mercoledì , 28 Ottobre 2020

Lampedusa sulla carta. Intervista ad Hagen Kopp

Intervista Hagen Kopp LampedusaPubblichiamo l’intervista con Hagen Kopp, del collettivo No one is illegal (Hanau-Francoforte), e attivista del network Welcome to Europe che ha partecipato dal al al meeting per la promulgazione della carta di Lampedusa, che si è tenuto dal 31 gennaio al 2 febbraio 2014 al nell’isola al centro del Mediterraneo. Noi abbiamo già sollevato dubbi sull’efficacia politica della Carta di Lampedusa. Proprio per questo, tuttavia, ci pare utile discutere apertamente di un’iniziativa che ha prodotto interesse e mobilitazione.

***

Hai partecipato all’assemblea organizzata a Lampedusa per redigere una carta che è pensata come la base di un patto tra diversi movimenti sociali per indirizzare le loro azioni contro le politiche europee e globali di controllo delle migrazioni. Quali erano le tue aspettative e quali sono le tue valutazioni in seguito all’incontro?

All’assemblea hanno partecipato circa 200 persone e, considerando la grande eterogeneità degli attivisti presenti, le discussioni sul testo sono state più cooperative e produttive di quanto mi aspettassi. Allo stesso tempo, però, il processo che era presentato come transnazionale ha avuto alcuni forti limiti: la carta, già nel periodo della sua preparazione, è stata un progetto principalmente italiano e così è stato anche a Lampedusa. L’assemblea era composta in gran parte da attivisti italiani e solo poche persone di altri paesi hanno partecipato. E il limite decisivo è stato che solo pochissimi migranti erano presenti. Certo, non è facile raggiungere quest’isola, ma speravo che questa assemblea sarebbe stata caratterizzata dalla molteplicità delle recenti lotte di rifugiati e migranti in tutta Europa, ma non è stato così.

Nella Carta si afferma che non importa che i suoi principi siano riconosciuti dai governi e dagli Stati. Nello stesso tempo, le rivendicazioni presenti nel documento – come la fine del regime dei visti, la smilitarizzazione dei confini, la chiusura dei centri di detenzione – possono essere realizzate solo dai governi. La domanda dunque è: a chi si rivolge la carta?

Penso che più o meno tutte le carte e i manifesti includano questo tipo di contraddizione. Se poni l’accento sui diritti e se vuoi insistere su rivendicazioni concrete, allora ti metti automaticamente nella posizione di rivolgerti alle autorità in certi momenti e in certe situazioni, anche se nell’apertura dell’assemblea è stato sottolineato che non è questo il caso. Io non ho problemi con questa ambiguità come forma di lotta e la (ri)appropriazione dei diritti è ai miei occhi un processo complesso. È giusto dare la priorità all’impegno reciproco dei movimenti sociali ma non si può evitare almeno un riferimento indiretto allo Sato, se si vuole la realizzazione delle rivendicazioni.

La carta fa appello a una serie di diritti – come quello a non essere sfruttati – la cui realizzazione metterebbe in discussione l’intero ordine capitalistico. Qual è il significato di queste rivendicazioni e a quali pratiche concrete fanno riferimento?

Oscillare tra progetti e rivendicazioni concrete, tra postulati generali di lungo periodo e punti specifici di breve periodo non è una caratteristica solo di questa carta. La maggior parte dei manifesti degli ultimi anni si muovono tra questi due poli e per me non è un problema il fatto di combinare i sogni con le richieste quotidiane. La mia critica è più che la carta – almeno ciò che ho seguito io – non fa riferimento a tentativi e a processi precedenti, per esempio alla Carta Mondiale dei Migranti promulgata a Goree (Senegal) il 4 febbraio del 2011. L’idea di scegliere Lampedusa per un altro progetto è comprensibile, ma doveva essere collegata a precedenti momenti transnazionali che riguardano le migrazioni. E anche le proposte pratiche che sono state raccolte alla fine dell’assemblea hanno rivelato il problema di un approccio centrato sull’Italia: invece di concentrarsi su attività realmente transnazionali – dal passato recente al vicino futuro – l’agenda pratica di Lampedusa si è fermata alle prossime mobilitazioni italiane.

Pensi che la carta di Lampedusa possa essere uno strumento per aumentare esperienze di auto-organizzazione tra i migranti in Europa?

Come ho già detto, dal mio punto di vista, il limite maggiore di questa assemblea è stato che non era evidentemente una priorità del processo il fare in modo che fossero presenti le varie lotte dei migranti e dei rifugiati. E dal momento che si sta preparando negli ultimi mesi una carovana transnazionale e una marcia per giugno a Bruxelles – organizzata da vari gruppi auto-organizzati di sans-papiers, migranti e rifugiati di differenti paesi europei – a Lampedusa ci sarebbe stata la possibilità di dare a questa mobilitazione una centralità. Invece, si è persa in un «supermercato» di attività in programma per le prossime settimane e i prossimi mesi. Perciò io ho seri dubbi sull’importanza della carta per il processo di auto-organizzazione.

Tu sei coinvolto in un altro processo europeo che è il processo di coordinamento di Blockupy. Quali sono le tue aspettative? Qual è il potenziale di mobilitazione transnazionale di Blockupy?

Io vengo dall’area di Francoforte, perciò devo anche ammettere le mie «motivazioni locali» nel processo di Blockupy. Ma visto che le proteste e i blocchi si sono sviluppati negli ultimi due anni attorno alla sede della BCE come a uno dei centri del regime della crisi, sono felice che un altro momento di coordinamento internazionale possa essere avviato e spero che si consolidi ed estenda attraverso le mobilitazione di quest’anno: i giorni di azioni decentralizzate a maggio e l’evento condiviso contro l’apertura della nuova sede della BCE, probabilmente a novembre. È un altro tentativo di consolidare un processo di lungo periodo di cooperazione e coordinamento transnazionale attraverso il quale connettere le lotte contro il regime della crisi e dei confini.

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