. Ciò che dà la vera cifra al suo «metodo laico» è il richiamo al periodo di De Gasperi «con le sue estensioni politiche arrivate alle soglie del nuovo decennio dei Sessanta» in cui «l’equilibrio del sistema era garantito da una democrazia parlamentare di stampo liberale». Infatti la legge-truffa, i morti causati dalla polizia di Scelba, i protocolli segreti sulla Nato firmati da De Gasperi, il feroce autoritarismo sui luoghi lavoro negli anni ’50 a quanto pare, per l’autore, sono state solo delle costruzioni ideologiche (di altri) dalle quali emanciparsi. E l’emancipazione avviene dando «voce anche a loro, ai fascisti. A quelli che sentivo innocenti, ma anche – soprattutto – a quelli che sapevo colpevoli». Nulla di scandaloso in questo se si mettono i panni dello storico. Banalmente ideologico se viene usato per giustificare una tesi precostituita che accomuna ‘estremisti’ di destra e sinistra prigionieri, in maniera speculare, dello stesso immaginario politico, elevando a paradigma il proprio microcosmo personale e territoriale, la Salò dei primi anni ’70, a paesaggio politico nazionale. Il tutto viene poi collocato solo all’interno di una ‘scena eversiva’ neofascista, con qualche aggancio con servizi segreti, che aveva come obiettivo abbattere la democrazia parlamentare e instaurare un regime militare. I servizi segreti vengono descritti, a seconda delle situazioni, come entità onnipotenti oppure come luoghi popolati da personaggi da fumetto. E della memoria cosa rimane? Per Casamassima sembra più coincidere con una «voce sommessa della coscienza» confinata in un’etica astratta, cioè con uno degli elementi costitutivi dell’ideologia che giustifica l’assetto dell’attuale società. Che poi fa il paio con la memoria istituzionalizzata oggetto delle commemorazioni ufficiali.

Il potere incompatibile

Di tutt’altro valore la raccolta degli scritti, che coprono il periodo tra gli anni ’80 e ’90, di Norberto Bobbio La strage di piazza della Loggia. Il filosofo torinese, nei saggi e negli articoli contenuti del libro, ci dà un breve sunto della sua teoria politica applicata alla strage di Brescia. La mano degli esecutori e la mente dei mandanti sono state mosse «dall’indifferenza al male» e la strage tra le possibili forme di violenza è quella che più si avvicina alla «violenza assoluta». Ma perché ciò è stato possibile? La risposta di Bobbio è piuttosto debole, costringendolo a chiedere soccorso alla teoria degli arcana imperii che risale all’Impero romano, poi ripresa dai fautori dello Stato assoluto. La democrazia italiana è stata caratterizzata per decenni dalla compresenza di tre livelli di governo: il governo politico, il sottogoverno e il cripto-governo. Quest’ultimo come parte invisibile e segreta del potere ha funzionato come un «principe» che prende «decisioni nella più assoluta segretezza perché il volgo disprezzato» non deve conoscere e avere accesso ai reali strumenti del potere. E la strage in quanto sconfitta della democrazia, intesa da Bobbio come il regime in cui il potere viene controllato e limitato dalla costituzione, è stata possibile per mancanza di trasparenza e, in ultima analisi, per la mancata applicazione integrale della costituzione. Da una situazione del genere, secondo Bobbio, si può uscire dichiarando il potere invisibile del cripto-governo incompatibile con la democrazia. Il ragionamento di Bobbio sembra svolgersi in un vuoto pneumatico in cui non esistono rapporti di forza tra classi e settori sociali, scontri di potere e lotte per l’egemonia. Infatti non arriva mai ad affrontare realmente la natura di quel potere che descrive su tre livelli e il motivo della sua continua riproduzione. Un pensiero, quello di Bobbio, che viene messo sotto scacco dalla concreta dinamica dei rapporti politici, sociali e di produzione che possono essere molte cose e assumere molte forme ma non possono essere «costituzionalizzati» e ridotti a una procedura definita.

La memoria del futuro

Dopo quarant’anni, cinque istruttorie e una decina di fasi di giudizio bisogna ancora aspettare che la verità emerga da un’aula giudiziaria? La verità storica e politica si conosce da decenni. Non sono stati i complotti o le ‘deviazioni’, che pure ci furono, le cause della strage. È stato il funzionamento ‘normale’ di uno Stato, dei suoi apparati, dei suoi alleati internazionali politici e militari, che di fronte al pericolo di un conflitto sociale che li metteva radicalmente in discussione hanno reagito con le bombe per stabilizzare una situazione, giudicata dal loro punto di vista, fuori controllo. Contano relativamente ormai il ruolo di chi concretamente ha messo la bomba e l’uso strumentale di formazioni neofasciste che non aspettavano altro per passare all’azione. Il ciclo di lotte apertosi alla fine degli anni ’60 del secolo scorso andava fermato, bloccato, anche perché poteva assumere forme e dimensioni, come in parte è stato, che andavano oltre la capacità e la possibilità di mediazione dei partiti e dei sindacati della sinistra. In questo senso anche la strage di Brescia è una strage di Stato com’è stata quella di piazza Fontana.

La memoria, quindi, non è il ricordo di un passato congelato e immobile. La memoria vive nel presente e nel futuro altrimenti è solo pratica nostalgica e imbalsamazione liturgica. La memoria non è la ripetizione di un racconto oppure l’indignazione retroattiva, la memoria si declina al presente che ne determina le modalità, la selezione degli eventi, la loro interpretazione, le loro ‘lezioni’. Per Benjamin è pura illusione considerare «l’accaduto» come una sorta di punto fisso al quale ci si potrebbe avvicinare attraverso una ricostruzione mentale a posteriori.

Ma la memoria si «attiva» anche al futuro. Avere memoria del futuro a prima vista può apparire solo un ossimoro. Se invece la si guarda come possibilità di una nuova soggettivazione politica che fa i conti con le recenti trasformazioni delle classi, dei poteri e degli Stati, anche la strage di Brescia sarà liberata dalle ossessioni commemorative.

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