lunedì , 18 Ottobre 2021

Capitol Hill 06/01/2021: controstoria di un assalto fallito

di FELICE MOMETTI

A due mesi di distanza dall’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio si può ricostruire un quadro più chiaro sull’orientamento politico e la composizione sociale di chi ha invaso la Camera e il Senato degli Stati Uniti. Nei giorni successivi sono circolate molte ipotesi e teorie sulla natura dell’assalto e sull’identità politica dei partecipanti, che però in molti casi hanno scontato un inevitabile impressionismo. Prove tecniche di colpo di Stato strisciante? Guerra civile a bassa intensità? Carnevalata trumpista? Nessuna di queste ipotesi, prese singolarmente, si è rivelata sufficientemente fondata. Fallito, nel giro di un paio di giorni, anche il maldestro tentativo ‒ partito dall’interno dell’entourage di Trump ‒ di addossare la colpa dell’assalto a gruppi di Antifa e di Black Lives Matter come compimento di una strategia iniziata dopo l’uccisione di George Floyd e proseguita, secondo loro in modo lineare, con le giornate di lotta a Portland dello scorso agosto. Questo però non significa sottovalutare la pericolosità sociale e politica dei fatti accaduti.

Incrociando il lavoro del gruppo di ricerca di Chicago Projects dell’Università di Chicago, con i numerosi articoli di inchiesta del New York Times e i dati diffusi dal Dipartimento di Giustizia si ottiene uno scenario attendibile di ciò che è successo fuori e dentro Capitol Hill. All’assalto hanno partecipato con un ruolo attivo circa 800 persone delle quali più o meno 200 sono entrate nel palazzo. Ad oggi sono state arrestate 290 persone e altre 300 denunciate. Alla conclusione delle indagini si prevede di arrivare a 350 arresti e 500 denunce per reati che vanno dalla cospirazione alla violenza e resistenza nei confronti della polizia, saccheggio, violazione della proprietà pubblica e interruzione dei lavori parlamentari. I manifestanti, durante l’occupazione del Congresso, hanno postato circa duemila tra foto e video su Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp, Telegram, Parler e perfino sull’app di incontri Tinder che, in brevissimo tempo, sono stati condivisi da decine di migliaia di account. All’FBI, dopo aver fatto un appello alla collaborazione nelle indagini, sono arrivate 40 mila segnalazioni di riconoscimento dei manifestanti da parte di amici, parenti, conoscenti, figli, mariti e mogli degli stessi. Il resto del lavoro è stato fatto dalle varie agenzie federali mediante l’uso delle ultime tecnologie di riconoscimento facciale e biometrico analizzando le immagini dei circuiti interni ed esterni di sorveglianza.

Tra gli arrestati il 10% fa parte di gruppi o milizie di estrema destra, l’1% di gang e l’89% non è affiliato e non si riconosce in alcun gruppo organizzato. L’86% sono maschi, il 94% bianchi con un’età media di 40 anni provenienti da 39 Stati. Il 40% sono imprenditori, proprietari di negozi, medici, avvocati, architetti e contabili. Il 9 % è disoccupato, il 3% sono studenti, il 4% pensionati e il resto svolge un lavoro subordinato, a tempo indeterminato nella grande maggioranza dei casi. Tra questi, una ventina sono militari, ex militari e poliziotti. La maggioranza degli arrestati e dei denunciati proviene da aree urbane dove ha vinto Biden. Una composizione sociale, generazionale e professionale che non coincide con l’attuale profilo dei gruppi e delle milizie dell’estrema destra americana che sono più giovani, rurali, maschili e con percentuali decisamente più alte di disoccupati e studenti.

La manifestazione del 6 gennaio a Washington era la terza, in due mesi, convocata da Trump per contestare la vittoria elettorale di Biden. Le due manifestazioni precedenti erano state poco partecipate e nei fatti inconcludenti. Ora si trattava di alzare i toni perché nello stesso giorno il Congresso avrebbe certificato ufficialmente il risultato elettorale. Prima della fine del comizio di Trump una parte dei manifestanti si era già incamminata spontaneamente verso Capitol Hill senza avere un obiettivo preciso sul da farsi. È a questo punto che intervengono in modo autonomo e non coordinato gli attivisti di tre organizzazioni dell’estrema destra: i Proud Boys, gli Oath Keepers e in misura molto minore i Three Percenters. Sono alcune decine e in competizione tra loro per indirizzare la folla. I primi scontri con la polizia di Capitol Hill avvengono per poter arrivare alle scale dell’edificio e da lì esercitare una qualche forma di pressione sui deputati e senatori. Con la fine del comizio di Trump e l’arrivo di alcune migliaia di manifestanti prende forma l’assedio in cui assumono un maggior ruolo soprattutto i Proud Boys, con lo sfondamento di una porta e di una finestra aprendo una via per entrare. Gli altri due ingressi sono aperti dalla pressione esercitata da gruppi eterogenei di manifestanti improvvisati al momento. Una volta all’interno sono gli Oath Keepers che si muovono con maggior determinazione, tra le loro fila ci sono militari ed ex militari, per cercare di raggiungere deputati e senatori che nel frattempo avevano già abbandonato le aule della Camera e del Senato.

La conclusione è nota. L’occupazione dura un paio di ore senza che i manifestanti o gruppi di essi comunichino una qualche presa di posizione collettiva in merito all’azione fatta o diano indicazioni politiche. Trump fa una dichiarazione in cui invita gli occupanti a desistere quando la maggioranza degli stessi ha già lasciato l’edificio. Intanto sui grandi media mainstream inizia, in maniera massiccia, la campagna contro la violazione del luogo sacro della democrazia americana. Per la prima volta nella storia, si dice, quel luogo simbolo è stato sfregiato se non addirittura stuprato. La retorica è molta e la memoria è poca. Per fare alcuni esempi senza andare indietro molto nel tempo, nel 1954 quattro indipendentisti portoricani, dalle tribune della Camera dei Rappresentanti riservate ai visitatori, sparano sui deputati in aula ferendone cinque. Nel 1971 e nel 1983 Capitol Hill è teatro di due attentati dinamitardi notturni che fanno molti danni materiali senza provocare vittime. Il primo è opera degli Weathermen che chiedono il ritiro delle truppe dal Vietnam e dal Laos. Il secondo è compiuto dall’Armed Resistance Unit per protestare contro l’intervento americano in Libano e a Grenada. Come si vede, Capitol Hill più che il simbolo della democrazia è il luogo delle violente contraddizioni della società americana.

Contraddizioni e fratture che hanno investito anche i gruppi dell’estrema destra dopo il 6 gennaio. I Proud Boys, i suprematisti bianchi difensori della Civiltà occidentale, sono attraversati da scissioni e abbandoni nei gruppi locali a causa di differenti valutazioni sui fatti di Capitol Hill e per la rivelazione che Enrique Tarrio, il loro leader più in vista, ha un passato di informatore dell’FBI e di alcune polizie locali. Spaccature simili sono emerse negli Oath Keepers. Le sezioni di alcuni Stati si sono già separate dall’organizzazione centrale. Una crisi non nuova che investe l’estrema destra americana. Già vista dopo l’attentato di Oklahoma City del 1995 che fece 168 morti e l’uccisione di una manifestante pacifista al raduno di Charlottesville del 2017. Una crisi che tuttavia può preannunciare una fase di ricomposizione mediante nuove organizzazioni, nuovi leader e nuovi rapporti con settori trumpiani o post-trumpiani del partito Repubblicano. Con Trump che oggi paradossalmente rappresenta sia un ostacolo, sia una risorsa. Non può essere il loro futuro, ma è tuttora imprescindibile per il loro presente.

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