sabato , 26 Settembre 2020

Contro la riproduzione sociale del patriarcato pandemico

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Da un bel po’ di tempo ormai le donne non sono disposte a farsi addomesticare dal patriarcato. Che oggi esso tenti di riaffermarsi all’interno di una pandemia globale come supplemento necessario del dominio del capitale non è per loro una sorpresa: in fondo il patriarcato è pandemico da tempo immemorabile. In ogni parte del mondo e da posizioni diverse, le donne stanno continuando a rifiutare la violenza maschile e ad affermare la pretesa di libertà che in questi anni ha fatto dello sciopero femminista un processo globale. Hanno incrociato le braccia nelle fabbriche e nei magazzini contro chi voleva mettere il profitto prima della loro vita; stanno lottando contro la svalutazione patriarcale dei lavori considerati «essenziali»; combattono contro le gerarchie razziste, che continuano a operare anche nel lockdown dei confini per obbligare il loro lavoro nelle catene transnazionali della cura. L’assenza del grande evento dell’8 marzo – soprattutto in Italia, dove la diffusione del contagio ha impedito a Non Una di Meno di prendersi le strade e le piazze ‒ non significa che il processo dello sciopero femminista sia stato cancellato. La perdita momentanea della dimensione di massa viene talvolta vissuta come un lutto e conduce a un ritorno alle piccole pratiche e alle rivendicazioni generiche, come qualcosa su cui ripiegare dopo avere dato corpo a un grande movimento transnazionale. Dobbiamo essere però consapevoli che il processo dello sciopero femminista non è svanito, non è stato cancellato dalle giuste precauzioni e dai molti divieti. Anche nella condizione attuale, in cui le lotte di cui abbiamo fatto esperienza negli ultimi anni sembrano sospese, con i loro comportamenti individuali e collettivi le donne rinnovano la scommessa dello sciopero femminista proprio perché sono già globalmente protagoniste dello scontro sulla riorganizzazione patriarcale della convivenza con il COVID-19.

Il patriarcato è pandemico da sempre, ma oggi le donne stanno nuovamente facendo i conti con la sua intensificazione. Ciò nonostante dobbiamo evitare l’attitudine vittimistica che, mentre compila la lista delle posizioni più esposte agli effetti sociali del virus, rischia di cancellare quella tensione a liberarsi dall’oppressione che negli ultimi anni ha alimentato il movimento collettivo di rivolta contro il dominio maschile. Quella tensione è invece tanto presente quanto continuamente sfidata, negata, neutralizzata affinché le donne facciano quanto è necessario per riprodurre le condizioni di una produzione sociale profondamente colpita dal contagio. Per il ruolo che ha assunto contro la diffusione del virus, la casa viene riaffermata come il centro materiale e simbolico dell’identificazione delle donne con quelle attività di cura e riproduzione della vita che oggi mostrano con un’evidenza senza precedenti il loro carattere socialmente «essenziale». Nella fase della ripartenza e della ricostruzione tali attività saranno ancora più richieste, celebrate e compresse affinché ogni quota di lavoro vivo possa fare la sua parte. Che siano le donne a doversi fare carico di figli e figlie mentre le scuole sono chiuse è dato per scontato, tanto che in Italia nessuno si è sforzato di chiarire come potranno continuare a farlo quando dovranno tornare al lavoro, nella famigerata fase due. La retorica di guerra che inneggia pubblicamente all’eroismo delle infermiere altro non è che un automatismo patriarcale che, per assicurare la piena disponibilità delle donne, fa del lavoro di cura una loro missione naturale, che come tale può essere poi svalutata spietatamente sia dal punto di vista salariale sia da quello sociale. Dentro a ciascuna celebrazione della cura, dell’istinto materno, della silenziosa dedizione c’è però la resistenza di ogni singola donna al suo addomesticamento, ci sono il rifiuto e la sottrazione alla violenza domestica cresciuti esponenzialmente dopo il lockdown, c’è la protesta in nero delle donne polacche contro il tentativo del parlamento di approfittare del confinamento domestico per proibire l’aborto nel silenzio delle piazze, ci sono le infermiere che in ogni parte del mondo minacciano di scioperare contro i tentativi di riattivare la produzione senza alcuna considerazione per la salute e la sicurezza: queste sono tutte espressioni dello sciopero femminista che vive nel presente pandemico. Da qui bisogna partire per orientare la nostra iniziativa femminista.

Bisogna essere all’altezza del carattere transnazionale di questi rifiuti, anziché adeguare lo sguardo all’immobilità e alla ristrettezza locale imposte dai focolai nazionali. Le donne migranti oggi incarnano l’insopprimibile persistenza del transnazionale anche nel momento in cui tutti i confini, da quelli domestici a quelli degli Stati, sembrano diventati rigidi e invalicabili. In tutto il mondo ‒ non solo in Italia ‒ le lavoratrici migranti della cura sono state ignorate dai governi quando si è trattato di erogare misure di sussistenza destinate a chi ha perso il lavoro. Contemporaneamente, proprio la pandemia ha fatto crescere la domanda di cura, al punto che il governo austriaco ha attivato corridoi transnazionali per permettere gli spostamenti delle donne dall’est-europeo, e ha legalizzato pratiche tipiche della tratta ‒ come la confisca dei passaporti ‒ per impedire alle lavoratrici di sottrarsi al controllo sul loro lavoro e i loro movimenti. Soprattutto dove il neoliberalismo è stato sospeso garantendo la riproduzione del lavoro vivo attraverso l’erogazione di sussidi monetari, il lavoro domestico salariato delle migranti acquista una centralità ancora maggiore come supplemento di quello gratuito delle donne che tornano al lavoro. La prospettiva delle donne migranti è quindi strategica per riconoscere come produzione e riproduzione sociale si stanno adeguando alla convivenza col virus e quale ruolo gioca il comando dello Stato in questa riconfigurazione. Ovunque l’identificazione patriarcale delle donne con la cura opera insieme al razzismo istituzionale per rendere il lavoro delle donne migranti pienamente disponibile e per nascondere e negare il suo carattere socialmente necessario anche quando è riconosciuto come «essenziale». Anche questo però è un processo conteso, prima di tutto perché i movimenti delle donne migranti ‒ come quelle che sono tornate nei paesi di provenienza prima del lockdown per sfuggire al prevedibile inasprimento del loro sfruttamento ‒ sfidano continuamente la divisione sessuale del lavoro che pretende di incastrarle. Le donne che in queste settimane si sono organizzate in Libano, Spagna e Austria contro il razzismo istituzionale ‒ rivendicando un permesso di soggiorno, sussidi economici e aumenti salariali per far fronte al contagio ‒ rendono evidente la necessità e la possibilità di rovesciare il processo di svalutazione sociale del lavoro delle donne in una forza politica per aggredire le condizioni fondamentali, patriarcali e razziste, della riproduzione del capitale.

Diviene così ancor più evidente che la riproduzione sociale è un campo di scontro, non di ricomposizione. Non è il nome generale dell’insieme di attività che riguardano la vita e la sopravvivenza, non indica un nuovo segmento di forza lavoro da organizzare e magari rappresentare, ma è il processo sociale che continuamente riproduce la differenza come subalternità e che impone la riproduzione della vita in condizioni di oppressione e sfruttamento. La riproduzione sociale oggi ha una centralità senza precedenti proprio perché il movimento delle donne e le pratiche femministe quotidianamente la contestano, mostrandone l’indelebile marchio patriarcale. Per combattere dall’interno questo scontro, la pratica femminista non può limitarsi alla rivendicazione di un reddito universale che, proprio perché non fa distinzioni, rischia di oscurare le differenze prodotte dai rapporti di dominio ‒ sessuati e razzisti – che organizzano la produzione e la riproduzione della società. Non basta reclamare redistribuzione di ricchezza, affidandosi a uno Stato il cui comando razzista è una leva fondamentale per lo sfruttamento del lavoro migrante. Non basta chiedere che sia riconosciuto il contributo essenziale delle donne alla riproduzione ‒ per esempio attraverso un salario o un «reddito di cura» ‒ se questo riconoscimento le incastra nella situazione subalterna e separata imposta dalla divisione sessuale del lavoro. E non è infine possibile reclamare la cura come metafora e modello di un futuro liberato dallo sfruttamento, dal razzismo e dalla coazione al lavoro, quando oggi «cura» significa sfruttamento, razzismo e coazione al lavoro per milioni di donne in tutto il mondo. È vero che dappertutto – dalla cinta di Buenos Aires alla Rojava, dal Bronx alle periferie delle metropoli europee ‒ sono le donne che stanno organizzando la riproduzione della vita, quando la fame e la miseria rischiano di uccidere quanto il COVID-19. Proprio in questo momento, però, è quanto mai necessario rompere l’identificazione tra donne e riproduzione della vita imposta dal patriarcato pandemico che assicura al capitale la possibilità di prendersi cura di sé.

Lo sciopero femminista vive nella moltitudine di lotte combattute dalle donne che in questo momento si rifiutano di subire violenza, di accettare la divisione patriarcale e razzista del lavoro che tratta il loro sfruttamento come un fatto naturale e inevitabile. L’iniziativa femminista si confronta con la necessità di valorizzare politicamente queste lotte dentro un processo collettivo, e di farlo nonostante l’impossibilità degli eventi di piazza. La scrittura di un manifesto transnazionale e il lancio di un primo maggio femminista globale sono un passo in questa direzione, perché cercano di sfidare l’impotenza imposta dall’isolamento sanitario rilanciando in avanti l’organizzazione femminista transnazionale. La posta in gioco è interrompere il processo di svalutazione sociale della vita e del lavoro delle donne, sottrarsi a una ricostruzione organizzata attraverso l’addomesticamento del lavoro e la sua frammentazione razzista. Ciò che è veramente essenziale del lavoro delle donne deve essere fatto valere contro la riproduzione sociale e il suo ordine patriarcale.

Praticare lo sciopero contro l’oppressione che sostiene lo sfruttamento, intensificare la comunicazione politica e l’organizzazione transnazionale è il modo per essere all’altezza delle trasformazioni globali in atto. C’è un hashtag che circola in Cile da quando il lockdown ha reso impossibile ogni presenza nelle piazze: #AmeritaHuelga, merita lo sciopero. Non è solo una minaccia, una promessa, ma il segno che è possibile dare corpo collettivo a una rivolta globale che vive in molte forme nel presente pandemico e che mostra l’indisponibilità ad accettare che il capitale si prenda cura di sé attraverso l’irrigidimento del dominio e della violenza maschile.

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