mercoledì , 21 Ottobre 2020

La rabbia saudita

An Ethiopian worker argues with Saudi security forces while waiting for repatriation in ManfouhaL’esperto Fadal Abu Ainain, economista, ha dichiarato all’agenzia di stampa ArabNews che quanto sta accadendo alla popolazione etiope e sudanese in Arabia saudita ha lasciato vacante circa il 20%  dei posti di lavoro, arrivando ad affermare che «tale situazione è positiva perché costringerà le aziende ad assumere lavoratori locali». Si potrebbe pensare di trovarsi di fronte alla grande politica del secolo, che libera posti di lavoro in quantità e attraverso semplici manovre. Gli ingredienti della ricetta sono effettivamente pochi, qualche migrante, dei luoghi di produzione in cui sfruttarne sistematicamente la forza lavoro, possibilità di licenziamenti con un cenno del capo, milizie disponibili in caso di rivolte nonché leggi che favoriscano una disparità di diritti e di obblighi tra soggetti.

Seguendo il consiglio dell’esperto economista saudita, la preparazione è semplice e il caso Saudita lo dimostra. Dopo una sanatoria durata sei mesi, il 4 novembre scorso il governo dell’Arabia Saudita ha dichiarato un giro di vite contro i migranti irregolari presenti nel paese, annunciando la deportazione di tutti coloro che non avessero nel frattempo sanato la propria posizione. L’effetto immediato di questo nuovo corso del governo saudita delle migrazioni è stato una serie di raid e scontri che hanno portato alla brutale uccisione di alcuni uomini provenienti dall’Etiopia e dal Sudan. Sono stati proprio i migranti Etiopi a dare avvio alla rivolta contro le politiche repressive e le deportazioni del governo che hanno portato all’omicidio di un loro connazionale, scontrandosi con la polizia e la polizia locale a Manfouha, quartiere povero di Riyadh. Nei giorni successivi, le proteste si sono diffuse ad altre città, fino alle coste del Mar Rosso. In questa situazione di estrema insicurezza, sembra che 23mila Etiopi, incluse donne e bambini, si siano consegnati alla polizia. Le autorità hanno dichiarato che coloro che non possono documentare il loro ingresso regolare nel paese saranno detenuti in attesa di deportazione. Ecco il segreto di questa politica di lotta alla disoccupazione, una ricetta che sembra non risentire dei confini nazionali, che segue logiche globali. Deportare i migranti che sono stati utili fino a qualche istante prima per essere sfruttati e sono ora necessari alla concretizzazione della proposta di ridurre la disoccupazione.

Sembra che l’Arabia saudita non abbia risolto la questione già emersa con gli scioperi degli anni ‘50 dei lavoratori impiegati nell’industria estrattiva, che avevano messo il governo allerta nei confronti dei pericoli di una forza lavoro locale organizzata e concentrata in un settore economico vitale. In quell’occasione il governo optò per una politica di importazione del lavoro. Un lavoratore straniero, con un permesso di lavoro a breve termine che può essere facilmente deportato, sembrava l’ideale. Ora però lo straniero ha lo stesso problema che presentavano precedentemente i locali, si rivolta, ha smesso di essere estraneo anni fa, ora è lì e non se ne vuole andare per cui lotta contro le deportazioni di massa che lo vedono coinvolto, perché sarà anche entrato illegalmente, ma per anni è stato usato costantemente. Ora a quali lavoratori si rivolgerà il governo saudita? Tutti i lavoratori sembrano rivoltarsi allo sfruttamento in nome di un profitto mai visto. Prima o poi smettono di starci.

Così le politiche del lavoro del governo saudita hanno istituzionalizzato con brutalità quella divisione dei lavoratori necessaria a indebolire il conflitto, creando lavoratori «eletti», privilegiati, da un lato e lavoratori migranti, di serie b, dall’altro. Queste divisioni, esistenti anche in Italia e in Europa ma mai apertamente dichiarate, sono la base su cui la precarizzazione si giustifica e si estende. Ciò facendo credere e dando corpo al fatto che ci sia sempre qualcuno «messo peggio». Ma è un gioco al ribasso che nuoce a tutti i lavoratori, migranti e non. Il risultato al momento è che 20mila scuole sono senza addetti alle pulizie, altre senza i conducenti degli autobus, mancano gli spazzini, il 40% delle piccole imprese di costruzione ha smesso di lavorare, senza contare la serrata obbligata di decine di attività commerciali. Il risultato, in altre parole, è che l’economia Saudita nel perseguire l’obiettivo di incrementare l’occupazione dei lavoratori locali si sta anche dimostrando completamente fondata sul lavoro migrante dei quasi dieci milioni di lavoratori che lì vivono da anni.

Spostandosi di qualche centinaio di kilometri, possiamo poi vedere quanto sta accadendo nel vicino Qatar, dove già da ora sono presenti segni di rivolta da parte dei lavoratori migranti venuti per costruire gli stadi che ospiteranno i Mondiali del 2022, su cui Amnesty ha già redatto un documento che ha dato vita a diverse campagne contro lo sfruttamento del lavoro migrante. Ci vogliono grandi eventi per cogliere altri grandi eventi? Lo sfruttamento del lavoro migrante non è certo apparso da qualche mese. Chi regge le grandi industrie? Chi si occupa di servizi di cura? Chi lavora nel settore edile? Il lavoro migrante è un evento ben più mondiale di quanto possa esserlo una torneo di calcio e il suo sfruttamento deve preoccupare tutti, eletti e non.

Leggi l’intervista a Tes del Coordinamento Migranti dal sit-in della Comunità Etiope di oggi, 19 novembre, davanti all’Ambasciata saudita a Roma

 

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