martedì , 24 Novembre 2020

Un muro nero. Il governo dei movimenti dei migranti negli Stati uniti pandemici

di FELICE MOMETTI

Un muro nero. Perché il nero è un colore ostile e le barriere di acciaio dipinte di nero impediscono di essere scavalcate perché scottano, avendo accumulato una grande quantità di calore. Parola di Trump. Dopo le teorie sulle iniezioni di disinfettanti e sull’esposizione a dosi massicce di raggi UVA per sconfiggere il coronavirus, il Presidente americano si è rivelato anche un grande esperto di proprietà dei materiali e dei colori. A sei mesi dalle elezioni, con i sondaggi in calo per la surreale e disastrosa gestione della crisi sanitaria, Trump rilancia sul versante dell’immigrazione e della costruzione del muro con il Messico. È passato solo un mese da un Decreto esecutivo che nelle intenzioni sospendeva per 60 giorni il rilascio delle green card e dei permessi di soggiorno, per vederne dei risultati a dir poco paradossali. A pochi giorni dell’entrata in vigore del Decreto è iniziata una potente azione di lobbying da parte delle imprese dei settori agroalimentare, della lavorazione della carne, dell’edilizia per richiedere e ottenere delle ampie deroghe sull’uso della forza-lavoro migrante. Il blocco dell’emissione delle green card e dell’accoglimento delle domande di cittadinanza ha mandato in crisi finanziaria l’Agenzia federale – U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) – che gestisce le pratiche di rilascio e di rinnovo dei permessi di soggiorno e vari programmi collegati alle politiche sulle migrazioni. Il bilancio dell’USCIS è in gran parte dipendente dalle risorse derivate dalla tassazione dei migranti che richiedono vari titoli di soggiorno oppure la cittadinanza. A causa della pandemia e del Decreto di Trump, l’Agenzia ha registrato un calo del 60% delle entrate e nel giro di pochi mesi sarebbe costretta a chiudere, provocando una vera e propria catastrofe della burocrazia che si occupa di migrazioni, se il Congresso non interviene velocemente con uno stanziamento di 1,2 miliardi di dollari. In questa situazione lo staff di The Donald, dopo le non brillanti e controverse conferenze stampa giornaliere nel giardino della Casa Bianca, ha rispolverato il muro con il Messico presentando un programma di costruzione di nuovi 7-800 km prima delle elezioni di novembre.

Ma quanti chilometri di nuovo muro sono stati costruiti dal 20 gennaio 2017, giorno dell’insediamento di Trump, ad oggi? La risposta è semplice: nemmeno uno. Il confine tra Stati Uniti e Messico è lungo 3.145 km e ad oggi ci sono barriere di vario tipo come reti, lastre di acciaio e cemento armato, semplici cavalletti in legno, sensori termici e di movimento per un migliaio di chilometri. La costruzione di queste barriere è iniziata con un progetto, nel 1990, durante la presidenza di George Bush. Il completamento dei primi 20 km, tra San Diego e Tijuana, è del 1993. Lo scopo dichiarato era di interrompere il traffico di droga. Con Bill Clinton si assiste a un salto di quantità e di qualità nelle politiche migratorie. L’approvazione del Immigration Responsibility Act, di tutta una serie di norme che riducono i diritti dei migranti, l’apertura di molti centri di detenzione, l’aumento delle espulsioni sono accompagnate dalla costruzione di alcune centinaia di chilometri di barriere. Nel 2006 George W. Bush autorizza la costruzione di un migliaio di km di barriere con il sostegno anche di gran parte del Partito Democratico con la coppia Clinton in testa. La costruzione è parzialmente proseguita durante la presidenza Obama che, nel 2011, dichiara di aver completato l’opera raggiungendo gli attuali 1.044 km. Come si vede molti sono stati i progetti, le leggi approvate, i finanziamenti previsti, i tratti di muro realizzati ancor prima di Trump. La costruzione, meglio sarebbe dire il completamento, del muro con il Messico è stato uno degli obiettivi principali dei quattro anni di presidenza del tycoon newyorchese. Un obiettivo agitato soprattutto nei periodi di maggior difficoltà, per compattare la base repubblicana con una narrazione che non trova riscontro alla prova dei fatti. A poco sono serviti l’Ordine esecutivo di inizio dei lavori del gennaio del 2017 e la Dichiarazione di emergenza nazionale del febbraio del 2019 per dirottare i finanziamenti previsti per altre voci di bilancio (Pentagono, Cia e Fbi compresi) verso la costruzione del muro. Le proteste di associazioni che difendono i diritti dei migranti, l’opposizione di settori dello Stato federale, di amministrazioni di singoli stati e contee, di interi comparti della produzione e dei servizi, le migliaia di cause legali promosse da proprietari di fattorie e ranch che verrebbero espropriati del terreno hanno costretto l’amministrazione Trump a limitare la propria azione alla ricostruzione di barriere crollate o danneggiate. Ad oggi, dopo quasi quattro anni di Trump, sono stati ricostruiti o ristrutturati 88 km di barriere e ne sono stati appaltati, sempre per lo stesso motivo, altri 190 km. Non è stato costruito un solo chilometro in più del muro esistente anche per il costo esorbitante, circa 20 milioni di dollari a km, che avrebbe nei molti centri urbani divisi dal confine con il Messico. A ciò si aggiungano i ricorsi fatti da alcune imprese di costruzioni per la poca trasparenza nelle gare di appalto vinte soprattutto da grandi società come SLS Construction, Barnard Construction, Southwest Valley Constructors.

Nonostante tutto Trump gioca ancora una volta la carta del muro puntando sull’effetto annuncio che gli permette di essere costantemente al centro della scena mediatica. Tanto da obbligare Obama a prese di posizioni politiche critiche verso la Casa Bianca visto che Biden, l’attuale candidato democratico alla presidenza, non è ancora (sara?) in grado di competere con Trump sul terreno mediatico mainstream e dei social network. I movimenti della forza-lavoro migrante sono progressivamente emersi nel discorso politico pubblico degli ultimi mesi. Se Trump mima continuamente la chiusura dei confini, in realtà vuole incrementare la quota di migranti senza documenti, Gawin Newson – governatore della California e astro luminoso nel firmamento democratico – sfida le leggi del governo federale distribuendo soldi a pioggia ai migranti senza documenti. Un elicopter money di 75 milioni di dollari statali, più 50 milioni raccolti da una rete di Ong, a beneficio dei circa 2 milioni di migranti senza documenti presenti in California. Il motivo è presto detto: si avvicinano i mesi della raccolta di frutta, ortaggi e della vendemmia. E le grandi corporation agroalimentari e vitivinicole californiane hanno bisogno di un ingente quantitativo di forza-lavoro migrante. Sono i mesi in cui è massima la permeabilità del confine tra California e Messico e niente può fare nemmeno il muro ristrutturato di Trump di fronte alla distribuzione di denaro del Governatore. Sono due modi di gestire le migrazioni, considerati a volte, a torto, alternativi. La clandestinizzazione della forza-lavoro migrante perseguita da Trump e la riproduzione, distribuendo il minimo vitale, della flessibilità necessaria di una forza lavoro che non si vuole regolarizzare da parte di Newson. Può sembrare che non esista un’alternativa praticabile a queste due visioni. Non così hanno pensato i migranti del One World Beef – un grande impianto di lavorazione delle carni nel sud della California – quando per protesta contro le loro condizioni di lavoro sono entrati in sciopero.

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